La signorina in rosa

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Ed ecco la seconda personaggiona, che, insieme alla precedente, conclude il duo presentato qui. E’ una personaggiona altolocata e molto particolare… ma la sua vera particolarità sarà svelata piano nel libro. Quel che di sicuro apprendiamo è: l’affinità cromatica di Faith; il suo status socio-economico; la sua scarsa tolleranza nei confronti dell’altra personaggiona. Da Veritate… buona lettura 🙂

A Faith Chainse piaceva il rosa. E per qualche motivo ignoto, se ne vergognava; forse c’entrava il fatto che una certa ragazzaccia dei bassifondi la prendesse in giro per questo. E va detto: quando Morgan Tyler, membro di spicco della scuola di invettivologia del suo quartiere latino, prendeva di mira Faith Chainse… sapeva andarci giù odiosamente pesante.

Di qui la mania ossessiva della vittima di maldicenza cromatica, vale a dire Faith Chainse, di evitare accuratamente d’offrire all’altra ulteriori occasioni di dileggio; il che significava escludere il rosa dal suo vestiario, accessori inclusi. Solo che poi si era ritrovata a dover compensare l’esclusione coatta in qualche altro modo… cambiando la tappezzeria della sua camera, ad esempio. E la biancheria. E le mattonelle del bagno. E anche gli abiti delle schiave personali e di servizio.

E tutto questo creava un che di soffocante. E rosa. Sembrava quasi di stare in una specie di nuvola di zucchero filato gigante; o in un settore apposito della Fabbrica di Cioccolato di Willy Wonka. Il che, segretamente, la terrorizzava: da piccola aveva sempre trovato inquietante Willy Wonka. Per cui la sua stanza si era trasformata nel tempo in una specie di anticamera dell’incubo in cui, in quel tremendo momento del dormiveglia dove non sei più o ancora sveglio, e non sei nemmeno più o ancora addormentato, poteva saltar fuori un sadico omino colorato che canticchiava in modo davvero inquietante.

Ma questa era solo una delle innumerevoli ragioni per cui Faith Chainse odiava profondamente Morgan Tyler. Odiava il suo modo di vestirsi, di camminare, di parlare, di atteggiarsi a piccola boss intrigante e presuntuosa; odiava quella sua moto così volgare e poco femminile, odiava il modo in cui i ragazzi le fissavano il culo quando scendeva dalla suddetta moto, quindi odiava il suo culo così ingiustamente perfetto! E l’accento latino dei bassifondi, il suo gergo e gli intercalare così rozzi, che però facevano sempre ridere tutti, persino le sue amiche del cuore, quelle insulse adulatrici traditrici bastarde!

Oh, lo sapeva bene Faith Chainse che la stragrande maggioranza delle persone che le rivolgeva la parola lo faceva solo perché era una Chainse, e vale a dire una piena di soldi. Comprese le cosiddette amiche del cuore. Solo che senza di loro… sarebbe stata sola come un cane, e questo non le piaceva più di quanto non le piacesse avere ipocrisia intorno. Era triste e patetico, ma era così.

A ben vedere, neanche Morgan sembrava una piena di amici; sì, la gente rideva alle sue battute… ma non sembrava essere sua amica. I ragazzi probabilmente volevano scoparsela… ma chi di loro si sarebbe interessato sul serio ad una rozza e dozzinale ragazzaccia figlia di immigrati? Questo era un pensiero piacevole, ecco, che compensava tutto il resto.

L’altra cosa piacevole era la sensazione che le dava il piccolo scherzetto combinato la sera prima, con l’aiuto di quella Marbelle… uno scherzetto che non era andato esattamente come premeditato, lasciando lo stesso una sottile soddisfazione addosso. Che poi si era mischiata ad altre sensazioni… alcune gradevoli, altre decisamente spiacevoli… perché no, non si era trattato di uno scherzetto onorevole, per dirla alla maniera turner. Ma, tanto, chi l’avrebbe saputo mai?

Dopo una doccia niente affatto ristoratrice, infatti, la coscienza continuò a lavorare con tumultuosi sogni maneschi; sognò di turner, scontri armati, cunicoli claustrofobici, fughe mozzafiato… e quando, tra una scazzottata turner e l’altra, giunse l’immagine del suo fidanzato che si dimenava come una biscia con qualcuno in un letto, Faith Chainse scoprì improvvisamente che non era lei la protagonista del sogno erotico. E che non era nemmeno un sogno.

Perché Faith Chainse sognava cose strane, e conosceva molto bene la differenza tra sogno e realtà.

Le lenzuola di seta magenta, allora, furono gettate all’aria, disfacendo il viluppo insonne di gambe, braccia, e capelli castano chiaro; il cuscino poi fu scagliato a metri di distanza, giacendo informe come un cadavere posticcio voodoo ai piedi della finestra; e le urla, che buttarono giù dal letto la sua schiava personale, fecero tremare i cristalli del lampadario fucsia. A nulla servì prendere le sue pillole rosa antico, ripescare il povero cuscino incolpevole dal pavimento e cacciare a pedate la povera schiava: non avrebbe più chiuso occhio. Sì, tutto lasciava presumere che quel letto avrebbe albergato un’autentica nottataccia.

Pianse Faith, povera Faith: non che si fosse mai fidata degli uomini, e particolarmente di quel ragazzo che sua nonna le aveva caldeggiato quale ottimo partito. Sua nonna ingeriva largamente nelle sue cose da sempre, come fosse normale e assodato, e lei glielo lasciava fare. Perché? Forse perché era l’unico modo di essere sua nipote; e forse anche perché se non fosse stata sua nipote, non sarebbe stata nient’altro per nessun altro al mondo: la madre di Faith passava il tempo girando per i TTL tra un matrimonio e l’altro, e il padre vendendo diamanti e bevendo. Aveva dei fratellastri, da qualche parte, alcuni dei quali erano soggetti ormai indesiderabili in una buona famiglia, forse per lo stesso motivo per cui lei era diventata una nipote coatta.

Solo che quel ragazzo le era piaciuto, tutto sommato; era carino, oltre che di buona famiglia, e le era parso anche gentile, persino interessato alle sue cose. Le aveva regalato un peluche glicine per San Valentino: doveva pur significare qualcosa! Solo che il suo maledetto intuito, anche su quello, le aveva già detto da tempo come stavano le cose, e cioè non come lei avrebbe ostinatamente voluto che stessero: lui non la guardava come si guarda una che ti fa smuovere qualcosa dentro. Come guardava quella del sogno, cioè.

L’avvilimento della triste realtà, infinitamente più sciocca e scialba di quel che vorremmo a volte, la fece ancora piangere a lungo, soffocando i singulti nel cuscino di seta magenta, finché finalmente, spossata, non crollò in una specie di deliquio.

Non le portò riposo né consolazione. Le portò invece una voce calda, profonda, una voce lontana che, come altre volte, la chiamò: era una chiamata che Faith presentiva avrebbe cambiato la sua vita, portandola più lontano di quanto mai alcun terrestre avesse osato. Perciò al contempo dubitava e indugiava in quella voce, tra eccitazione e paura. La voce era di una donna di colore, la pelle lucida e scura, gli occhi opachi, ciechi, i capelli corvini e intrecciati… ma cosa voleva dirle? Che cosa stava cercando di dirle? Come uscire dalla foresta, forse? C’erano dei bambini, gridavano da qualche parte…

– Miss Faith – tentò allora timidamente di riscuoterla dal sonno quella povera disgraziata della sua schiava personale – Miss Faith mi perdoni, ma è ora di alzarsi… –

– Accidenti! – esclamò poco entusiasta.

– Mi ha detto lei di svegliarla a quest’ora… – si scusò la donna. Uno schiavo non poteva disubbidire ad un ordine, neppure volendo: il Protocollo di Schiavitù gliel’avrebbe impedito.

– Sì, lo so – ribatté seccata.

– Vado a prepararle il bagno – annunciò dunque la schiava.

– No – rispose allora Faith brusca, con la voce ancora impastata dal sonno – Vattene, faccio da sola! –

– Come desidera – e la donna si dileguò con un profondo inchino.

Si tirò su a sedere, prendendosi il viso tra le mani. Possibile che quello sciocco idiota del suo quasi ex ragazzo fosse andato a letto proprio con lei? Non sapeva se le faceva più male l’idea che l’avesse sorpreso a fare sesso, o a fare sesso con un’altra, o che quell’altra fosse proprio la sagoma femminile che più odiava al mondo.

Di certo, in quel frangente, qualunque reticenza alla violenza avesse avuto fino alla sera prima era scomparsa del tutto: non solo si augurava che Morgan Tyler finisse nel fondo di cui aveva parlato Marbelle, ma adesso sapeva anche che quella sgualdrina l’avrebbe meritato. Avrebbe meritato fino all’ultimo ogni singolo barile di veleno l’avessero costretta a ingoiare.

Poi si strappò di dosso, quasi con rabbia, le lenzuola magenta e arrancò verso la stanza da bagno lilla. Si poggiò al lavandino malva chiaro costringendosi ad osservare il proprio riflesso nello specchio. Aveva gli occhi arrossati e gonfi, e non sapeva se la sua crema giorno idratante al lampone sarebbe riuscita a fare miracoli.

Quindi strinse i pugni e giurò al lavandino malva chiaro:

– Questa me la paghi, Tyler. Cazzo se me la paghi… –

 

Altri personaggini e personaggioni:

Vita da turner

Il don

Henry

Le opinioni di una Rwenod

Incipit

La città mamma

Julian

Conor

 

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