Vita da turner

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E questa è una personaggiona turner. La personaggiona turner, controparte di un’altra personaggiona con cui compone il duo di protagoniste assolute: entrambe le abbiamo presentate qui. In questo spaccato di vita da turner, siamo nel loro ambiente più congeniale: una palestra sotterranea di CT, alias Cape Town, luogo in cui il boss del suo clan, don Sebastian, ha avuto un incontro segreto con un altro boss… incontro rivelatosi un’imboscata. Morgan Tyler però è un provetto turner della Scuola Sudamericana e sa dar filo da torcere… dal primo capitolo di Veritate.

Morgan inspirò profondamente: non erano in molti, con la giusta concentrazione poteva farcela. Inalò dunque ossigeno, accompagnandolo alla nota formula della paura che la disciplina e l’addestramento di lungo corso le avevano scolpito nelle viscere. “La paura è mio strumento” sussurrò la voce allenata nella sua testa “Non lascerò che il mio corpo, il mio spirito e la mia mente siano schiavi della paura: sveglia il mio corpo dal torpore, lo prepara alla sopravvivenza, col massimo sforzo e il minimo dolore. La paura rende rapido il mio sangue, pieni i miei polmoni, veloce e forte il mio cuore, pronti i muscoli alla difesa e alla fuga, svegli i nervi al pericolo e alle giuste reazioni. Non lascerò che il mio corpo, il mio spirito e la mia mente siano schiavi della paura. La paura è mio strumento”.

Queste parole, in un turner addestrato, evocavano una risposta psicofisica riflessa, che li rendeva effettivamente capaci di usare le reazioni ancestrali della paura a proprio vantaggio: il sangue era abituato a defluire nelle masse muscolari e al cervello, il respiro a calmarsi, a farsi più profondo e ampio permettendo alle cavità toraciche di inalare più aria ed estrarne più ossigeno, il sistema locomotore a posizionarsi in una strategica postura di difesa e attacco, gli occhi a cercare le vie di fuga e i punti deboli dell’avversario. L’istinto era abituato a far qualunque cosa pur di non morire. Qualunque cosa.

L’animale racchiuso nello spirito di un turner, a quel punto, era pronto a liberare il suo potenziale, a discapito di chiunque si frapponesse tra egli e la sua sopravvivenza; l’unica cosa che valesse, per cui avesse senso vivere o morire, l’unica cosa che regolamentasse la vita di un turner, nel senso più alto del suo essere, erano le sue regole: veritate, iustitia, libertate e honore. In teoria. Questo tuttavia era ciò che Morgan aveva imparato in anni di addestramento secondo i dettami della Scuola Sudamericana, nel clan di don Sebastian Pintera.

I primi due avversari rallentarono, in vista dell’arma puntata, ma non servì a molto perché Morgan sapeva vederci bene al buio e aveva un’ottima mira, coadiuvata da un braccio che sapeva star fermo e dal respiro regolare. Sparò quindi con precisione due colpi per turner, uno alla testa, l’altro nel torace: non era il caso di dispensare misericordia, in una situazione potenzialmente letale. I due si accasciarono subito, immobili, quindi contò i colpi nel caricatore e prese a correre.

Purtroppo i compagni di quei due non demorsero e la seguirono. Morgan cercò allora di sviare le traiettorie dei loro spari, e ringraziò la buona stella dei turner nei guai per la mancanza di mira dei suoi inseguitori. Rispose al fuoco: in corsa, nei volteggi, era difficile essere anche precisi, ma se non altro distraeva i nemici; poi finì i colpi e a quel punto non le restò che una cosa da fare: aspettare il nemico e affrontarlo nel corpo a corpo.

Si fermò, si mise in posizione base, ripeté la formula della paura e nel frattempo respirò: per ogni respiro che inalava, affondava i piedi sempre più nel piano d’appoggio, un mezzo per trarre forza dalla Terra; attese il momento buono e, appena fu nel suo raggio d’azione, scagliò con violenza l’arma contro il primo, colpendolo alla testa; poi caricò con una rincorsa il secondo. Seppe disarmarlo spezzandogli l’avambraccio, per poi usarlo come scudo quando sopraggiunsero gli altri e le spararono contro.

Ad un certo punto udì qualcuno ammonire gli altri dicendo “È Tigre, idioti!”, come se questo avesse potuto cambiare le carte in tavola. Di fatto nessuno più le sparò a quel punto, e però la circondarono mirando a fiaccarla alla stregua di un punching ball.

Estrasse un piccolo stiletto dalla tasca esterna sul polpaccio destro, dunque tagliò tendini e carotidi a profusione: l’arma bianca era una sua specialità e questo, insieme alla padronanza nel volteggio (elemento caratteristico della Scuola Sudamericana), la rendeva particolarmente insidiosa, dura a cedere. Poi un colosso, sicuramente un drago di pietra, le afferrò e bloccò il braccio in una morsa, costringendola a mollare l’arma: lì Morgan temette per le sue ossa, ma il tipo non si prese la briga di fratturargliele. Quindi, approfittò della misericordia mal riposta dell’avversario per mollargli uno di quei colpi che non sbagliava mai: un calcio in mezzo alle gambe.

Il tipo imprecò in spagnolo in modo tanto forbito e creativo, che quasi quasi Morgan lo trovò simpatico: sgusciò all’accerchiamento e si dette alla fuga. Dopo alcuni minuti rallentò; li aveva momentaneamente seminati.

Non conosceva bene il posto, non aveva la più pallida idea di dove fosse, e la cosa non le piacque affatto. Avrebbe voluto usare il comunicatore al polso, ma sapeva che se l’avesse fatto i turner di Fuentes l’avrebbero intercettata prima dei suoi compagni. Andò avanti a casaccio, quindi, finché non udì un parlottio indistinto frammisto a risatine sommesse: seguì le voci e le individuò in un cunicolo; non riusciva a distinguere le parole, ma di certo i turner in questione se la intendevano alla grande. Si avvicinò senza far rumore quel tanto che le bastò a riconoscere le due sagome: una era certamente Anaconda di fuoco, con l’indistinguibile striscia rossa sul fianco della tuta; l’altra portava… la divisa del clan di don Sebastian?

Impossibile” si disse. Ma non potevano esserci dubbi. Anche perché con orrore riconobbe il timbro della sua voce: Marbelle, Piuma di ghiaccio. Sua ex migliore amica. Ex, cioè, da quando sei mesi prima c’era stata una discutibile faccenda di uomini… ovvero uno in particolare, Eric, anche lui ex da qualche giorno. Marbelle sosteneva che glielo avesse soffiato, cosa con cui Morgan non concordava. Comunque fosse andata, tuttavia, non riusciva a credere che Marbelle fosse in combutta col nemico… era troppo disonorevole per essere vero! In nessun universo parallelo una storia di uomini poteva essere considerata una scusa sufficiente a giocarsi l’onore tradendo il proprio clan.

Poi avvertì un fruscio alle spalle: un turner dall’alto l’aveva avvistata. Riprese l’inseguimento. Dopo un’infinità di svolte, riuscì a trovare un ampio corridoio e seguì il corpo a corpo; sopraggiunsero altri: un colpo inaspettato la raggiunse al diaframma, costringendola ad arrestarsi nella sua pazza danza aerea. Boccheggiò, “La paura è mio strumento“. Decise che in ogni caso non avrebbe reso loro le cose facili, e si dibatté ancora quando quelli ci si misero in due a tenerla ferma, mentre un terzo estraeva da chissà dove uno degli oggetti che Morgan odiava più al mondo: una siringa.

– Non ti agitare, Tigre: tra poco saremo amici per la pelle – le sibilò il tizio mettendo in bella mostra l’ago.

– Prova a ficcarmelo nel collo, amico, e giuro che quando rinvengo ti strappo i coglioni e te li ficco in culo – rispose Morgan nel modo in cui, da figlia di immigrati a stretto contatto col mondo latino e quello sommerso, aveva imparato a fare.

L’altro rise ma un grido di battaglia si levò alle loro spalle e Morgan lo riconobbe come quello del suo compagno di clan, Ragno di ghiaccio. Approfittando del momento propizio assestò una testata al turner di fronte rompendogli il naso e si dimenò ancora tra gli altri due. I suoi sopraggiunsero in tempo per aiutarla a disfarsene e dettero battaglia agli ultimi.

– Credevo vi foste persi – gridò Morgan contro uno dei nuovi venuti.

– Abbiamo fatto un giretto panoramico, e abbiamo deciso… che questo posto non è di nostro gradimento – rispose Ragno di ghiaccio.

Una volta sbaragliati gli uomini di Fuentes, presero una strada per turner e guadagnarono l’uscita.

– Caspita – mormorò Morgan levandosi la maschera appena fuori dal tombino – Non sono mai stata così felice di vedervi –

Un turner, due passi indietro, levò via anch’egli la maschera, mentre raccattava da un finto bidone della spazzatura, dove era stato nascosto, un ampio mantello con cappuccio.

– E perché? Te la cavavi bene tra dieci – se lo gettò addosso coprendosi i connotati.

– Ancora dieci minuti – saltò fuori dal tombino allora Joel, Ragno di ghiaccio – E avremmo trovato marmellata di Tigre d’argento –  poi sogghignò alla sua maniera, dopo essersi levato la maschera, che rivelò i lineamenti africani decisi – Sai cosa mi devi per questo, occhietti d’argento? –

– Non ti devo proprio un bel niente – sghignazzò Morgan – Hai fatto solo il tuo dovere –

– Piuma! – esclamò poi Joel vedendo sbucar fuori dal tombino la turner loro compagna, in ritardo rispetto al resto del gruppo. Joel era sempre un po’ a disagio quando c’era Marbelle, vale a dire Piuma, nei paraggi: un tempo se l’erano intesa.

Morgan s’irrigidì invece: ancora non sapeva come interpretare la conversazione clandestina in cui aveva colto la sua ex amica del cuore… cosa poteva essere capitato in quei mesi per trasformare la loro lealtà e il loro affetto in risolini alle sue spalle, sotterfugi e adesso anche atteggiamenti equivoci, sediziosi al limite del tradimento delle regole? Avrebbe dovuto parlarne con gli altri del clan, con Lince magari? O con don Sebastian, forse? Accusare un membro di tradimento non era mai una faccenda leggera… e Marbelle, aveva anche suo padre nel clan. Il disonore avrebbe macchiato lei e tutta la sua famiglia: ci volevano prove sostanziali per accusarla. E una saggia dormita per ragionarci su bene: non erano pochi i pensieri tormentosi in quel periodo per Morgan Tyler.

E poi… e poi, a dirla tutta, Marbelle le mancava: forse era solo una sciocca sentimentale, ma credeva che tutto sommato qualcosa si potesse recuperare. Dopo tutto, cos’era accaduto poi? Si era trattato solo di un ragazzo, un deludente sciocco ragazzo ben vestito dei piani alti, che prima era uscito con una, poi si era divertito con l’altra, mollandola in un bruttissimo giorno di fine maggio, col cuore a pezzi e la moto distrutta. La sua amatissima Wingley Diablo lucidata, accessoriata e curata come fosse un membro di famiglia.

Per questo, in barba agli stronzi bastardi, Morgan Tyler decise di mordersi la lingua e di tentare di recuperare con Marbelle: le offrì la mano per aiutarla a salire. Ma non aveva calcolato che il rancore dell’altra doveva aver a che fare con qualcosa di più profondo e intenso di una semplice faccenda di uomini : in risposta alla sua offerta di pace, Marbelle Seurat, che aveva già provveduto a sfilarsi la maschera, le lanciò un’occhiata talmente velenosa da restarci secchi e snobbò la mano tesa. Un chiaro rifiuto a concedere trattative. Ovviamente la scena non passò inosservata ad alcuno dei presenti.

– Non ti sembra che sia ora di finirla con queste sceneggiate? – le sibilò Morgan, irritata e pentita di quel momento di debolezza umiliato gratuitamente davanti a tutti.

Marbelle la fissò ancora con astio, poi sorrise.

– Quali sceneggiate, Tigre? Io ho dimenticato tutto. Tutto

– Dov’è Falco? – le chiese poi Joel.

– Falco c’è rimasto – rispose Marbelle laconica – Abbiamo un turner di meno –

Nella stradina buia venti turner osservarono qualche minuto di silenzio ad occhi bassi, pensando al compagno perduto.

Che i tuoi occhi possano dormire; che la tua acqua possa bagnare la terra… – intonarono sommessamente la formula di rito guidati da Joel. La formula, per i turner che morivano, tutti loro ben la conoscevano. Perché i turner morivano spesso, e non morivano vecchi.

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