Julian

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E dopo Conor, eccoci qui con un altro personaggio secondario. Un personaggio formato tascabile… ovvero un bambino. Un personaggino insomma. Un personaggino “turner”. Cosa vorrà dire essere turner nei miei libri… ve lo lascerò scoprire poco a poco. Sì, che non ci vuole un intuito superiore…

Ad ogni modo, Julian è un altro personaggino, come si diceva: orfano, “turner”, col vizio della vanagloria, e perennemente fidanzato con Rosy. Non a caso si chiama Julian, lo voglio dire: ma questo è un riferimento più musicale che letterario, e per veri intenditori, che non svelerò nemmeno sotto tortura. 😀

Compare già in Veritate, il primo volume, dove decide arbitrariamente che una certa personaggia debba fargli da madre. Ma questa è un’altra storia, e poco influente ora. Il brano che voglio sottoporvi lo presenta abbastanza bene, a mio avviso, sebbene sia un altro brano di Iustitia, il secondo volume. Racconta di uno degli sfidanzamenti di Julian, e di come ricorre al suo solerte consulente matrimoniale preferito, Leo.

Spero vi piaccia.

 

“Nel frattempo Rosy, più imbufalita che mai con tutti loro, se ne andò in riva al mare, che la marea aveva spinto più vicino alle tende. Era così arrabbiata che scagliò un rametto con forza lontano e non volendo inciampò in un grosso masso che si rivelò parlante.

– Ahi! – si alzò il masso.

Rosy sussultò, poi riconobbe Julian.

– Ma dico sei scemo a metterti di traverso qui al buio? –

– Sarai scema tu, che mi cammini sulla testa! Ma che vuoi? Io me ne stavo in santa pace… –

– Ecco statti in santa pace – sedette lontana da lui – Che ti riesce bene –

Julian allora la fissò con un sopracciglio alzato.

– Che vuoi dire? –

– Lo sai bene che voglio dire! – fissò impettita il mare – Che sei un montato prepotente. Non ti sopporta più nessuno. Ma perché non te ne sei andato con la tua “mamma”? –

– Perché aveva da fare –

– Sé! Te lo dico io perché: perché ti ha rimpiazzato con quel neonato, più piccolo e più buono di te! Ecco perché! Tutte le mamme fanno così, non lo sapevi? –

– Non dire stronzate! –

– E tu non dire parolacce! Sennò lo dico a padre Helmut! –

– Sai che me ne frega! Quando torna Morgan, vedrai quante mazzate ti prendi… –

Tuttavia il dubbio si insinuò nel suo cuoricino, già insicuro e traballante.

– Sei cambiata. Non sei più buona con me – borbottò imbronciato – Ce l’avete tutti con me. Perché siete invidiosi, che io sono turner e voi no, che c’avrò il tatuaggio e voi no, che io c’ho una mamma, adesso, e voi no! –

– Quanto sei lagna, Julian! Ci credo che Morgan se n’è andata. Chi la vorrebbe una lagna come te? –

A quel punto, superato il fragile limite di sopportazione del focoso draghetto di fuoco in erba, Rosy si beccò una manciata di sabbia in faccia e dopo avergliene urlate quattro in risposta scoppiò a piangere. Ma prima di piantarlo lì ebbe modo di sancire il divorzio:

– Non ti amo più, stronzo! – e scaraventò sulla sabbia un anellino di giunco di cui il suo fidanzatino evidentemente gli aveva fatto dono.

Per sciocco che possa sembrare, quello fu l’epiteto che più di tutto il resto lo fece soffrire: non lo amava più? Perché? Come? Aveva fatto tutto quello che Leo gli aveva insegnato: l’aveva corteggiata, le aveva dato l’anello, e anche il bacio sulle labbra. Erano fidanzati, per forza. Non poteva “non amarlo più”. Era impossibile, non fattibile, non previsto dalle regole. E se non era fidanzato con Rosy, allora con chi si sarebbe sposato da grande? Morgan no di certo: gli aveva detto Leo che sarebbe stata troppo vecchia per lui, allora, e anche troppo occupata con qualcun altro, a suo dire.

E c’era di più: Rosy era la sua migliore amica. La sua unica amica, anzi. Aveva sempre avuto difficoltà nel legare con gli altri; troppo irruento, troppo procacciatore di guai, era sempre riuscito a farsi mettere in punizione un giorno sì e l’altro pure… Rosy era l’unica con cui riuscisse a starsene buono a inventare storie, a fantasticare sulla casa che avrebbero avuto in futuro, e i figli e i viaggi che avrebbero fatto insieme. Rosy era bellissima. Più anche di Morgan (ma questo a lei non l’avrebbe mai detto). Non poteva non farsi amare più. Doveva fare qualcosa… ma lei era sempre imbronciata, da qualche giorno in qua, diceva sempre quelle cose velenose sul fatto che Morgan l’avesse piantato per quel bambino, e che lui si era montato la testa sul fatto che era più bravo di loro, più veloce, più forte… il fatto però era che… era vero! Lui era davvero più veloce, più bravo e più forte di tutti loro! Era un turner, per la miseria! Per la prima volta nella sua insignificante e miseranda vita poteva vantarsi di qualcosa, e qualcosa di veramente fico! E non glielo lasciavano nemmeno fare! “Che mondo ingiusto” mugugnò profondamente corrucciato guardando il riflesso della luna sul mare.

Quindi si decise a chiedere consiglio al suo esperto in fatto di relazioni uomo-donna: Leo.

Lo trovò che si allenava poco lontano dalla tenda che divideva con Chen Liu, non pago delle fatiche e dello stress quotidiano; sosteneva che star fermo ad aspettare lo uccideva.

– Ehi, microbo – lo salutò, tra una distensione e l’altra – Niente nanna? –

– Rosy mi ha lasciato – andò dritto al punto, mesto come a un funerale e chiarendo il concetto mostrandogli l’anello di giunco tra le dita.

– Mmh – annuì gravemente il turner, fermandosi e asciugandosi il sudore – Una faccenda seria, allora –

– Sì. Serissima. Se non sposo Rosy, non mi sposo nessuna –

– Eh! Mi sembra un po’ prematuro per certe conclusioni, mio caro. Tieni – gli passò la sua borraccia e il ragazzino si illuminò tutto – Ė acqua, microbo – lo redarguì – Se ti dessi quell’altra, sai tua madre dove mi farebbe volare? –

Quindi le spalle di Julian si afflosciarono di nuovo. Da un po’ di giorni aveva sorpreso Leo a bere da una fiaschetta in cui teneva l’acqua mista a qualcos’altro di decisamente proibito per un turner.

– Allora, microbo, cos’è questa storia di Rosy? –

– Mi ha piantato, ti ho detto – parlò col mento attaccato al petto.

– L’avevo capito. Come mai? C’è un altro microbo che le fa la corte? –

A quella domanda Julian alzò la testa sospettoso.

– Non ci avevo pensato. Quello stupido di Max Scorreggione le sbava dietro! – poi però tornò col mento sul petto – Ma a Rosy non è mai piaciuto Max Scorreggione –

– Dubito che ad una signora possa piacere uno che si fa chiamare “Scorreggione”. Ma torniamo a noi, se non è un altro microbo, allora dev’essere qualcosa che gli hai fatto tu –

– Io non ho fatto niente! – si lagnò Julian.

Ma Leo lo fissò scettico.

– Caro microbo, qui ti abbiamo conosciuto perbene tutti quanti, e sappiamo quanto poco stinco di santo tu sia. Che hai fatto? Avanti –

– Le ho solo buttato un pochino di sabbia in faccia. Qualche granello –

– Per esperienza personale, microbo, alle donne ci vuole un po’ più di qualche granello di sabbia per levare quello dal dito. E perché avresti avuto questa grandiosa idea? –

– Mi ha ingiuriato. E anche la mamma –

– Mmh. Ingiurie ripetibili? –

– Dice che sono un montato prepotente, che non mi sopporta più nessuno, e che la mamma mi ha mollato per quel bambino più piccolo! Che tutte le mamme fanno così… –

– Beh, che sei un montato prepotente è vero – rise all’occhiataccia che il bambino gli riservò – Non stai gestendo con molta cautela questa faccenda dell’essere turner: ti ho visto. Non fai che vantarti con gli altri microbi su quanto sei veloce, quanto sei forte… sugli allenamenti supersegreti che ti ha impartito tua madre… ci credo che non ti sopportano più. Dì: tu lo sopporteresti uno che non fa che vantarsi come fai tu dalla mattina alla sera? –

– Ma però è vero – borbottò ancora col mento attaccato al petto.

– Innanzitutto non si dice “ma però”. Proprio perché è vero, non serve che tu stia lì a ripeterlo ogni giorno. E poi che segreti turner sarebbero se li spifferi in giro come fossero barzellette? –

Julian sospirò.

– Quindi non devo più dire che sono un turner? –

– Certo che no! Ė una cosa supersegreta, e troppo superpericolosa per sbandierarla ai quattro venti. Mi rendo conto che con noi in giro, e soprattutto quello spettacolo ambulante di tua madre, vi siete fatti un’idea romantica dell’essere turner… ma ti assicuro che non è affatto tutto rose e fiori. E cribbio, dovreste averlo visto anche voi microbi, no? La gente ci teme, ci odia. Forse non ne hai mai sentito parlare, ma ci sono delle cose chiamate Leggi di Tutela Sociale che dicono che se sei turner puoi essere schiaffato in galera anche se non hai fatto niente, perché di sicuro qualche caramella l’hai rubata come minimo; e se c’è poi una formale accusa puoi anche marcirci in galera, perché tanto non hai diritto a un processo, e se anche te lo facessero il processo, risulteresti colpevole sicuro… e seppure dovessi uscire di galera, sarai segnato a vita, non potrai più votare né fare altro alla luce del sole e col tuo nome e cognome… non so se ho reso l’idea –

Il ragazzino annuì lentamente.

– Non si scherza con queste cose, Jule. Essere turner non è una scampagnata. E se non hai un clan alle spalle e ti metti in testa di fare il cane sciolto, è dieci volte più difficile rimanere in vita. Capisci, microbo: è una questione di vita o di morte, non un gioco. Per questo l’addestramento è una cosa sacra, e Chen Liu fa tanto lo schizzinoso con te: non sono cose da fare alla leggera. Se sbagli un passo ti spezzi l’osso del collo, e sei morto –

– Ma Chen Liu è bravo –

– Essere bravi non vuol dire necessariamente saper addestrare qualcun altro. E se non può lui, figurati se posso azzardarmi io, che ho molta meno tecnica di lui… –

– E come mai? –

– Perché la mia scuola è stata la strada, microbo. Ho rubacchiato un po’ di trucchi qua e là… e quando sei nel box, conta anche una buona dose di culo. Ma non dire a tua madre che te l’ho detto – gli fece l’occhietto – Quanto alla faccenda che se n’è andata col pupo… è vero. Se n’è andata. Col pupo. Ci ha letteralmente abbandonati a noi stessi, senza battere ciglio, la signorina. Ma devi capire, Jule – il suo sguardo si fece lontano sui flutti neri poco distanti – Ė una donna che deve fare delle cose, grandi cose. L’avrai capito, no? Noi… di sicuro ci vuole bene, a te soprattutto, ma per ora non siamo la cosa più importante nell’ordine delle cose. Non possiamo aspettarci di essere sempre al centro della sua attenzione – deglutì – Dobbiamo adeguarci. E aspettare –

– Aspettare che cosa? –

– Di ritrovarla nel Settore Indiano, in primo luogo. E poi, che si accorga anche di noi. Ma di sicuro non è una di quelle mamme che se ne va lasciandoti per sempre, questo lo devi tenere a mente. Lascia perdere le baggianate di Rosy, ok? Mi sa tanto che qui ci vuole la fiasca “benedetta” – allungò la mano alle sue spalle dando poi un’ombrosa e malinconica sorsata.

– Comunque, se vuoi la mia opinione spassionata, devi chiederle scusa. Ė una signora, e ad una signora non  si getta la sabbia in faccia, chiaro? Prima chiedile scusa. Poi, se ci tieni davvero, falle un bel discorsetto: dille che quando la vedi non ti senti più il cuore nel petto da quanto ti fa male, che tutte le altre spariscono come se fosse l’unica al mondo… dille quanto ti si annodano le viscere quando un altro maschio le mette gli occhi addosso, quanto ti senti morire quando non puoi vederla, né sentire la sua voce, quanto vorresti averla accanto quando la notte… beh, no! Questo non glielo puoi dire. Tutto il resto però sì. Non tenerti niente. Tutto quanto… – bevve ancora – Ehi! Non ci provare nemmeno – fulminò il bambino con lo sguardo, beccandogli un’espressione furbetta in viso – Se fa male a me che sono un uomo, figuriamoci a te che sei un microbo –

– Ma se fa male, perché lo bevi? –

– Questa è davvero un’ottima domanda, microbo… –

[…]

Julian era davvero troppo eccitato per restarsene a dormire con gli altri.

L’allenamento con Chen Liu era stato massacrante, e durato più di tre ore. Avrebbe giurato che sarebbe crollato a dormire come un sasso, e invece non riusciva a chiudere occhio ripensando a tutte le straordinarie cose che gli aveva mostrato e detto Chen Liu: era sembrato ansioso di far un compendio delle cose fatte fino ad allora con Morgan, e di quelle basilari della Scuola Cinese. Gli aveva mostrato come stare in piedi, come giostrare il peso del corpo, calibrandolo insieme alle fasi del respiro; gli aveva mostrato i segreti delle tecniche di attacco e difesa, come fronteggiare un nemico di tanto più grande e grosso, come impedirgli di entrare nel suo spazio, come usare i punti di forza dell’altro trasformandoli in punti deboli, e i suoi propri punti deboli in punti di forza.

Poi la cosa più straordinaria di tutte: gli aveva regalato un coltellino. Aveva detto di averlo trovato in uno spaccio in città e che sarebbe stato giusto per la sua mano, per ora; gli aveva mostrato come impugnarlo, come e dove affondarlo nell’avversario, per ferire, per difendersi, per uccidere; gli aveva mostrato come lanciarlo.

Alla fine si era anche complimentato. La mamma invece non faceva quasi mai complimenti, ma quando li faceva era sicuro che era stato bravo davvero. Chen Liu aveva detto che era portato.

Era portato.

Quelle due parole erano quelle che, più di tutto il resto, gli impedivano di chiudere occhio. Sapeva ormai di essere un turner, sapeva che una volta in India la mamma gli avrebbe fatto fare il battesimo, col tatuaggio, il totem e tutto il resto; sapeva un mucchio di cose ormai sull’essere turner, ma non aveva mai saputo di “essere portato” per quello. Questo cambiava tutto. Lo faceva sentire pieno di qualcosa che non aveva mai saputo cosa fosse. Non aveva mai nemmeno saputo che esistesse qualcosa da riempirlo così. Era così pieno di quella cosa invisibile e indicibile che quasi quasi gli veniva voglia di piangere. Così pensò all’unica persona al mondo a cui, oltre alla mamma, avrebbe voluto raccontare quella cosa. E andò a svegliare Rosy.

La bambina dormiva placidamente insieme agli altri, quando si senti scuotere piano la spalla.

– Rosy, ti devo dire una cosa – sussurrò Julian.

Rosy ci mise un po’ a metterlo a fuoco, ma poi annuì incuriosita e scivolò fuori dal sacco a pelo.

– Che cosa mi devi dire? –

– Vieni – la prese per mano e la condusse poco distante, dove le orecchie dei grandi e dei piccoli non li avrebbero sorpresi. Quindi prese un bel respiro – Ti devo chiedere scusa –

La bambina lo guardò fisso fisso negli occhi senza battere ciglio.

– Ho sbagliato a buttarti la sabbia in faccia. Ero arrabbiato, ma ho sbagliato a buttarti la sabbia in faccia. A una signora non si fa –

– Sono una bambina, Jule, non una signora – gli fece notare Rosy.

– Fa’ lo stesso. E ho sbagliato a vantarmi con voi. Un debole si vanta; l’ho capito oggi. Me l’ha spiegato Chen Liu –

Rosy sorrise e sentì il suo cuore battere forte. Julian non lo sapeva, ma lui era il suo eroe: da quando aveva scoperto che era un turner aveva preso a fantasticare ad occhi aperti su fantasmagoriche avventure in cui lei, giovane donzella in pericolo, veniva puntualmente rapita da un brutto cattivone di circostanza, che spesso aveva la faccia di uno dei due Ragazzi Terribili del deserto (i più brutti e cattivi che avesse fino ad allora incrociato), e altrettanto puntualmente salvata dall’impavido e invincibile Julian il turner. Peccato che non avesse calcolato che l’impavido e invincibile sarebbe stato anche vanaglorioso e spaccone, il che obiettivamente rovinava un po’ il quadretto. E neanche aveva previsto che l’avrebbe così messa da parte per quella sua “mamma”, caduta tra capa e collo all’improvviso, e per i suoi ormai noiosi allenamenti. Ora però, con quella faccia seria e contrita, gli sembrava proprio quell’eroe dei suoi sogni.

– Va bene: sei scusato –

– Però non dire più che la mamma non mi vuole bene –

– E tu non dire più scemenze da montato sul fatto che sei turner –

– Va bene – sospirò Julian – Facciamo la pace? –

Rosy annuì con piacere.

Fare la pace per loro significava incrociare i mignoli e snocciolare una filastrocca che sanciva la rinnovata concordia, nonché deprecava quelle moleste forze oscure che minacciavano di quando in quando di spodestarla di nuovo.

– Ti devo dire un’altra cosa – continuò, seriamente concentrato Julian, il quale tirò fuori dalla tasca l’anellino di giunco e si inginocchiò, come Leo una volta gli aveva detto che un vero uomo faceva davanti ad una vera donna quando doveva dirle chiaro e tondo le cose come stavano, senza se e senza ma.

– Quando ti vedo il cuore mi scompare dal petto per quanto mi fa male – snocciolò – Le altre bambine scompaiono al tuo confronto –

– Quali altre bambine? – chiese dubbiosa Rosy.

– Quando non ci sei… quando non ci sei… – sembrava far fatica a ricordare il resto.

– Ė una poesia? – chiese Rosy.

– Shh, zitta. Ah: quando non ci sei sto tanto male, e anche quando non posso sentire la tua voce. E quando un altro maschio, tipo lo Scorreggione, ti mette gli occhi addosso mi si annodano le viscere; e quando la notte sto da solo… non lo so cosa succede poi, ma forse ti penso. Un pochino – poi sorrise, pienamente soddisfatto di aver ricordato tutte (o quasi) le cose che il suo esperto personale gli aveva consigliato di dire.

– E adesso? – fece Rosy.

– E adesso ci sposiamo di nuovo – concluse Julian come fosse la cosa più ovvia del mondo – Se mi ami di nuovo. Io ti amo di nuovo –

Rosy a quel punto si vergognava sempre tanto. Quella faccenda dei baci la faceva diventare paonazza, ma adesso era buio e Julian non se ne sarebbe nemmeno accorto. Quindi infilò l’anellino al dito e sancirono la rinnovata unione con un fugace millimetrico contatto a stampo sulle labbra.

– Se siamo sposati, vuol dire che salverai sempre me e i nostri sei figli? –

In un precedente matrimonio, avevano stabilito che avrebbero avuto sei figli; nel frattempo che arrivavano, il ruolo sarebbe stato ricoperto da suo fratello Efrem e gli altri cinque scapestrati.

– Si capisce. Anzi, te lo giuro – tirò fuori il coltellino con fare grave e solenne.

Rosy alla vista della lama si spaventò, ma Julian la tranquillizzò.

– Te lo giuro sul mio onore e sul mio sangue; sai, noi turner facciamo così – disse, come gli aveva raccontato Morgan una sera.

Il giuramento di un turner è la cosa più sacra del mondo; se il suo onore è saldo. E l’onore di un turner è la cosa più preziosa che ha”.

– Giuro sul mio sangue e sul mio onore che ti salverò sempre, insieme ai nostri sei figli – si punse il pollice con la punta del coltellino e lo strinse nella mano di Rosy che fissava rapita lo svolgere degli eventi.

– Ti amo proprio Julian – gli dette un altro bacio non previsto sulla guancia e scappò via, rossa come un peperone.

Ma il favore delle tenebre non lo rivelò a nessuno.

[…]

Non aveva fatto in tempo a dirglielo. Era scappata subito; subito dopo quel bacio non previsto da nessuna regola, sulla guancia. L’aveva proprio baciato, volontariamente, sulla guancia. Cioè, non è che gliel’aveva chiesto lui, o gliel’aveva detto qualcuno a Rosy di farlo. L’aveva proprio voluto fare lei. Di solito, se fosse stato giorno, e ci fossero stati Efrem e gli altri intorno, avrebbe dovuto di regola sentirsi schifato e anche un po’ contrariato, per quella roba da femminucce, appunto; che poi ti rimaneva pure un po’ di saliva residua sulla guancia. E col caldo. Che schifo. Ma era notte, buio pesto, e gli altri dormivano; e non gli aveva fatto schifo neanche un po’. Anzi, uno strano calorino al petto lo fece sentire, come dire, felice. Era un calorino strano, che lo faceva sentire un po’ pieno, un po’ alto, un po’… boh, strano.

Ma non pieno come quando Chen Liu gli aveva detto che “era portato”, no, era diverso.

E non aveva nemmeno fatto in tempo a dirglielo, che Chen Liu gli aveva detto che “era portato”, e che quella cosa gli aveva cambiato tutto. Era scappata, ma tanto glielo poteva dire il giorno dopo. O forse non era nemmeno necessario dirglielo: Chen Liu aveva detto che non tutto si doveva dire sempre; che bisognava stare attenti al perché si vogliono dire le cose. Che solo i deboli avevano bisogno di vantarsi delle cose.

La mamma gliene aveva dette e insegnate un sacco, di cose, ma non gliele diceva così. A Chen Liu bastavano poche, semplici parole, ma gli spiegava tutto bene, e lui capiva sempre, anche se a volte non proprio proprio tutto, però in generale capiva. Era come se Chen Liu parlasse una lingua fatta apposta per i bambini.

Sì, glielo poteva dire domani, oppure anche mai. Voleva godersi quel calorino nel petto ancora un po’… era quello che i grandi chiamavano “amore”? Se era così, era davvero fico. Proprio fico come dicevano.

E quelle parole, lo ammetteva, dette giusto perché Leo gli aveva detto di dirle acquistavano un senso: Rosy era davvero bellissima, e non riusciva, proprio non riusciva a immaginarsi in una vita senza di lei. Che fortuna a star lì tutti insieme… e come sarebbero stati felici da grandi, insieme, a far le cose da grandi, finalmente, senza nessuno che rompeva le scatole!

Rosy teneva a lui! Davvero! Quanto lui poteva tenere a se stesso! Che sensazione straordinaria. Non che la mamma non ci tenesse pure lei… ma in qualche modo, era diverso. Era così felice e invasato da quella sensazione che decise che l’indomani si sarebbe alzato prima degli altri per cercarle dei fiori, farne un enorme mucchio e regalarglieli. Solo che adesso era più eccitato di prima, e di dormire gli andava molto meno di prima…

Drizzò le orecchie all’improvviso in direzione delle tende. C’era qualcosa che non andava.

 

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