Adesso

Adesso, Diodato & Roy Paci

So che uno dei propositi per il nuovo anno è di ridurre la depressività e il prolissismo… ma siamo ancora nel 2018 e tutto è ancora concesso.

Una delle mie morti risale a marzo di quest’anno.

Era fine febbraio/inizio marzo, appunto. Non ricordo bene quale giorno perché ero abbastanza in stato di deliquio e poco lucida per gran parte del tempo. Inoltre cancellavo le chat di WhatsApp di quei giorni e quindi non ho appigli. Comunque, in quei giorni.

C’era stato da poco Sanremo e c’era una canzone, una canzone che mi faceva bene e male allo stesso tempo: Adesso, di Diodato e Roy Paci. L’ho adorata al primo ascolto, cosa abbastanza rara in generale e per Sanremo in particolare. Mi faceva un male cane perché la voce accorata di Antonio Diodato pungeva proprio lì, lì dove sapevo essere il mio punto più nevralgico: adesso, la vita è adesso, Angy – sussurrava la canzone – Non puoi più permetterti di perdere altro tempo. Hai trentaquattro anni, cazzo. Mezza vita già buttata. Devi vivere adesso o finirai di sprofondare per sempre.

Ero disperatamente infelice, e lo sapevo. Lo sapevo da mesi ormai, ma non avevo idea di che cosa fare per cambiare lo stato delle cose. E in realtà… in realtà ero convinta di essere totalmente incapace di cambiarlo lo stato delle cose.

Però quella canzone faceva male, e faceva bene. Perché sussurrava, insinuava, covava: stava preparando a mia insaputa il campo di battaglia.

Chi mi legge o conosce ora non lo può immaginare, ma all’epoca ero in uno dei miei periodi. Uno di quei miei periodi in cui anche scendere a comprare un bricco di latte è un serio problema. In quei periodi, guardo il mondo da un oblò e anziché annoiarmi un po’ tremo: da dietro la finestra mi sembra di essere al tempo stesso ben protetta e completamente separata e distante da tutto il resto, dove tutto il resto è qualsiasi altra forma di vita. Sottovuoto. Il solo pensiero di muovermi e vestirmi e girare la maniglia e uscire mi paralizza. Sono una paura vivente. Tremo ventiquattr’ore su ventiquattro, e passo le mie giornate tra letto-divano-poltrona-letto avviluppata in due milioni di tonnellate di roba addosso nella vana speranza che il tremore cessi. Perché in quei periodi ho freddo. Un freddo da “The day after Tomorrow”; un freddo che non si scalda mai. Nelle viscere, nelle ossa, nel connettivo e anche nel cervello. Voglio dormire, ritirarmi, scomparire. Voglio ritirarmi anche dalla coscienza di chi sa che esisto, così da ridurre il tasso d’ansia e aspettative deluse. Cupio dissolvi: ho scoperto di recente che si dice correttamente così. Divento ossessiva, devo fare cose ripetitive, routinarie e ossessive che mi tranquillizzino. L’inverno è il periodo dell’anno che temo in assoluto di più.

Così è stato fin da quando ero piccola, per anni. Fino a marzo.

Il risultato naturale di tutto ciò è che nei momenti di consapevolezza mi dispero, in quelli meno lucidi non so far altro che cercare di galleggiare sulle cose per distrarmi e aggrapparmi alle abitudini, alle persone intorno, quelle che non ti giudicano e non ti disprezzano anche se sei così; ma capirete bene che il circolo di persone papabili sia molto ristretto. Per questo in quei periodi non frequento e non mi lascio frequentare da nessuno.

Per questo in paese, un paese piuttosto piccolo il mio, non mi conosce molta gente e molti continuano a dirmi “Ma tu sei di Turi?” con sincera incredulità.

In quei giorni, dicevo, riuscivo a stento a fare i sedici passi che separavano la casa in cui vivevo allora dallo spaccio delle cose varie ed eventuali. E mettendo nove passi in più raggiungevo l’alimentari all’angolo. Adoravo quella casa anche per questo: pochi ma sufficienti passi. Contare i passi mi permetteva di superare il tremore e il panico di incrociare lo sguardo degli altri. Uno sguardo in cui temevo di dover leggere sempre accusa e disprezzo.

Ero in questo stato da anni. Una non vita. Una specie di limbo tra quella che sono stata e quella che avrei potuto essere e non riuscivo. Ogni giorno facevo i miei esercizi di chi kung e respiro, il saluto al sole e le decine di serie di flessioni, addominali, bicipiti, nella ferma speranza che se fossi riuscita a sentirmi forte abbastanza nelle braccia e nel resto del corpo, prima o poi quel tremore sarebbe cessato e avrei finalmente avuto il coraggio di vivere.

Meditavo. E in meditazione contemplavo la mia infelicità e disperazione.

Fu così che un giorno, una domenica pomeriggio piovosa come oggi, fui costretta ad uscire. C’era un incontro cittadino organizzato dalla mia migliore amica, una delle pochissime persone del cerchio di cui sopra, e non potevo farle lo sgarro di non andarci. Mi abbigliai e vestii: mi serve molto tempo, in quei periodi, per prepararmi ad uscire. Non quel tempo delle donne col vizio della seduzione a tutti i costi: il tempo necessario a convincermi che non c’è nulla là fuori di così catastrofico, e che magari uscire ne varrà la pena.

Non sapevo che quel giorno in particolare sarebbe valso tutte le pene del mondo.

Conobbi un uomo. Ero già legata a qualcun altro, ma quell’uomo mi ha cambiato la vita. Mi sono innamorata credo subito, anche se l’ho capito dopo; è stato qualcosa che ha bypassato tutti i circuiti di consapevolezza e razionalità ed è arrivato direttamente al cuore; un due tre libera: un elettroshock. In quei giorni, questa cosa, tra un vecchio amore cui ero legatissima e dipendente e uno nuovo caduto tra capa e collo, e che non avevo la più pallida idea di cosa riservasse, in aggiunta al mio normale (per modo di dire) stato di agorafobia e tremore permanente, mi ha scosso nelle fondamenta del mio essere. Non mangiavo più e non dormivo più. Anche la routine non funzionava più e zompò tutto all’aria. Non sapevo cosa fare né come farlo. Sapevo solo che dovevo vederlo, parlargli, conoscerlo; lui mi aveva riacceso la voglia di vivere, di uscire e affrontare quell’Everest di cose che da anni ormai pensavo fossero una sfida persa in partenza. Se restavo, sarei rimasta quella di sempre; se andavo via, avrei dovuto per forza cambiare. Questo vidi in meditazione. Ma avevo il terrore di non esserne capace.

Un pomeriggio, ero ancorata saldamente al mio termosifone preferito, lo stesso su cui anni prima Micia, la nostra ex gatta, aveva stazionato in quegli stessi periodi sorniona.

“Posso chiamarti?” scrisse lui.

Mi osservai, cosa assai difficile quando tutto di te trema dalla testa ai piedi. Sapevo che era un momento cruciale, un momento in bilico, e avrei pagato chiunque una cifra assurda pur di mollargli la patata bollente della scelta. Quindi ascoltai “Adesso”. Per la miliardesima volta, come ogni ossessiva mattina in quei giorni.

“No” risposi “Prendiamoci un caffè”

Dovevo uscire. Dovevo alzare la testa dal cellulare, dovevamo parlare davvero, senza bisogno di una tastiera. Dovevo vederlo di persona, sentirlo a pelle. Dovevo capire con la pelle se era soltanto un abbaglio, uno di quegli abbagli a cui ci si aggrappa quando si ha un disperato bisogno di qualunque cosa, oppure no. Doveva vedere chi ero io e rendersi conto del reale stato in cui versavo. Non volevo inventare storie, indorare pillole. Doveva sapere quanto fossi aliena e anormale.

Ci vedemmo, lui seppe. E nonostante ciò nacque qualcosa di inaspettato e bellissimo.

Dolorosissimo.

E bellissimo.

So che si dice sempre così in queste circostanze, ma credo di non essere mai stata così innamorata di nessun altro prima d’allora, e lo stesso vidi nei suoi occhi, alieni come i miei e appannati come i miei, ma vividi quando glielo facevo notare e occorreva (che culo, direte voi, proprio alieno come a te te lo dovevi trovare… Eh sì. Una dote che, per variegate ragioni, mi attribuiscono in molti… – battuta criptica 😅). Quel giorno avevo il terrore di scoprirlo ma era proprio così: non provavo il piacere di aver trovato qualcosa che mi serviva, provavo il piacere di aver trovato qualcosa che mi piaceva nella sua specifica peculiarità. Ho amato profondamente questo di lui: la sua specifica peculiarità. La sua energia, la sua fragile forza che avrei accettato così com’è, la sua essenza, fisica, emotiva, mentale e animica. Quello che sarei potuta essere con lui e grazie a lui è arrivato dopo.

Quel caffè fu il passo che, attraverso un calvario che non sto a dirvi, mi costrinse effettivamente a rimettermi in piedi: una riabilitazione dell’anima a tratti lenta, a tratti supersonica, che mi ha portato all’attuale equilibrio e stabilità.

Poi la paura si è rimessa di traverso sulla mia strada, ha prevalso sul coraggio e la fiducia reciproca, e quella storia che mi ha cambiato la vita si spezzò. Non ascoltavo più “Adesso”. Era diventata un memento insopportabile. Ma la vita sa farci scherzetti strani e me l’ha voluta riproporre di prepotenza.

Quest’estate capitai al Locus Festival a Locorotondo. Dovevo intervistare in inglese un musicista brasiliano, Rodrigo Amarante, per conto di un amico. Non potevo immaginare che quella sera, prima di Amarante, sul palco si sarebbe esibito Diodato, l’autore della canzone. Dio, quando lo vidi, quando mi resi conto che avrebbe cantato ero fibrillante. Ero nel backstage quando quella sera la luna rossa gigante illuminò le notti di tutta Italia e lui cantò dal vivo “Adesso”. Piansi a cascata, come un Niagara impetuoso, e rivissi quel momento appresso al termosifone col cellulare in mano, in bilico tra un addio per sempre e un caffè. Carpe diem, piansi.

– Antonio – lo chiamai, appena scese dal palco – Posso raccontarti una storia un po’ banale? –

– Adoro le storie banali – sorrise lui.

Gli riassunsi per sommi capi l’essenziale. Cercai di trasmettergli quanto quella canzone mi era stata utile, una vera e propria scossa di salvezza. Cercai di trasmettergli la mia gratitudine. E lui ascoltò, colse tutto, si commosse. Fu un bel momento. Noi alieni tra noi ci capiamo. Fu bello specie quando ore dopo, a fine serata, ci salutammo: sapevamo che non ci saremmo più rivisti. Ci abbracciammo come due profughi, due alieni in terra straniera che, in qualche modo, sanno arrangiarsi, adattarsi a quest’atmosfera, e solidarizzano per questo. Due compatrioti di alienità nell’anima.

E questo è il mio invito a tutti voi naviganti alieni e terrestri: cambiate.

Abbiate, per Dio, il coraggio di cambiare. La vita per quel che ne sappiamo è una, solo questa, e ha una scadenza troppo breve per indugiare nelle cazzate. È troppo breve per perdere tempo a fare cose che non vogliamo per essere persone che non siamo. Mi hanno accusata di essere impaziente, e forse è vero, ma quando hai passato metà della tua vita ad aspettare nonsisachecosa dietro un vetro mentre gli altri, là fuori, vivono… non hai più voglia di aspettare. La vita è adesso, adesso è tutto ciò che avremo. Domani puoi morire, puoi spezzarti le ossa, perderti di nuovo in te stesso, nelle tue paure, nelle cazzate, nei pit stop non necessari. Cambiate, vivete, amate, rischiate.

Certo, il rischio è rischio: a volte va e a volte non va. Ma chi non risica non rosica su questo pianeta e ve lo dico: risicare vale la pena sempre e se non va, fanculo, andrà meglio la prossima volta.

Cambiate. Ma fatelo davvero. Impegnatevi come foste Rocky a quattro settimane da Apollo Creed. Come foste Steve McQueen nel tunnel de La grande fuga. Come non ci fosse un domani.

Cambiare si può. Sempre. In ogni circostanza, specie le peggiori. Devi solo chiederti se lo vuoi davvero e fin dove sei disposto a spingerti per farlo. Sappiate perdonarvi per il male che vi siete fatti fino ad adesso, fino al secondo prima di cambiare.

E per quanto possa essere impossibile, rivoluzionario e lacerante… ne vale la pena. Sì, ne vale sempre la maledettissima pena.

Nel caso in cui qualcuno supponesse che tutto ciò era un’allucinante cazzata…

2 risposte a "Adesso"

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