La Matriarca

Dopo anni di nonscrittura e di smarrimenti in mondi paralleli, torno a scrivere. Con l’ennesimo blog che forse andrà oltre il primo esaltante (o esaltato?) post. E lo faccio ricordando lei.

La Matriarca del clan dei Girolami.

Appartenere al clan dei Girolami ti segna a vita, e oltre la vita, come un karma. O forse è esattamente il risultato di un karma. Non ha importanza che tu sia bello, brutto, alto, basso, colto, ignorante, educato, maleducato, smilzo o bello in carne: il gene di appartenenza è indelebile. E troverà il modo di esprimersi sempre e comunque.

Una volta avevamo una Matriarca, in carne e ossa. Ora sono rimaste le seconde e la sua eredità imperitura.

La leggenda vuole che la mia omonima, Angela Teresa, abbia assunto il titolo di “Sisina” in giovane età, tant’è vero che col suo nome risulta inidentificabile da chiunque. La leggenda è stata poi tramandata e perpetuata da una discendenza di “Sisine” che, per omaggiarne potere e memoria, se la sono portata dietro, dall’anagrafe in poi: Maria “Teresa”, Angela “Teresa”, “Terry”, ecc ecc.

Post Mortem si scoprì poi che in realtà al Comune risultava come Angela “virgola” Teresa, e che una mattanza del dopovirgola l’ha consegnata ai posteri come “Angela”, e basta. Ciò avrebbe potuto generare confusione e indignazione, per il grave affronto al titolo, ormai privo di significato. Ma la leggenda è diventata mito: una Sisina resta Sisina per sempre.

La matriarca Sisina era consapevole, in giovane età, quando andava in sposa di seconde nozze, con la “fuitina” romantica, al vedovo Giuseppe, detto Peppino “la Cozzana”1, del clan cui avrebbe dato i natali (e pasque ed epifanie)?

Non ci è dato saperlo. Quando cominciò la semina e la raccolta dei primi membri, furono evidenti due cose: 1 – che la figlia femmina, tanto desiderata, si faceva desiderare; 2 – che i membri del clan erano ben riconoscibili dai primi vagiti.

Gli insegnamenti che la Matriarca Sisina ha tramandato ai posteri sono:

1 –  Non buttare mai una padella finché il buco sul fondo non è definitivamente sfondato

2 – Fritto è sempre e comunque più buono

3 – Non dire mai le tue ricette a nessuno, che sennò un giorno, prima o poi, le spacceranno a MasterChef come cucina fusion alternative neo-cracchiana

4 – La polpetta è sacra

5 – Nella vera braggiòla va il peperoncino intero

6 – Quando Ridge lasciò Brooke per la prima volta, era tutta strategia. Ma abbiamo pianto lo stesso

7 – Non sposatevi mai dietro la colonna2

8 – Non fate mai sei figli maschi di seguito se non volete avere un clan

9 – A domande semplici rispondete con parole semplici: vafangùl (era la sua preferita)

10 – Non odiate i peli superflui: in inverno tengono al caldo

La matriarca, pur non essendo particolarmente espansiva, è riuscita a conquistarsi in vita l’amore sconfinato di generazioni di parenti, nipoti, pronipoti, cugini, amici, vicini e affini.

E non solo perché, quando l’aroma della polpetta in via di cromatura si spandeva nelle scale del palazzo, la tuzzata3 alla porta era d’obbligo, così come il dazio del suo generoso cuore a placare l’acquolina in bocca al tuzzatore. E non solo perché ai fornelli era la risposta culinaria a William Shakespeare, vale a dire un’artista da sindrome di Stendhal. E non solo perché guardava dalla sua finestrella di giuliettesca memoria processioni, uscite di scuola, e via vai elettorali con la stessa cinica, immutabile, espressione con cui fissava Bruno Vespa alla tv.

Bensì perché era una vera matriarca, vera doc al 100% pura matriarca vergine. Solida, pungente (anche per i baffetti di cui è sempre andata fiera) e infrangibile.

Quando le si chiedeva la ricetta della famigerata focaccia, fuori croccante come un biscotto e dentro soffice e unta come una solida nuvola di quell’universo in cui invece che acqua piove olio d’oliva… Dicevamo: quando le si chiedeva la famigerata ricetta, non c’era verso di averne un’idea precisa. “Un poco di questo, un poco di quello, a occhio, vedi tu”. Perché è così che fanno i veri artisti, a occhio.

Il 15 di ottobre era la ricorrenza matriarcale annuale per eccellenza: il clan si riuniva rannicchiandosi (la stazza cadauno lo imponeva) intorno al vecchio tavolo in legno massiccio e a lei, Santa Sisina D’Avila di Turi che, nel suo angolino lato stufa, osservava col silenzioso sorriso sornione (che la sapeva lunga) i rubicondi membri azzuffarsi allegramente, fra trippa e zampine, e attentare alle fondamenta della vecchia casa con il tuonare degli ilari decibel.

E quando tra la braggiòla (chiariamo: la cosiddetta “braciola” riportata da Zanichelli e Wikipedia niente ha a che fare con la pugliese braggiòla – con due “g” belle sature, come il relativo ragù – involtino di bovino ingrediente principe dei rituali pranzi domenicali dei clan locali) “senza peperoncino” e quella “con” si generava improvvida confusione, e ti ritrovavi a bere tre litri d’acqua per spegnere l’incandescenza magmatica, in realtà stavi affrontando il rito di iniziazione per l’entrata di diritto nel clan: la costruzione del palato di amianto dei Girolami.

Il palato di amianto è uno dei segni più tipici e basilari di appartenenza al clan dei Girolami: i sapori forti e decisi, dalla conserva “ashquànd”, alla trippa, alle alici integrate col sale marino a livello del DNA, alle insalate di olio e aceto condite con insalata, pomodoro e cetrioli… sono l’espressione più classica della forza, la tempra e l’indole dei Girolami: roba che gli Highlander, tra pappette di avena e baked potatoes, ai Girolami gli fanno un baffo.

Una cosa è certa: quando Sisina è stata chiamata a più alti oneri, il clan ha risentito duramente, e per sempre, della perdita di un pilastro insostituibile.

Chi mai avrebbe potuto più riassumere le trame di Beautiful come lei, con la stessa lucidità e solerzia con cui farciva i cannoli alla crema? E senza offesa per i siciliani, ma i cannoli di Sisina ti bombardavano il cuore come un’atomica dieci volte quelle di Hiroshima e Nagasaki messe insieme. Chi mai avrebbe potuto rispondere con la stessa leggera scrollata di spalle zen alle più disparate domande, dalle più semplici alle più complicate (quando non era il caso di mandarti a fare in…)? Sisina aveva capito tutto, e ha provato ad insegnarlo a noi poveri idioti, ma non l’abbiamo capita.

Niente era più importante del giallo sole denso del limoncello, di una teglia passata tante di quelle volte in forno che ormai l’uno conosceva a memoria i graffi dell’altro, come due ultradecennali amanti in pensione, o dell’affondare la mano nella massa come fosse il marmo cui Michelangelo implorava di favellare. Nulla era più importante dell’essere semplicemente Sisina in tutto e per sempre.

Quindi Nostra compianta Matriarca, che ci deridi e sberleffi da lassù, ogni tanto butta un occhio, che qui ci si perde, perdiamo di nerbo, e rettitudine. La via non è più così dritta come quando il tuo rotolo4 con la conserva piccante rosso ruggine tendente al nero la segnava indefesso.

Ricordaci la verità del pane. E quando i dubbi ci sovrastano, e ci chiediamo il senso di noi stessi e delle cose, mandaci ancora una volta tutti quanti a fare in…

 

Note

1 – La Cozzana: ridente contrada di Monopoli in cui, prima che diventasse meta di altolocate villeggiature, la leggenda vuole che il mio bis-nonno paterno turese abbia incontrato la futura madre di mio nonno, Peppino. Perché il luogo abbia avuto un tale peso nella sua biografia da affibbiargli il soprannome (o “agnome”, come si dice in gergo tecnico dalle mie parti) resta uno dei misteri del clan del Girolami.

 

2 – Nella Chiesa Madre del mio amato borgo natio ci sono due altari: quello ufficiale, in pompa magna; e quello che non calcola mai nessuno, in legno, così antico e tarlato che a volte non si ricorda nemmeno di essere stato un altare. Gli sposi che facevano la “fuitina”, o come si diceva in gergo tecnico “ca se ne scennèvene” (“che scendevano”: etimologia incerta), erano destinati a questo altare sulla navata laterale, seminascosti alla vista della navata centrale dalla suddetta colonna, per celare agli occhi pii e innocenti delle anime rette la vergogna. Mia nonna ha sempre deprecato se stessa per la faccenda della colonna, fino alla fine, uno dei suoi più cocenti rimorsi. Per ulteriori approfondimenti sull’argomento “fuitina” consiglio la visione di “Giorni d’amore”, film del 54′ con Mastroianni.

 

3 – Colpo di tuzzo.

Dicesi “tuzzo”: il picchiare delle nocche su porte e/o stipiti, con gesto secco, deciso e possibilmente sonoro. In senso lato, sta anche ad indicare uno dei colpi alla Bud Spencer, quello del pugno che si stampa a timbro sulla sommità della calotta cranica, di qui il modo di dire “Mò ti do un tuzzo in testa” a mo’ di minaccia scherzosa (ma non sempre), soprattutto diretta ad imberbi birbanti.

 

4 – Si tratta della famosa “Fcazz a’ sfogghj” di Sisina, “Focaccia a sfoglia”, di sua stessa concezione e definizione: un rustico di inenarrabile sapore, ormai irripetibile (ci ho provato, ma niente) di cui resta solo l’assillante ricordo, come una lezione di vita concessa a malincuore da un saggio maestro al povero diavolo che lo tormenta con domande, per lui, senza senso: se lo capisci, bene, sennò fatti tuoi.

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