Quei sogni

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Sognare è importante.

I sogni sono porte per l’iperspazio, dove perdersi e ritrovare se stessi. Sono cose preziose.

Non tutti i sogni. Quelli speciali. Quelli che quando ti svegli ti lasciano addosso la sensazione di averti mostrato… detto qualcosa di importante. Qualcosa che hai ancora lì, addosso. Qualcosa che ti ha cambiato, e non sai dire come o perché. Di più vero e autentico della vita di veglia, che per certe persone è sogno per davvero, ma da svegli. Una risposta ad una domanda che, talvolta, non sai nemmeno di aver posto.

I momenti più straordinari e di svolta della mia vita sono sempre avvenuti in corrispondenza di sogni così. Non so bene dire se tali momenti erano già iniziati prima che sognassi, in sordina, come una specie di seme che porta già in sé la promessa della pianta, oppure appena dopo, come il frutto che segue la fioritura… non lo so. So che è successo sempre così, da sempre.

Per esempio, l’ispirazione per i miei libri, che a ragion veduta considero una parte importante e determinante della mia vita, è avvenuta sempre in sogno. In sogni così. Il mio primo libro, arrivò così. Poi… per anni non ho più scritto. Ero come una specie di uccellino che non cantava più. Non lo sapevo perché, ma il mio canto si era rotto, non funzionava. Non avevo più voglia di cantarlo. Credevo non lo avrei fatto mai più. Credevo, in realtà, che non avrei fatto mai più molte cose.

Poi, due anni fa, arrivò un altro di quei sogni, e mi si spalancò il cuore. E tornai a scrivere, di getto, appassionatamente. Ne venne fuori il terzo libro. Credevo fosse il più bello. Senz’altro, è stato il più amato, vitale, rinvigorente; una rinascita, a tutti gli effetti. Il più vitale ed energico, perché insieme tornai a vivere, davvero, come non mi succedeva da anni. Avevo ritrovato la voce, ed è una sensazione magica, bellissima. Certe volte, non mi vergogno a dirlo, scrivere mi sembrava una specie di orgasmo. Ero nel flusso delle parole, e cioè, per me, della vita. Ero di nuovo centrata, allineata, con me stessa, con la mia essenza, e in qualche modo col mondo intero.

Poi dovetti affondare nei meandri del secondo volume, quello che mancava tra il primo e il terzo: fu difficile. Sofferto. Doloroso. Lungo ed estenuante, e a suo modo bello ma… mi è costato. Ogni cosa preziosa ha un prezzo, che fui felice di pagare.

Mi è costato una regressione dal mondo, e dalla vita, paradossalmente: i tasti danno, i tasti tolgono. Non ho saputo dosare la voce bene. E così ne venne fuori, sì, lui il più bello. Ho sofferto moltissimo a scriverlo, e ancora di più, alla fine. Molto di più.

Per un po’ non ho più sognato. Ed è successo di nuovo.

Sapevo del valore dei sogni, anche prima di considerarli grazie alla mia esperienza: l’avevo anche letto in alcuni libri particolari che ogni tanto leggo. E, ve lo dico, non serve a niente pregarli. Non arrivano a comando. Arrivano perfettamente ed esattamente nel momento specifico in cui vi servono. Certo, credo fermamente che gli si può spianare la strada: credo, cioè, che i sogni, quei sogni, non arrivino se non siamo pronti a riceverli. Essere recettivi: ecco, questo è il segreto. E non c’è una ricetta, o tecnica per imparare ad essere recettivi. O lo sei o non lo sei. Ma se decidi di esserlo (ecco, sì, questo credo lo si possa decidere) sei come una porta che chieda al portiere di andarsene per ricevere il gol, se arriva.

Prima ho detto “mi si è spalancato il cuore”, e credo non sia del tutto esatto: era già aperto. Era già con uno spiraglio che lasciava intravedere l’interno all’esterno. Gli bastava una spintarella, poi, per aprirsi del tutto. E’ come quando sospiri di sollievo, come quando ti lasci andare su una bella poltrona comoda, anche col collo, finalmente sostenuto da qualcosa di morbido e accogliente. Come quando ti innamori. E’ perché ti volevi innamorare, eri pronto. Lo cercavi, anche se magari non lo sapevi. Avevi espresso il desiderio nel segreto di quel tuo cuore semichiuso, alle stelle cadenti. Lasci andare, e scopri che… è bellissimo. E resta bellissimo anche dopo, anche se non va, anche se poi finisce.

Quando ti innamori davvero, come quando scrivi con passione, resta una cosa bellissima a prescindere: è l’energia della vita, tutta intera, potente, vibrante, decisa, sconvolgente che ti prende e ti porta via, e ti sbatte in giro come nel vortice di una tempesta, ma la benedici, e ne vorresti ancora. Se avessimo la saggezza di saper vedere con occhi oggettivi, in quel momento, vedremmo l’anima della Vita stessa, di tutta la vita di ogni forma di vita, l’essenza prepotente di tutte le cose esistenti, dell’universo intero. Ma, si sa, la saggezza sta agli antipodi di quei momenti-tempesta. E per niente, per niente, al mondo ti sottrarresti a quella tempesta. Puoi anche provarci, ma… non ne sei capace.

Poi passa, come tutte le tempeste. E resta magnifica. Se sei saggio, passato il dolore (non meno tempestoso della parte esaltante), riesci a considerarla ancora così. Riesci a comprenderne la giustezza, la perfezione.

Ecco, i sogni, quei sogni, sono il lampo appena prima della tempesta. Sono il codice che ha in sé il segreto della tempesta. Sono la porta che spalanca tutto alla vita. Che la fa fluire. Per me è così.

Non che sia roba per tutti: ci vuole coraggio a saper accogliere, aspettare sogni così. Poi… possono anche arrivare, magari dirci qualcosa di importante, ma se non si è pronti ad ascoltare rimarrà lettera morta. Un’occasione mancata.

Certi sogni sono profezie. Certi altri sono epiloghi. Tutti sono una forma di verità che pacifica, scuote e completa.

Siate coraggiosi: acchiappateli, quei sogni.

indiani
Per esempio un dreamcatcher (che suona meglio di acchiappa-sogni) secondo me può essere propizio… 😛

 

11 risposte a "Quei sogni"

    1. Ti dirò, un perché c’è sempre. E’ un perché profondo, rivelatore spesso; certi sogni, come l’intendono i saggi chassidici e simili, sono veri e propri dialoghi con l’inconscio, perciò così preziosi 😉

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  1. ho appena finito di vedere inception con di caprio. in cui si parla non solo di sogni, ma di sogni dentro i sogni! 😉
    sogni… sì, anche per me molti sogni sono stati fonte d’ispirazione per tante cose che ho scritto. ancora oggi è così. e sono tra l’altro tra le cose più belle che ho scritto perché quando ci si ispira ai sogni tutto appare molto bizzarro o concitato. dunque se si riesce a cogliere quell’atmosfera ne viene sempre fuori una bella storia. anche kafka secondo me si ispirava parecchio ai suoi sogni…

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    1. Sì, spesso in sogni così c’è dell’ottimo materiale per una “buona” storia. Ma le storie migliori sono quelle che in qualche modo ci toccano nel profondo, o attingono a qualcosa di intimo e nostro, anche se apparentemente sulle prime non sembra così. Per questo credo, soprattutto, siano importanti 🙂

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  2. Ciao, sono arrivato qui per caso.
    La scrittura è un’attività che esclude per definizione qualsiasi distrazione, includendo anche gli esseri umani. Per me quando scrivo il mondo non esiste, entro in una specie di nuvoletta tipo droga. Invece l’amore per forza di cose comprende un’altra persona (almeno una) a meno di fenomeni narcisistici da manuale. Infatti scrivere è più facile che innamorarsi dove devono mettersi d’accordo due teste. E innamorarsi è più facile che dirigere in’azienda dove le teste diventano ben più di 2 e così via. In generale cercare di andare d’accordo con i propri simili è problematico e spesso è tempo perso.

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    1. Il paragone con l’amore riguardava la similitudine di “eros” (inteso in senso etimologico, vale a dire potente e irrefrenabile attrazione verso qualcosa), è ovvio che si tratti di due cose attinenti a campi diversi. Ma l’eros può coinvolgere la sfera affettiva, quanto quella intellettuale, un hobby, la propria professione ecc. Direi, da quanto dici, che il tuo eros è senz’altro nella scrittura (“… il mondo non esiste… tipo droga… ecc.”).
      “Scrivere è più facile che innamorarsi”… bah, per te forse; e per me. Conosco per certo molti terrestri per i quali è molto più facile innamorarsi che mettere due parole di senso compiuto in croce. Poi: dipende da quel che si sta, coscientemente o inconsciamente, cercando. Se si cerca, banalmente, uno scaldaletto o una “dama/chaperon” di compagnia, magari è più facile; se si cerca un/una compagno/a con cui costruire qualcosa (e dipende anche qui da che cosa) può essere, in relazione al progetto, via via senz’altro più difficile. E non sono cose, in genere, che si decidono a tavolino razionalmente, ma dipendo da altro.
      “Innamorarsi è più facile che dirigere un’azienda”: anche qui dipende. In realtà, se si è recettivi come dico nel post, e quel che stavamo aspettando arriva, non ti ci sforzi: ti innamori e basta. Si tratta solo di ratificare la cosa. Non è un processo attivo, bensì passivo.
      Dirigere un’azienda è un’altra cosa e anche lì: dipende se è nelle tue corde o meno, se il tuo eros è lì o meno. Mica lo prescrive il dottore di dover dirigere un’azienda: e quindi, se la tua passione è lì, il tuo impegno è lì, per quanto difficile possa essere, non farai più di tanto sforzo. Come dice un maestro zen, se lo sai fare è facile, se non lo sai fare è difficile. Come a dire: tutto è facile e tutto è difficile, dipende dai punti di vista. E per esperienza, mettere d’accordo due teste può essere anche più sfiancante che metterne insieme dieci talvolta: dipende dalle teste.
      “Cercare di andare d’accordo… tempo perso”: sono d’accordo, ma non per le tue stesse ragioni. Cioè: problematico lo è senz’altro. Ognuno vive nel suo mondo senza sforzarsi minimamente di empatizzare o prestare realmente attenzione all’altro (ma pretendendola puntualmente dall’altro): sulla Terra è la prassi. Di certo questo non facilita un’autentica comunicazione. Per cui andare d’accordo, sulla base del “io resto nel mio mondo, se vuoi avvicinarti a me perciò devi entrare nel mio”, è di certo abbastanza utopistico, è l’unica soluzione (altra prassi) è o adeguarmi all’altro o far adeguare l’altro a me; talvolta trovare una specie di compromesso… ma più spesso il giochino di potere pende da una parte o dall’altra.
      Direi, perciò, che “cercare di andare d’accordo” è, sì, tempo perso, perché su queste basi impossibile; “andare incontro ai propri simili” invece è tutt’altro discorso, ed è molto più soddisfacente. Anche se immensamente rischioso. Ragion per cui quasi nessuno lo fa, essendo molto più facile e meno rischioso empatizzare con un cane o un gatto che non un “simile”. 🙂
      Thanks per l’assist su queste considerazioni 😉

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