Esserci

wanderer-6
“O me, o vita!
Domande come questa mi perseguitano.
Infiniti cortei di infedeli.
Città gremite di stolti.
Che v’è di nuovo in tutto questo,
o me, o vita!
Risposta: che tu sei qui,
che la vita esiste, e l’identità,
che il potente spettacolo continua
e tu puoi contribuirvi
con un verso.” Walt Whitman

Io sono.

Prima voce singolare del verbo essere.

Prima, principale, che viene prima di ogni altra cosa. Principio. Principe. Inizio di tutto il resto.

Voce, che parla, esprime, dice, fa venire fuori qualcosa che era dentro, la trasforma in vibrazioni sonore esistenti. Qualcosa di inespresso, qualcosa che parla di te, che ti racconta, che ti veste col suo timbro, con le vibrazioni proprie del tuo modo di essere. Che “dice” chi sei. Che è essenza sonora di qualcosa che non c’era e adesso, perché la senti, c’è.

Singolare. Che sta, anche e soprattutto da sola. Che vale in quanto singola parte del tutto. Particolare, unica, insostituibile. Che non potrà essere in tutto e per tutto uguale a nient’altro al mondo in superficie; che è uno, uguale a qualunque altra cosa esistente, nel profondo.

Verbo. Che agisce. Che fa. Che è. Azione. Nello stare. Che è stare. In piedi. Muoversi. Creare. Produrre. Pensare. Riposare. Dormire. Contemplare ciò che si è fatto. Con le proprie mani. I passi. Coi propri piedi. Aspettare. Decidere. Direzione. Andare. Verso. Venire. Da. Salire. Scendere. Picco e valle. Passato e futuro adesso.

Essere… esistere. Stare al mondo. Inspirare… espirare. Essere visti. Guardare. Partecipare. Essere considerati… essere amati. Essere parte. Essere da soli. Contare. Essere qualcuno… essere uno, uno qualunque. Una persona. Vivere. Compiere il proprio ruolo. Fino alla fine.

Sono anni che pratico bioenergetica. E per quanto, alla fine, i passi e gli esercizi siano sempre gli stessi, anno dopo anno li riscopri nuovi, perché ti scopri nuovo. Ti scopri un po’ di più.

Lowen, il padre creatore della bioenergetica, un adorabile psichiatra di cui sono disperatamente innamorata da quando l’ho scoperto, scoprì molto giovane quanto corpo, mente ed emozioni fossero talmente indissolubilmente collegati, da non sapere in effetti dove finisce l’uno esattamente e dove iniziano gli altri… e che, per quanto paradossale possa sembrare, proprio il corpo, il nostro avatar, lo strumento che ci scarrozza di qua e di là per il mondo, col quale lavoriamo, attraverso cui proviamo piacere, facciamo l’amore, mangiamo, dormiamo, assistiamo al “grande spettacolo” di cui parlava Whitman… proprio lui, il protagonista di non secondaria importanza della nostra vicenda personale, risulta invece il grande assente delle nostre più solerti attenzioni.

Corpi bistrattati, trattati più spesso come cloache, in cui ficcare cibo senza nemmeno gustarlo, che non come il tempio della nostra anima; oppure pompati, idolatrati come fantocci, simulacri privi di senso e di qualunque altra cosa all’infuori della tremenda paura di fallire, di restare soli, di non contare… portati all’eccesso dell’estetismo a tutti i costi, o dimenticati come mere appendici casuali, hardware loro malgrado di software cui dare la massima importanza.

Lo dimostra la scarsa attenzione all’attività fisica, in senso sano e non puramente competitivo, nelle scuole odierne; o il considerare le palestre un luogo dove consacrare il proprio tempo e le proprie energie alla mortificazione dei limiti del povero corpo, dei cosiddetti “difetti” che lo caratterizzano. Supremazia della mente, sul rozzo corpo: questo predica la liturgia dei tempi moderni.

Una cosa, insomma, che ci ricordiamo di avere solo quando… non funziona come dovrebbe. E che invece è parte essenziale del tutto.

Parte esistenziale, del tutto.

La prima volta che praticai bioenergetica non la dimenticherò mai. Venivo dall’inverno più cupo e terribile della mia vita recente. L’annus horribilis che nessuno che si voglia bene vorrebbe mai replicare, anche quando comprende che aveva un senso. L’inverno in cui sentii freddo, dentro: non sentivo più nulla, nulla aveva più senso. Non capivo cosa campavo a fare. Che senso avesse continuare ad alzarmi dal letto… non che le gioie della vita fossero scomparse del tutto… solo non c’ero io. Non mi sentivo in nessuna cosa, in nessun minuto delle ventiquattr’ore. E i giorni, i mesi, gli anni erano trascorsi: e io non avevo vissuto. E insieme non vivevo, e assistevo allo sfacelo della mia inconcludente, inconsistente esistenza. Una promessa mai mantenuta: così mi sentivo. Una bella promessa, partita carica di aspettative, rosee prospettive, scintillanti premesse di avvenire… che si erano arenate. Dove? Come? Quando? Non riuscivo a capacitarmene. Come avevo potuto ribaltare a tal punto un destino come il mio? Come avevo potuto sbagliare così clamorosamente un rigore a porta vuota? Come avevo fatto a rovinare tutto, a perdermi senza più ritrovarmi in un labirinto paludoso senza più luce, senza una mappa… senza sapere chi cazzo ero diventata?

Non mi riconoscevo. Non sapevo più chi ero.

Una zattera, in balia dei flutti dell’oceano, che guarda impotente le altre navi da crociera veleggiare a tutta birra verso l’orizzonte.

Poi arrivò la bioenergetica. E percepii, per la prima volta dopo anni, un brivido di vita. Ero ancora viva. Non era tutto morto quel che c’era in quel guscio. Fu una sorpresa, una tale insospettabile, inaspettata sorpresa che… piansi di gioia. Non credevo avrei mai più sentito la vita, l’entusiasmo in me. Fu il miracolo che mi convinse che non c’è strumento più pratico, immediato e vero di questo per conoscersi e trasformarsi.

Ci sarebbero voluti ancora anni perché capissi a fondo il verbo “sentire”, la locuzione “entrare in contatto”… ma quella volta capii la lezione numero uno, la capostipite di tutte, la condicio sine qua non: Io sono.

Mi resi conto che esistevo, senza necessariamente un aggettivo, un verbo, un sostantivo che giustificassero il mio esserci: c’ero, e basta. Anch’io, persino io: c’ero. C’ero senza dover chiedere scusa d’esistere, senza dover giustificare il mio esserci con un ruolo, un gruppo cui appartenere, un’idea da manifestare: non ero per forza la mia professione, non ero i miei successi, le mie conquiste, e nemmeno i miei fallimenti, non ero gli uomini che mi avrebbero scelta, non ero le donne che mi avrebbero voluto per amica, non ero l’ideologia, non ero una squadra, un partito, un movimento, non ero la mia musica preferita, il mio colore, cibo, cinema preferito, non ero un luogo geografico, un contesto culturale, non ero il mio tempo: ero, e basta. Che sollievo! Che cosa entusiasmante, esserci! E basta!!! Senza dover assolvere le pretese “di quel che dovresti essere” altrui. Essere.

Il fatto è che, compresi presto, per essere e basta, sentirti, avere la sensazione intima, pervasiva, costante e inalienabile dell’esserci… devi applicartici ogni giorno. Con coraggio. Perché appena tornai nel mio contesto abituale, i condizionamenti mentali che mi avevano plasmata per ventotto anni ripresero impietosi il sopravvento. Ci ho messo anni a scoprire, ad affinare la tecnica… ma per fortuna avevo uno strumento: il grounding.

Grounding e bend over sono i due capisaldi della bioenergetica: radicamento, ovvero carica, e scarica.

Tutto è energia, tutto è bianco e nero, acceso e spento, tutto e cicli: energia che sale e scende, un cuore che pulsa in sistole e diastole, un polmone che si espande e si contrae. Il giorno e la notte, maschio e femmina, inverno ed estate… attività e riposo. Crescita, affermazione di sé, lavoro… e pausa.

Ecco, il concetto che ogni tanto il nostro corpo, con la mente e le emozioni, abbia bisogno di fermarsi e far il punto della situazione nessuno ce l’ha mai insegnato.

Nessuno insegna mai l’enorme valore della pausa. Lo iato. Il respiro tra una parola e l’altra.

Ciò che ci insegnano è che… chi si ferma è perduto. Che il fallimento è la più grande catastrofe dell’uomo moderno… naturalmente eccenzion fatta per l’esclusione dell’Italia dai Mondiali.

Ciò che ci insegnano è: tu sei ciò che puoi vantarti di essere. Altrimenti non esisti.

Sei il tuo curriculum, sei il tuo aspetto fisico, sei il tuo linguaggio, sei le risposte che dai sui social network. Sei il tuo curriculum anche quando devi metterti in vetrina, affinché i partner possano venire a comprarti. Devi valere, o finirai tra la roba invenduta, a saldi stracciati.

Poi invece qualcuno ti insegna ad essere e basta. E lo sei. Per la prima volta nella tua vita, cominci ad essere. E basta.

Cominci a sentirti nella tua rabbia, quando qualcuno ti pesta i piedi e non chiede nemmeno scusa perché l’ha sempre fatto… e adesso, tutt’a un tratto, te ne risenti?! Cominci a sentirti in ciò che ti piace, ciò che ti fa sentire vivo… cominci a sentirti nei “No”, nei “Mi spiace, fin qui ma non oltre”. Cominci a sentirti segnando i tuoi confini, dove finisci tu e inizia l’altro; imparando a difenderli. Cominci a sentirti osando, sfidando, rischiando, testando la vita… per prove ed errori. Sempre più fiducioso; a volte ce la fai, a volte cadi ancora… ma impari che puoi ritentare, che finché sei vivo puoi ritentare sempre. Sempre più fiducioso. Sempre più esisti. Cominci a porti piccoli obiettivi, e li realizzi: lì, in quella cosa, nel prodotto della tua azione cosciente, strategicamente progettata, ottenuta con le contrazioni dei tuoi bicipiti brachiali e cerebrali, lì finalmente ti senti che ci sei.

Cominci a realizzare: io sono una persona. Sono nata con dei talenti solo miei, tutti miei. Sono quelli che ho, i miei tools in dotazione, le cartucce di questa esistenza: non posso perdere altro tempo a fare cose che non mi piacciono per essere ciò che non sono. Posso metter a frutto quel che sono, da sempre: una raccontastorie. Un’appassionata guaritrice di cose rotte da aggiustare. Una contemplatrice della bellezza della vita. Una ricercatrice dell’essenza.

Io sono. Io esisto. Persino io, esisto.

Mettetevi in grounding, riunite le parti fragili, disperse, scisse di voi, prendetene atto, coscienza, mettete radici. Focalizzate l’attenzione sulle piante dei piedi ben adese al piano, il peso del corpo che esiste e grava, sulle piante più che sui talloni, allentate le tensioni: prendetene coscienza. Tutto ciò che vi impedisce di “sentire” che esistete impedisce al naturale flusso dell’energia vitale di scorrere. La blocca. Non dovete capirlo. Dovete sentirlo. Dovete provarlo. Allentate la mandibola, respirate a bocca aperta, bacino scarico, mento lievemente abbassato, torace eretto ma non impettito, braccia morbide, ginocchia molleggianti. Mantenete gli occhi aperti sul mondo presente. Lasciate scorrere la vibrazione: è il vostro corpo, che sta sussurrando “Io sono”. Se non esisti, non puoi opporre resistenza, non puoi stare in piedi, nelle avversità, non puoi fare, agire, decidere. Se non ci sei per te stesso non puoi esserci per nessun altro. Non puoi vedere, non riesci a vedere niente e nessun altro, non puoi nemmeno pensare di amare.

Non c’è al mondo gioia più grande che sentire di esistere, esserne grati, e a quel punto sentire di dover partecipare solo per questo al “grande spettacolo”, col tuo verso.

 

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3 risposte a "Esserci"

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