Cicatrizzare con lentezza

resilienza-mindfulness

Tutti gli alieni hanno qualcosa di alieno anche (soprattutto) nel corpo. E si vede. A volte no, ma più spesso sì.

Una di queste cose, che specie in estate è evidentissima, riguarda le mie piastrine. Non essendo molto normali, o se preferite nella norma terrestre, fanno sì che le mie ferite cicatrizzino con lentezza: significa, papale papale, che quando urto, anche lievemente, un corpo contundente o, dio non voglia, mi taglio… mi dissanguo moderatamente oppure mi escono patacconi di varie gradazioni, dal rosso vermiglio al grigio perla e blu oltremare, passando per il verde veronese, il giallo ocra e il terra di siena. Fifty shades of hurts. La cosa più seccante, vi assicuro, è che, bastando un semplice urto di non rilevante intensità, non me ne accorgo finché la parte in questione non è già gonfia, bluastra e dolorante. Ma ci sono abituata. Un alieno si adatta a convivere con questa e altre disavventure psicofisiche aliene.

Armata di ematonil, argilla verde ventilata e artiglio del diavolo vita natural durante, dunque, mi accingo quasi sempre a cercare di ignorare come le mie viscere interne vivano la faccenda, e cercando, appunto, di ignorare cosa possa accadere dentro (visto e considerato quel che accade fuori: una cartina geografica, insomma) non ho potuto d’altro canto far a meno di notare quel che accade in un altro mio corpo: quello emotivo.

Esattamente come le mie piastrine del sangue, quelle dell’anima non fanno molto bene il loro lavoro, o, piuttosto, non lo fanno in modo abbastanza veloce. Gli urti emotivi mi ammaccano come una mela caduta quei tre trilioni di volte dall’albero e lasciata all’aria, alla mercé del becco degli uccelli… urti da lasciare tramortiti per ere geologiche a fissare il vuoto pensando “No, non sta succedendo di nuovo, non può essere… non posso essere così maledettamente sfigata, ekkecazzo”.

Urti, contusioni e lacerazioni che un altro reagirebbe, dopo l’adeguato scazzo esistenziale con corredo di urla e piagnistei, tramite scrollatina di spalle… e invece io, alieno, no. Invece io sto lì a rimuginare e a impiastricciarmi le dita di sangue. Ma anche senza rimuginare, eh. Così, per hobby. Per abitudine. Perché la ferita ci mette un po’ più della norma a rimarginare.

Neanche ti puoi lamentare: la media dei terrestri ha una sensibilità pari a quella della suola delle scarpe, e con la stessa delicatezza con cui pesta con quelle suole sul tuo amor proprio, ti deride, ti da una seccata manata sulla spalla perché… ma dai, che cazzo, ancora lì stai a pensare?

No, non è che io ci penso. Io ci dolgo, lì. Mio malgrado. E’ il mio corpo che lo fa, mio malgrado. Perché le maledette piastrine stronze in dotazione non fanno il loro maledetto dovere. Non è colpa mia se sono nata fragile. Mi spezzo, ok? Con più facilità della media dei terrestri, e la cosa vi assicuro che non mi diverte neanche un po’. Né cerco di annoiare con questo deficit congenito di resilienza genetica. Perciò abbiate la compiacenza di evitare di rompere il cazzo. Anche con la compassione. Non mi serve, la compassione: non mi aiuta a cicatrizzare un fottuto nulla. Serve solo a voi, a sentirvi meno impotenti, e meno sofferenti per le vostre miserie che avete bisogno di proiettare su noi poveri diavoli. Al massimo, mi servirebbe delicatezza, e la comprensione, ma quella è una cosa rara. Una cosa che non ho praticamente mai (o quasi mai) visto: la vera comprensione sta zitta. Al limite ti stringe una mano forte (non troppo che poi esce il livido…), ti abbraccia, se è il caso. Oppure ti guarda in silenzio, e con gli occhi ti dice “Non preoccuparti, ce la farai”.

Non che un alieno abbia bisogno di sentirselo dire. Lo sa che ce la farà: il solo fatto di essere al mondo in un pianeta straniero facendo finta che non lo sia è una patente per farcela. Solo che nel frattempo, durante la convalescenza causa ematomi generalizzati, in qualche modo deve pur sopravvivere. E sentire che qualcun altro ne è al corrente e glielo rammenta, che ce la farà, aiuta a sopravvivere. O muore dissanguato.

Fragilità non vuol dire debolezza, infatti.

Credo di essere una delle donne più forti che io conosca, e non lo affermo con arroganza, ma con pura obiettività e cognizione di causa. Ho intrapreso cambiamenti epocali nella mia vita, mi sono rimboccata le maniche più e più volte, da sola, completamente da sola o quasi, ho fatto cose indicibili, e considerando il punto di partenza (come saprete l’alieno parte sempre da una condizione svantaggiata), talvolta cose che rasentano il miracolo.

La vita è così; a volte le dai, a volte le prendi. E se hai un problema come il mio… prepara la sacca di sangue e la flebo, che ci sarà da ballare.

Ma va bene così. Su questo pianeta va messo in conto così.

Va bene così; vale la pena escoriarsi l’anima a sangue per provare ad essere felici e completi, per provare a crescere. Per scommettere su te stesso e sull’altro.

Magari puoi allenarti come faccio io: chi kung, yoga, meditazione, alimentazione naturale e aria aperta. Puoi allenarti ad esigere la delicatezza, a far l’occhio a riconoscere di chi puoi fidarti e di chi no, chi merita di conoscere la tua vulnerabilità e chi no. Puoi allenarti ad essere assertivo e aggressivo a volte, ma sempre rispettando chi hai davanti, perché potrebbe avere piastrine maldestre, come le tue. Allenarti ad esigere delicatezza, esercitandola per primo.

Forse un giorno guarirò. Ho la profonda e intima convinzione che se mi applico a praticare una buona resilienza, riuscirò a guarire anche le mie piastrine. Un giorno le mie piastrine diventeranno normali e gli urti non mi infrangeranno così facilmente come adesso.

Nell’attesa, mi alleno alla vita, questa strana vita terrena, fatta di miserie e nobiltà, di giorni esaltanti e giorni disperati, di routine e cose straordinarie. Nell’attesa mi alleno a lasciar andare, che in fondo essere resilienti, questo verbo che sembra non spezzarsi, né piegarsi mai, come una quercia, radicata e forte, che non il vento, nemmeno l’uragano, abbatteranno mai… in fondo, essere resilienti vuol dire lasciar andare. Non fare resistenza, non trattenere. Seguire il vento, come le fronde che ondeggiano su, mentre il resto resta fermo, con le radici ben piantate.

Mi chiedo se ci sia un qualche vantaggio ad essere così, così facili agli ematomi, al frantumarsi delle cose dentro come cristalli. A ricordare tutto, specie le cose che non aiutano certo a farli riassorbire gli ematomi. A ricordare le parole, i gesti, le espressioni.

Dicono che gli alieni con queste peculiarità siano più sensibili della media. Per forza di cose: come i ciechi, affini i sensi per dover sopravvivere. Sensibili. Capaci cioè, con la dovuta esperienza, di esercitare empatia. Più della media dei terrestri.

Può darsi. Nel frattempo, diamo fondo alle scorte di ematonil, argilla verde ventilata e artiglio del diavolo. Diamo fondo alle risorse di resilienza tardiva. Prima o poi tutto questo passerà e sarà un ricordo. Bisogna fidarsi, lo dicevano anche gli antichi: prima o poi tutto passa. Ecco, mò che passa, fammi un piacere: salutamelo.

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3 risposte a "Cicatrizzare con lentezza"

  1. figurati. grazie a te…
    ho appena scoperto per caso che mi avevi risposto. il blog non mi aveva dato alcuna notifica (o meglio mi aveva segnalato solo che avevi messo mi piace al mio commento).
    te lo dico perché potrebbe accadere anche a te…

    Piace a 1 persona

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