La città mamma

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Il respiro del panorama era immenso. Ogni cosa dava un senso di grandezza, di libertà, di nobiltà suprema.
Il tratto più caratteristico del paesaggio, e della vita lassù, era l’aria. Ricordando un periodo passato sugli altipiani d’Africa, si ha la sensazione sconcertante di essere vissuti nell’aria” Karen Blixen, “La mia Africa

Una volta, molti anni fa, mi chiesero dove avrei voluto viaggiare, un viaggio premio “dopo gli esami di stato”, che poi divenne “dopo la laurea”, e forse diventerà “dopo la pensione”. Risposi in Africa. Avevo pianto leggendo “La mia Africa” di Karen Blixen. E piango ancora tutte le volte. C’è così tanta bellezza concentrata in quelle pagine, che il cuore ti vibra per, credo, la paura di non poterla contenere tutta. Credo sia questa la definizione di commozione.
Ma non era questo il motivo.
E nemmeno perché all’emergenza Ebola avevo già le valigie pronte per imbarcarmi, ma poi il mio compagno di allora mi convinse (costrinse?) a restare.
Non ho capito ancora bene perché, ma per qualche ragione il Kenya e il Sudafrica mi chiamano da che ho memoria. Per questo Veritate è ambientato lì. Da sempre.
Forse perché Cape Town, CT come dicono i capetoniani, e Nairobi sono un po’ città mamma. Almeno per me.

“Da lì, la Montagna era ancora visibile sull’orizzonte, col profilo indorato che tutti a CT conoscevano come quello di un parente. Un tappeto di luci e riverberi digradava e andava a gettarsi nelle dolci onde della False Bay a sud, rischiarato appena dal flebile chiarore del freddo mattino che incalzava. Morgan pensò a quante volte aveva visto l’alba in riva a Gordons Bay, il suo posticino privato preferito. Il sole lì arrivava alle spalle, ma gettava sul pelo dell’acqua le lunghissime e rosee ombre, screziandole di azzurro e verde chiaro; al tramonto invece tutto s’incendiava e il giorno andava ad annegare oltre il promontorio del Capo di Buona Speranza, in uno sfavillio di scintille porpora e d’oro. Il cielo e il mare sembravano un’unica immensa cosa in estate, due diversi lembi di uno stesso telo che si spalancava a ingoiare quel punto verso cui tutte le nuvole e le onde convergevano: se lo si guardava dritto al centro, accecava la vista ed il cuore, e non potevi né volevi vedere al mondo niente altro. Questa era CT. La città mamma, la grande protettrice che aveva accolto migliaia di rifugiati delusi e stanchi, ma non al punto da non voler ricominciare, da lì. Non aveva mai rifiutato nessuno CT; CT accoglieva tutti.

Di albe, tramonti e posti Morgan e Faith, da lì in poi, ne avrebbero visti ancora a bizzeffe, ma lì, soltanto lì, nella loro città, sapevano di perdersi in quello che avrebbe strappato loro via l’anima per tenersela per sempre. Non poteva esserci un altro posto uguale a quello, un altro mare, così simile al cielo, uguale a quello. Morgan sfiorò l’erba ai suoi piedi con le dita; sapeva intimamente che il suolo della sua Montagna piatta stava per abbandonare i suoi piedi; e, col cuore gonfio, doveva accettarlo. Là dove tutto era iniziato, dai pensieri, alle parole, alle paure, alle vittorie, ai segreti, agli affetti, là dove tutto sarebbe rimasto puro e grande, come la vita e la morte, come verità in fondo al cuore di ogni cosa, la porta di casa doveva chiudersi alle loro spalle.

Si usciva incontro al mondo, adesso; c’erano fughe da percorrere, battaglie da combattere, nemici da evitare o uccidere; c’erano giorni da affrontare da sole, da adulte, in mezzo a pericoli, ostacoli e scommesse pregiudicate all’origine. C’erano strade da attraversare, città da conoscere e sconvolgere, vite da cambiare per sempre. C’erano verità da scoprire, da nascondere forse.

Quindi senza dirsi nulla, si fissarono l’un l’altra sgomente negli occhi lucidi; avevano paura, una paura troppo grande da farne strumento adesso, ma non erano sole, e questo faceva un’enorme differenza. Sì, ciascuna era l’una per l’altra la compagna di viaggio più imprevedibile e contestabile mai immaginata, ma erano lì, ed erano vive; e soprattutto intendevano restarlo.”

Veritate

 

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Table Mountain, Cape Town

2 risposte a "La città mamma"

    1. Purtroppo, ahimè, non ci sono (ancora) mai stata fisicamente. Ma noi alieni sappiamo viaggiare bene anche senza portarci dietro il corpo 😉 grazie per l’apprezzamento, davvero

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