A cosa servono quegli alberi

alberoConsidero valore quello che domani non varrà più niente e quello
che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Erri De Luca

A Turi, nel mio paese, stanno abbattendo alberi. Gli alberi che costeggiano la ferrovia da decenni; da molto prima che io nascessi. Sono larici, abeti bianchi, pini di Aleppo. Sono altissimi.

Hanno fronde che, dalla loro altezza vertiginosa, sanno avere l’umiltà di piegarsi fino a terra.

Come noi, alieni o terrestri, non sappiamo fare più.

Hanno radici che affondano nella terra, la trattengono, si mantengono, e ci parlano; come noi non sappiamo fare più.

Dicono che improvvisamente sono un problema. Che quei due metri e mezzo di distanza minima di sicurezza dalla rete elettrica della linea, ampiamente rispettata dai generosi tronchi, non basta una chirurgica potatura a rispettarli. Improvvisamente. Dopo decenni. Con tutti gli altri problemi che la linea obiettivamente avrebbe.

Lilli, una signora che abita là se n’è accorta. Ha avvertito qualcosa; una sensibilità? Il preludio di qualcosa di bello che sta per finire? Di un dolore-fastidio-senso di perdita senza nome specifico? Un risveglio, a qualche livello?

Qualcosa. Ha creato un comitato in difesa di questi alberi e, avvertendo un’energia, a suo dire, mai sentita o sospettata, ha cominciato a muovere stampa, reti locali, gente su Facebook, leggi e consulenti legali e botanici.

Su Facebook, questo strano micromondo deformato, ho letto e scoperto la notizia. Qualcosa di simile l’ho avvertito anch’io. Da aliena, ho avvertito che qualcosa in quella cosa non andava. Non andava fatta. Non così. Non abbattendo a tappeto alberi che si ergevano sulle albe di innumerevoli mattine delle giornate di noi pendolari, che sul treno ci viviamo; gli stessi che ci accoglievano stanchi la sera. Quando una semplice potatura poteva (può ancora?) impedirne la morte.

Mi fa male. Un male fisico indescrivibile, come solo quello di un alieno può essere.

E oggi ho capito che parte di questa alienità è anche l’essere donna in un Paese Giano Bifronte, che da una parte t’insegna ad essere emancipata, e dall’altra ti continua a dire “Tu statti al posto tuo che non capisci nulla”.

Finora la questione di genere vi giuro che non l’avevo mai vista. Mai percepita. E invece c’è eccome. C’è sempre stata.

E’ strisciante come una serpe invisibile. Ma c’è eccome.

Delle firme che abbiamo finora raccolto, l’ottanta percento deriva da donne. E quando l’altra sera al bar si discuteva coi compaesani, chi ha sollevato obiezioni sono stati uomini. Quegli uomini che si ergono a difensori dei valori delle cose importanti, disprezzando e dileggiando tutto ciò che non lo è. Vale a dire tutto ciò che non concerne il denaro.

Se non si mangia, non ha importanza.

Se non paga, non ha importanza.

“I fèmmene” dicevano scuotendo il capo, desolati. Cose da femmine, sì. Cioè cose senza importanza.

Che ne vuoi capire tu? Di che ti vuoi impicciare tu? Cosa mi vieni a dare fastidio, tu, che io faccio le cose serie, non queste stupidaggini, queste cose da niente?

Questo è il retaggio culturale, mi sono improvvisamente accorta, che silenziosamente abbiamo ancora nelle case del mio paese.

China il capo tu, sta’ zitta tu, impicciati delle cose serie.

“A che servono quegli alberi?” ha chiesto uno di loro.

Lì per lì, come nove volte su dieci ahimè mi succede ancora quando lo spirito dell’assertività lo lascio a dormire a casa, ero talmente sconcertata che non ho saputo rispondere. Poi ho capito: non ho saputo rispondere perché quella era la voce di mio padre, che usciva dalla bocca di un altro. Ma con la stessa energia, la stessa postura, lo stesso atteggiamento.

E quando mio padre in persona ha, ovviamente e prevedibilmente, reagito allo stesso modo, sorprendentemente ho risposto. Gli ho risposto che non aveva il diritto di giudicare inutile ciò a cui mi appassiono, se non voleva che a mia volta giudicassi le ore che passa a discutere di calciomercato neanche si trattasse di un Referendum Costituzionale. E l’ho azzittito.

Non aveva il diritto perché noi siamo diversi, e ciò che avverte importante una donna non è detto che sia meno importante di ciò che avverte importante un uomo. E quando le due sensibilità si incontrano è bellissimo, perché è ciò che Dio stesso sognava per noi creandoci “maschio E femmina”, insieme. Dio conosceva lo yin e yang molto prima che arrivassero gli anni settanta e i figli dei fiori.

A che servono quegli alberi?

Quegli alberi servono a stare bene.

Servono a consolare il cuore quando all’alba di un’ennesima, potenzialmente inutile mattina, gli uccellini ti sorprendono cinguettando nei raggi dorati che filtrano tra i rami. Una consolazione inaspettata, quanto sofferta sarà la sua mancanza.

Servono a dare casa a quegli uccelli e a tutti gli altri animali intorno, tra cui la colonia di gatti della stazione, che la gente del posto nutre e di cui si prende cura.

Servono a dare respiro a un paese dove i maschi che capiscono le cose importanti, vale a dire i soldi, hanno costruito per decenni case su case senza criterio, senza piano regolatore, senza un minimo di verde, piazze o altro che non lo rendesse un dormitorio di anime inscatolate nell’isolamento collettivo urbano.

Servono a ricordarci la pazienza. La pazienza che ci vuole a crescere da un seme, fino a ergersi su fino al cielo, la pazienza del lavoro di anni con un progetto a lungo termine di cui non vedrai risultati immediati.

Servono a ricordarci l’importanza delle radici, che solo se hai radici ben radicate, sviluppate e forti, puoi crescere forte e dritto.

Servono a darci stabilità, ossigeno, energia, a far suonare il vento tra le fronde.

Servono a darci bellezza.

Sì. Perché la bellezza è importante, cazzo.

E se non lo è, allora smettete di guardare le belle donne quando passano.

Mettiamo fuoco alle pinacoteche, distruggiamo quel che è rimasto dei siti archeologici, che già ve ne frega poco, abbattiamo chiese e musei, sfondiamo le tele, buttiamo giù le statue, fondiamo i bronzi.

Se la bellezza non è importante, non dovete più accumulare ricchezze per farvi la villa al mare, non dovete andare in montagna.

Non dovete più ascoltare musica.

Non leggete più nemmeno un passo di un libro.

Vi ho visti, voi che criticate e dileggiate, vi ho misurati. Guardatevi, guardate la vostra vita. Avete facce annoiate, corpi stanchi, in sovrappeso, frustrati, e non dal lavoro; avete l’irritazione delle cose che sfuggono negli occhi. C’è qualcosa che non quadra in questa vita dedicata alle “cose importanti” in cui, nonostante le ferie, vi sembra di non afferrare nulla, vero? Sono arrabbiata, e addolorata, ma non vi giudico; vi compatisco. Non giudicate me.

Voi avete chiuso il cuore al dolore e alla bellezza, e non sapete cosa vi perdete.

E ringrazio Dio che esistano anche qui anche uomini altrettanto maschi e pragmatici, e sensibili e capaci di ascoltare e accogliere una donna, e le “sue cose importanti”.

E’ triste che serva la morte di alberi, che per me e tanti altri qui sono importanti, per risvegliarci, per ricordarci che la mia terra sono io, che il DNA che scorre in quella linfa è anche il mio, e che una ferita inferta a questa terra  è inferta anche a me. E’ triste, ma forse non inutile.

Perché adesso anch’io, come Lilli, so di avere un’energia che non sapevo di avere. E so che voglio lottare per la bellezza, voglio salvaguardare il possibile, voglio vigilare. Voglio fare di più di quanto il mio sonno alieno mi abbia permesso finora di fare.

Perché per me, ridetene pure, è importante.

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