Figlio mio vieni qua

Kindertutenlieder – Sigla de Il polpo, di Toti e Tata

Chi è nato e cresciuto, specie durante i fulgenti anni 90′, in Puglia ha avuto un imprinting musicale di tutto rispetto, e queste parole suggeriscono in automatico “Ti deve dire una cosa papà…”. Consigli per la vita di un futuro trafficante… certo, ironici, anzi sarcastici e dissacranti, ma non molto distanti, in realtà, dai consigli che la maggior parte dei genitori che conosco danno realmente. Sii il più furbo, arraffa più che puoi, primeggia in modo che io mi possa vantare di te, vantati, cerca amici altolocati e fa nulla se sono spregevoli: fa’ di tutto pur di tenerti alle loro costole, lecca il culo se necessario, spezza cuori, frega il prossimo, omologati, deridi e disprezza chi non è come te…

Essendo femmina, dovrei cambiare un po’ la canzoncina di Toti e Tata, ma ne avrei di suggerimenti border line da dare a mio figlio. Che Sfera Ebbasta sarebbe l’ultimo dei problemi.

Sui social, non so se l’avete notato, si stanno come al solito prendendo a capelli, tutti esperti opinionisti sociologici da bar che, come all’indomani di una partita dell’Italia, avrebbero fatto di sicuro meglio di quegli altri, e però se vai a scandagliare le loro vite non ne trovi uno normale. Ah, dall’alto della mia alienità posso ben dirlo con arroganza: non ne ho ancora incontrato uno di normale, su questo pianeta. Non dico che siano tutti alieni, questo no. Ma nemmeno tanto normali. No, la normalità non è decisamente di moda.

E nemmeno l’adultità. Figurarsi la genitorialità.

Certo, che si muoia prima ancora di aver cominciato a vivere è penoso, e drammatico. Specie se per cause così futili, evitabili e deprecabili: la vita, il valore in assoluto più prezioso che abbiamo su questo pianeta, non viene valutato un granché dopo tutto.

Io non mi fido a prescindere di nessun terrestre; la fiducia uno se la deve guadagnare, coi fatti. Ed essere genitori vuol dire proprio questo: saper essere un esempio vivendo, essendo. Essendo affidabile, in primo luogo: così puoi pretendere che tuo figlio cresca degno di fiducia. Che tuo figlio diventi il germe di un mondo migliore, dove pressapochismo, superficialità, debolezza e distruttività non siano così omicidi. Naturalmente, parlo di utopia. Ma ci credo, nel senso che credo che se uno ci lavora seriamente, sia un obiettivo raggiungibile. E chi dice che, in fondo, questo Sfera Ebbasta (che già il nome è tutto un programma) non fa altro che mettere il dito nella piaga di questa società malata e ipocrita… beh, credo sia ipocrita anche lui: è solo un utile strumento della macchina per far soldi che Bob Dylan tanto depreca. Il sistema business che si è mangiato anche la musica di denuncia: denuncia di che? La denuncia è stata inglobata, ingoiata ormai dal sistema e assimilata al servizio del sistema… e se questa denuncia, in ogni caso, usa energie e un linguaggio distruttivi… beh non serva che ve lo dica io che non è una musica che può far bene: è il principio della psicoecologia.

Battiato era rivoluzionario. Brunori è denuncia. Se vogliamo, anche le canzoni di Diodato. Canzoni che ti fanno fermare, riflettere, che a volte possono far male, se è necessario, ma con garbo. Con speranza. Chiunque ti faccia osservare e cambiare è denuncia.

Perciò: sì, mancano i genitori, e manca una morale del business.

Mancano i “no”, perché siamo nella società del “tuttoèpermesso”, e sei da mettere alla gogna se ti azzardi a ipotizzare il contrario. Si passa dai fascismi ai libertismi senza vie di mezzo ragionevoli. Fa paura, questo pendolo. La normalità non è di moda, come la moderatezza, l’assennatezza. Otto mesi fa l’idea di dovermi applicare in prima persona in queste pericolanti oscillazioni mi terrorizzava. Non ero capace di badare a me stessa, come avrei potuto farlo a tempo pieno per qualcun altro? Perché è questo che richiede un figlio: che ti occupi di lui a tempo pieno, con assennatezza, serietà, amorevolezza, risolutezza. Con la tua essenza. Dedizione e ascolto.

Avevo davvero una paura fottuta di diventare madre. E ora che mi sento più matura, comincio a dolermene un po’, degli anni persi, del tempo che corre. Del mio essere così inetta, in costante ritardo su tutto. Del mio non sentirmi ancora pronta. Non lo sono per certo, ma arriva un momento in cui si è davvero pronti? Mi chiedo.

L’altro giorno al supermercato vicino casa c’era una ragazza, più giovane di me, con una bambina di sicuro un anno tra le braccia. Era bellissima e molto vivace, e la mamma non aveva molta pazienza. La bambina ha notato che la fissavo e mi ha sorriso; io le ho fatto una boccaccia, e ha riso più forte. La mamma l’ha rimessa in riga: non devi fare schiamazzi, sul pianeta Terra. Ci siamo fissate imbronciate: lo so, le ho detto con lo sguardo, anche io.

Ho provato un dolore sordo. Non lo so se avrò mai un figlio. So che riterrete paranoico e prematuro questo mio discorso, ma preferisco prevenire che curare e, quindi, prepararmi al peggio: potrei non averne. Potrei non essere o sentirmi mai pronta a dare il massimo e il meglio, o potrei non trovare mai la persona giusta con cui desiderare un figlio e crescerlo in modo sano. Oppure potrei scoprire di non poter averne. Un’ipotesi non scontata con le mie ovaie.

Ma ci sono tanti figli al mondo, i figli degli altri. Quelli sfortunati che hanno avuto un karma decisamente peggiore del mio o di chiunque altro terrestre o alieno. Quindi, credo che sia meglio disperarmi meno se non riuscirò a procrearne di biologici, e amare di più a prescindere. Quando vuoi amare non hai che l’imbarazzo della scelta sul da farsi: per esempio, ho trovato questa Mazì, fondata da questo Nicolò Govoni, un genitore più degno di tanti altri. Forse lo conoscerete già e, se no, vi consiglio di scoprirlo: è un ragazzo (no: un guerriero) con un gran cuore e che si da molto da fare sul serio, con coraggio. E’ molto giovane ma ha già fatto e scoperto tanto: per esempio, ha sconfessato il business di certe grandi “aziende” di volontariato internazionale e onlus che non fanno onore ai loro nomi e alla loro storia. Ha agito in parti diverse del mondo: per Natale, ha preparato su Amazon una lista di cose, addobbi natalizi, zaini, materiale scolastico e altro, per la scuola (Mazì) che ha costruito e fondato a Samos, in Grecia, per bambini rifugiati. Ha rinunciato a un master negli States per questa scuola e i “suoi” bambini. Forse è un sognatore, forse un pazzo, un utopista… ma diamine, la sua energia è contagiosa e luminosa. Ho pensato: questo Natale non posso comprare giochi per il mio figlio invisibile, ma posso per i figli di qualcun altro. E in alternativa potrei anche comprare Bianco come Dio, il best seller che Nicolò ha scritto per mandare all’Università i “suoi figli” già cresciuti. Forse non sarò mai una mamma e specie una mamma modello, ma quelle briciole che ho possono servire a qualcun altro.

Se anche voi avete voglia di fare qualcosa per i figli sfortunati di qualcun altro, se in qualche modo sentite, come io ora sento, di aver avuto tanto dalla vita, e di esserne grati, e voler condividere questa gratitudine, restituirla in qualche modo… credo non sia male farlo così. Credo non sia male mettere sotto l’albero la wish list di Mazì e pensare che forse così saremo tutti un po’ meno alieni, un po’ meno distanti e separati, un po’ meno succubi dell’imbastardimento culturale e morale tra Sfera Ebbasta e becerismo familiare.

No, Mama don’t cry. Yes, Mama pscrai. 😉

Nicolò Govoni e i suoi “figli” di Mazì, a Samos in Grecia



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5 risposte a "Figlio mio vieni qua"

  1. non credo che sarò mai padre. peccato. mi sarebbe piaciuto dimostrare a tutti coloro che sbagliano tutto quello che si può sbagliare coi figli quanto siano pessimi, inadeguati, ipocriti, infantili ed egoisti.
    se comunque un giorno mi convincessi ad avere un bambino, non ne metterei uno al mondo. cercherei di adottarne uno che esiste già.

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    1. Oh, e un po’ di ottimismo! Mettiamola così: se sei maschio (e mi pare proprio di sì) la fisiologia umana è stata benigna con te, e puoi proliferare finché campi. Se fossi donna… Diciamo che la faccenda diventa più ansiogena, anche se non catastroficamente drammatica, se proprio ci tieni a proliferare, avendo le ovaie una scadenza… 😉

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      1. beh, in realtà anche gli uomini avrebbero i loro problemi di questo tipo. per esempio, la vita moderna (leggi inquinamento e altri veleni vari) tende a renderli sterili (esattamente come è per gli animali, tra l’altro).
        per quanto riguarda le donne, penso che semplicemente debbano fare figli quando se la sentono. nessuna sa quando andrà in menopausa o altro. mia madre per esempio in menopausa c’è andata presto, altre donne ci vanno a sessanta anni.
        capisco che possa essere frustrante desiderare di avere un bambino se non si ha più la possibilità di farlo, d’altronde sarebbe forse molto peggio farlo quando uno non è in grado (psicologicamente).
        guarda io, intorno ai 25 anni (oggi ne ho 44) avevo un forte desiderio di paternità. e fossi stato con una donna mi sarei anche imbarcato a metter su una famiglia senza starci troppo a pensare… ma a parte che una donna non ce l’avevo… ma non solo, avevo un amore tossico che mi stava rodendo l’anima (sai uno di quegli amori impossibili, che sono sempre sbagliati, qualsiasi cosa tu faccia? quello!)… cmq credo che anche se mi sentivo pronto, e anche se avessi avuto una buona donna al mio fianco, probabilmente in seguito mi sarei pentito di aver messo al mondo un figlio. e so di gente che la pensa come me, anche donne.
        detto questo non voglio cambiare i tuoi desideri. la vita è fatta di periodi. e tu in questo periodo nutri questi tuoi sentimenti. solo, tieni in considerazione che in futuro potresti cambiare idea.
        ciao.

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