Drin drin

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L’operatore telefonico vintage. Come me quando mi risponderanno.

Il telefono squilla, da qualche parte, ma nessuno risponde.

E la musichetta va all’infinito, come la voce registrata di una signorina sempre allegra, che mi stempera il malumore. Il telefono continuerà a squillare, ma nessuno risponde.

E mentre stai lì, aspettando, sperando che si sbrighino a rispondere, che un’anima buona, possibilmente con un accento vagamente italico, ti spieghi come sbrogliare la faccenda della compagnia telefonica che per semplificare le cose, al passo coi tempi, le complica fino all’inverosimile… ti ritrovi a pensare che la terra trema. Trema anche quando è ferma.

Che non ce n’è per nessuno, che non lo puoi controllare. Che il meglio che puoi fare è fare il polpo snodabile con le ventose: snodabile per non spezzarti le ossa contro gli urti dei flutti; con le ventose per attaccarti allo scoglio, quando il mare è in tempesta e sai che puoi far affidamento solo su quelle, le ventose. Le tue ventose. La vera forza è la flessibilità, dice il maestro di T’ai Chi.

Chiamiamolo radicamento. Chiamiamolo come ci pare.

Chiamiamolo senso pratico; visione del reale. Qui e ora.

Diciamoci che qui e ora è tutto quello che abbiamo.

Qui e ora, giro la poltrona da scrivania dell’Ikea che perde i pezzi, e mi ritrovo davanti un tramonto giallo-blu con le nuvole vestite a festa e una falce di luna che, da sola, falcia via in una falciata sola tutti i pensieri. Quelli che invece di servirci ci mettono al tappeto e non servono a niente. Ora, fosse il tappeto dello yoga… magari sarebbe pure piacevole. No, semmai è il tappeto dell’osteopata e fa pure male… mamma, quanto scricchiola il collo a sostenere tutti quei pensieri.

Lo dice sempre un alieno, che ci vuole fede. Vede quello che gli altri non possono vedere, vede lontano, nel tempo, nello spazio. Come fa a far capire agli altri quello che vede e che non si potrà toccare con mano, non a breve, non vicino?

Ci vuole fede per non cadere, quando la terra trema anche quando è ferma. Quando la vita degli altri te lo ricorda, e quando anche la tua arriva a un giro di boa.

Ci vuole fede quei giorni che ti dici “Ma chi me lo fa fare?”. Eppure in qualcosa ci crediamo, tutti. Qualcosa in cui poniamo tutto l’essere che siamo, il nostro Dio personale, quello che serviamo anche senza rendercene conto, anche se non vorremmo. E in virtù di questo dobbiamo perseverare, eroi della giornata di ventiquattr’ore che sembra averne settantadue, piccoli scalatori dell’Everest invisibile, ma che sfianca i muscoli dell’anima, come possiamo constatare quando a sera ci corichiamo esausti.

E come i migliori eroi da Netflix del nostro tempo, dovremmo ricordarci, al di qua dello schermo, che la terra trema proprio per testare la nostra determinazione, che la resa dei conti è in genere il finale della storia, appena prima che i buoni trionfino sui cattivi; che i migliori eroi cadono, ma poi si rimettono in piedi. E tu ti chiedi “Ma chi glielo fa fare?”. C’è scritto sul copione, devono per forza.

La vera forza è la flessibilità, dice il maestro di T’ai Chi.

(Sarò buona o cattiva con l’operatore telefonico? Ma soprattutto: avrà il buon cuore di rispondere, prima che la musichetta di sottofondo diventi fuori moda e la signorina della voce registrata vada in pensione?)

 

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“ET… telefono… casa!”
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