Che fine ha fatto Terronia?

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L’olio biologico della coraggiosa e virtuosa cooperativa Bosco di Spirito di Andria. Un grazie speciale ai brigantissimi Vito Lantano, Vincenzo Fiore e Franco Di Chio

Correva l’anno 2011. Un’era fa.

Lo testimonia il fatto che, anche fisicamente, io e il mio avatar eravamo un’altra persona. Dodici chili fa, per intenderci. Uno stile di vita fa. Una mentalità fa.

Per chi non lo ricordasse, ricorreva il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, di questa specie di illusione territoriale cioè, metà calzatura d’annata, metà cavolfiore.

Dico illusione territoriale, per l’amarezza che ancora porto dentro, circa un’unità che, nei fatti, non c’è ancora mai stata. Non del tutto. Non pienamente.

Ero una brigantessa. All’epoca fece furore un certo filone di saggistica che riaprì una ferita mai sanata, appunto: “Terroni” di Pino Aprile, “Fuoco del sud” di Lino Patruno, “Controstoria dell’Unità d’Italia” di Gigi Di Fiore, per non dire dei libri di Zitara, Michele Bisceglie, e tanti altri che furoreggiarono cavalcando un’onda comprensibile. L’onda della rabbia sorda, sotterranea, quella strisciante per un meridione che, di fatto, è una terra di serie B in una nazione che sembra più una confederazione (senza nemmeno l’aiuto del federalismo leghista). Di più: la frustrazione di sentire, da sempre, ovunque, che la colpa è nostra se le cose non vanno, perché siamo incapaci, perché siamo criminali fancazzisti dentro, per diritto generico (d’altronde Lombroso docet, no?), perché al sud non c’è la cultura industriale che da sempre c’è al nord, perché abbiamo il sole, il mare, la tarantella: dovremmo divertirci così, col sole, il mare, la tarantella. Dovremmo campare di turismo. E, di nuovo, siamo noi gli scemi se non sappiamo farlo fruttare (risalgono all’anno scorso, se non erro, le opportune esternazioni di un esperto economista in fatto di turismo, esperto di risaputa moralità e morigeratezza, Flavio Briatore, il quale sosteneva che della cultura non ce ne facciamo nulla, quando servono più casinò e Billionaire… ohibò).

Furore, dicevamo, che investì anche me e i miei compagni di battaglia dell’epoca. Fondai un’associazione allora, Terronia, un termine un po’ ironico e un po’ no (il sud difetta di ironia, certe volte: le paranoie che mi hanno fatto per quella scelta… meglio se non ne parliamo, va), se vogliamo anche un modo per omaggiare Pino Aprile e la sua opera di ri-alfabetizzazione storica: sì, perchè la storia dei sussidiari e dei libri, dalle elementari al liceo, ometteva di routine cose che… che gettano una strana luce, controversa, per usare un eufemismo, su fatti che sono le nostre radici. Le radici di quel che siamo oggi, di come ci vediamo e consideriamo oggi, e dei problemi che abbiamo tutt’oggi.

Ometteva, ad esempio, di dire che il Regno delle Due Sicilie, pur essendo una monarchia, con tutto ciò che questo ovviamente e socialmente comporta, era un regno tutt’altro che retrogrado e oppressivo. Che al sud avevamo già una cultura industriale prima che il nord scoprisse cosa fosse l’industria: la Mongiana, San Leucio e tante altre cose lo testimoniavano. Cose dimenticate ovviamente, e che all’indomani del 1860 furono sistematicamente distrutte, smantellate, e talvolta trapiantate al nord: sono tutti dati corredati di fonti. Fu Carlo Bombrini, ad esempio, capo della Banca d’Italia, nel 1862 a dire “I meridionali non dovranno mai più intraprendere”.

Ometteva, ancora, di dire che quella che ci vien passata come una liberazione dal tiranno brutto e cattivo da quei generosi buoni di cuore che erano Garibaldi, Mazzini, Cavour, Savoia e via dicendo… in realtà è stata una guerra civile, una vile invasione armata, senza neppure dichiarazione ufficiale di guerra, che costò il sangue e le ricchezze di un sud che, di fatto, non si è mai più rialzato da allora. Omettevano di dire che il brigantaggio fu una lotta di resistenza all’oppressore piemontese, che in alcuni casi ci furono violentissime e crudeli repressioni ingiustificate (stragi di Pontelandolfo e Casalduni), e che circa 40.000 meridionali furono deportati in una fortezza vicino Torino, Fenestrelle, un lager ante litteram di fatto.

Allora come ora, credo profondamente che non possiamo pensarci come nazione unita se quella ferita, tuttora aperta nell’inconscio collettivo, non viene sanata. Se non viene riconosciuto il modo sanguinoso e pregiudizioso con cui “a forza” siamo stati costretti a fare i fratellastri d’Italia (quelli scemi, per intenderci). Recuperare la consapevolezza storica può aiutarci a capire meglio chi siamo e cosa possiamo diventare…

Però. Però mi scontrai contro un fenomeno forse prevedibile, ma che di certo non era d’aiuto. Che la rabbia, cioè, travalicasse i confini della ragione, spesso, non facendo comprendere che 150 anni di storia e geografia non si possono cancellare con un colpo di spugna. Che ormai, forse anche solo quando c’è la nazionale in tv, siamo italiani, che ci piaccia o no. E, soprattutto, che attribuire ciecamente tutte le colpe dei guai attuali a fatti di 150 anni fa è inutile e fuorviante, e non ci assolve dalle nostre responsabilità. Sì, perché probabilmente abbiamo subito (e continuiamo a subire) politiche antimeridionali, razziste e profondamente ingiuste, inadeguate al territorio, ma abbiamo anche permesso che quelle politiche venissero attuate da classi dirigenti che noi abbiamo coltivato, votato e delegato. Da un modo di fare che è presente nella nostra cultura, che ci piaccia o no: la lamentela, da un lato, e la mafia, dall’altro.

Ed è inutile che scuotiate la testa: è così. Ci piace lamentarci, come stile di vita. E’ una comoda rinuncia al rimboccarsi le maniche e agire, perchè, che ve lo dico a fare, se le cose cambiassero davvero non avremmo più di che lamentarci. E ci piace la mafiosità. Metti una parola buona, che quello è amico mio… digli che sei mio figlio, e vedi che ti tratta bene… scusi assessore, non avevo visto che era lei, sennò non le avrei chiesto patente e libretto… prego, passi, passi pure…

In breve: ciò che mi destava perplessità era l’ossessivo cercare un nemico da odiare, su cui recriminare, per dire “Colpa sua! Non mia! A morte il nemico piemontese!”. Su cui proiettare e sfogare le quotidiane frustrazioni di una vita. Aprivi Facebook la mattina e ci trovavi i routinari post invettivi di gente costantemente incazzata dentro, con chi non aveva importanza (il nemico piemontese?). Gli incazzati dentro li chiamavo. Ora, se questo atteggiamento avesse avuto un senso costruttivo e propositivo, l’avrei accettato; il problema, invece, è che ci si accaniva sulla rivendicazione di certi lingotti d’oro scomparsi dalle casse dei Borbone… e si trascurava di affrontare i problemi serissimi delle infrastrutture carenti e fatiscenti al sud OGGI. Per dirne una. (E cioè: non col solito sfogo incazzato di circostanza, che più o meno implicitamente lasciava sempre intendere: ma che colpa c’ho io, è colpa sua, del nemico nordista!)

E poi l’atteggiamento nostalgico che, personalmente, non mi è mai appartenuto verso i Borbone e verso certe manifestazioni folkloristiche che, sempre per quanto detto sopra, lasciavano il tempo che trovavano.

Infine, i milioni di movimenti, gruppi, associazioni e chi più ne ha più ne metta, non solo erano un marasma senza capo nè coda, di personalismi radicali e litigiosi all’eccesso, nascondevano, anche, soggetti esaltati e di una violenza inaudita, che predicavano tesi allucinanti e che tuttora stento a credere di aver udito, circa secessioni, e altro che non sto a dirvi… ma soprattutto in termini che non ammettevano tesi alternative nè modi pacati per un confronto plurale. E non si aveva la benché minima linea di azione: una che fosse una!

Per tutti questi motivi, ed altri personali, mi allontanai dall’attivismo e da quegli ambienti. Pur con amarezza. L’amarezza delle enormi potenzialità che abbiamo, umanamente, spiritualmente e territorialmente… sprecate. Mi ritirai e non fui capita. Mi si accusò di tradimento, abbandono della causa… ascarismo, niente meno. Io che darei un rene per la mia terra.

Ero una brigantessa, dicevo. Ma lo sono ancora. Non si smette di esserlo solo perché per un po’ hai avuto bisogno di rintanarti dal mondo. Lo spirito guerriero non si è mai estinto. Non ho dimenticato. Solo… stavo aspettando il momento buono. Di elaborare la cosa, maturare la motivazione giusta. Le energie giuste.

E due giorni fa è successo. Per circostanze fortuite, su invito di un caro amico, mi ritrovo ad Andria, circondata, di nuovo, da Briganti appassionati e intraprendenti: si trattava di un dibattito su “Gramsci e la questione meridionale”, affascinante e coinvolgente. E, finalmente, attuale. Tra i relatori il filosofo Diego Fusaro, Lea Durante docente all’Università di Bari, Rosa Barone, consigliere regionale del M5S, Nicola Marmo, consigliere regionale FI, e Alessandro Cannavale, saggista meridionalista e docente al Politecnico di Bari. Franco Di Chio, giornalista andriese, moderava.

E’ stato strano, sulle prime. Una specie di revival, un tuffo nel passato. Mi ha riportato alla memoria le volte che andavo per le scuole, parlavo coi ragazzi, mostravo il video che realizzai per Terronia, un video che ha girato molto più di me grazie anche a Lino Patruno e ad altri. Si è parlato finalmente di quei fatti come di una ferita ancora aperta e che vuole essere cicatrizzata, discussa: per questo la consigliera Barone ha proposto una data, il 13 febbraio (vi ricorre la sanguinosa caduta di Gaeta, su cui il famigerato Cialdini, uno che la storia non potrà certo ricordare con onore, si accanì in modo inutilmente crudele), come giorno della memoria di tutti i caduti dell’Unità di Italia. Proposta contestata da certi accademici, come la professoressa Durante, e che però una raccolta di firme ha sentenziato fosse accolta furor populi, e perciò passasse in Consiglio. E si è parlato di federalismo fiscale, e sanitario, s’è parlato dello strano caso delle ferrovie dello stato, che su un versante del Paese sono eccelse e sull’altro sono gli scarti di magazzino. E si è parlato anche di giovani Briganti che cercano di lottare contro i luoghi comuni con idee, start up, cooperative controcorrente… un fermento, cioè, di qualcosa di nuovo, calato in una realtà concreta, proiettato in un futuro progettabile. Ho capito che non ero sola a covare certi pensieri, certe perplessità… e forse è di nuovo il momento di agire.

La mia arma preferita è la scrittura. E quello che può cambiare le cose, al sud come altrove, è un cambio di prospettiva: comprendere che osservare i problemi va bene, ma rimboccarsi le maniche e osare è necessario. Fare rete, conoscerci e sostenerci, far comprendere ai giovani che qualcuno che prova a restare, anziché emigrare, c’è e magari ci riesce. Presentare esempi positivi, soluzioni costruttive. Questa può essere una strada. Se c’è una strada, credo, per tirar fuori l’Italia intera dai guai è a sud. Qui c’è un enorme potenziale che non aspetta altro che di esser messo a frutto. E dire che il turismo è tutto ciò che abbiamo e potremmo mai avere vuol dire non conoscerci affatto.

Ma ovvieremo al problema.

Terronia aveva un motto, che studiai e scelsi non a caso: Suum cuique decus posteritas rependit. La mia personale traduzione è: i posteri rendono a ciascuno l’onore che merita. Che vuol dire che noi abbiamo il diritto di giudicare chi ci ha preceduto senz’appello, perché quel che è stato fatto non si può cambiare ed è ciò che ci ritroviamo per le mani adesso; ma anche noi un giorno saremo giudicati, ed è questo giudizio, quest’onore che possiamo sforzarci di meritare.

Il famoso video di Terronia 🙂

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