Ernestine

Quando prendi atto che la tua vita privata è più complicata di quella dei tuoi personaggi, capisci due cose:

  • Che avrai materiale narrativo per i secoli dei secoli amen
  • che forse è il caso di concentrarsi di più sulla scrittura; almeno lì il lieto fine lo puoi assicurare in ogni caso a tutti

Quindi, torniamo alle mie personagge. Countdown all’8marzo (l’8m’arzo letteralmente), e vi propongo la personaggia che avrei postato ieri se la mia vita affettiva non fosse così complicata come di fatto è.

Ernestine Oppenheim: donna matura dal fascino ineffabile senza età; intraprendente e misteriosa stilista d’alta moda, ma soprattutto esperta maestra di vita e di questioni uomo-donna (dio non so cosa darei per avere una Ernestine a portata di mano in questo momento). Quando la Venere che è in noi prende possesso del corpo, della mente e delle emozioni liberando la grazia naturale di ogni donna che alcuni chiamano “seduttività”.

Tratto da Libertate, terzo volume della saga di queifamosilibri.

La giornata soleggiata avrebbe messo allegria se non fosse stato per il suo umore nero. Non una nuvoletta all’orizzonte, ragazzine vestite di colori e piene di quella gioia frizzante propria della loro età ridacchiavano per aver marinato la scuola; uomini distinti si dirigevano verso impegni importanti mentre aggiornavano i propri assistenti al cellulare; donne elegantissime incedevano tra la plebe con lo sguardo laterale fisso alle vetrine più rinomate, risapute depositarie del bon ton e dello charme; e poi c’erano quelli come lei, quelli normali e sotto-normali, che andavano da una qualche anonima parte, che ignoravano bon ton ed etichetta, o si trovano lì per sbaglio, anelando oggetti ed uno stile di vita che non avrebbero mai avuto, e magari neanche facevano per loro.

Sì, decisamente, immergersi tra la gente le annullava i pensieri, un po’ come tanto tempo prima le era capitato volteggiando sui tetti di Cape Town. In fondo, non le sembrava poi così diverso.

I palazzi forse erano cambiati, da allora, e anche le facce, eppure Cape Town era rimasta se stessa, aveva mantenuto la stessa atmosfera; il profilo rassicurante della Montagna avrebbe protetto tutti loro ancora per secoli e secoli, nonostante qualunque bomba o pestilenza. Amava quella città; era casa sua, in tutto e per tutto, in ogni suo angolo, dal più pidocchioso tugurio infestato di topi, al più esclusivo attico del centro.

Aveva l’umore decisamente a terra quando decise di metter qualcosa nello stomaco, in uno di quei bei bistrot, così carini e raffinati, anche a costo di fiocinarsi la paga di un mese. Si avvicinò ad uno con tavoli e sedie in ferro ed un gazebo con fioriere che lo rendevano simile ad un giardino coperto: sembrava uno di quei posti da favola delle riviste che avrebbe potuto giusto mettere una toppa sul cuore. Dette uno sguardo per cercare un tavolo che facesse al caso suo. Ma una voce femminile alle sue spalle la fece sobbalzare chiamandola per nome.

Madame Oppenheim, le gambe fascinosamente accavallate, mise giù un quotidiano mentre con quell’aggraziata naturalezza che le era propria sfoderava il più dolce e ammaliante dei sorrisi. Accidenti: quanti anni poteva avere? In atelier le era apparsa una donna di mezza età, ma adesso, col sole che le splendeva in ogni piega del viso, poteva dargliene pure venti. Anche se quegli occhi… occhi che trapassavano e colpivano al cuore senza pietà, scintillanti e profondi come abissi… quegli occhi potevano averne centinaia di anni. Occhi che la sapevano lunga. Morgan si sfilò le lenti scure: forse non aveva gli stessi secoli alle spalle delle sue pupille, ma di cose ne aveva viste e affrontate anche lei. Meglio guardarsi senza filtri, allora.

– Madame Oppenheim? –

– Che bella sorpresa! Aspetta qualcuno? –

– No, io… cercavo un tavolo, per me –

– Ma che incredibile coincidenza! Perché non si siede, e mi fa compagnia? Ė così triste mangiar da soli in una simile giornata –

– Madame, non vorrei disturbare –

– Sciocchezze! Mi farebbe davvero piacere, la prego. E mi chiami Ernestine: ormai è una mia cliente affezionata – le fece l’occhietto. Certo che ci sapeva davvero fare la signora.

– Se insiste… – pensò Morgan, senza precisare che in fondo aveva preso solo un vestito da lei, che neanche aveva pagato, circostanza che probabilmente non si sarebbe mai più ripetuta.

Madame Oppenheim dette disposizioni al cameriere di approntare il suo tavolo per due.

–  Mi dica, come mai è da queste parti? Non mi pare di averla vista altre volte qui in giro –

– Avevo il giorno libero, e la giornata è così bella… –

– Ha fatto bene – sorrise Ernestine, quasi aggiungendo splendore all’atmosfera intorno. Morgan si chiese se fosse una specie di dote di natura, per certe donne, spandere bellezza ed eleganza, senza far nulla in particolare.

Poi, mentre visionavano il menù, arrivò la temuta domanda.

– E come sta il nostro amico, Jean Paul? –

– Bene, immagino – abbozzò un sorriso, ma temette di non esser molto convincente – Noi non ci vediamo molto, fuori dall’orario di lavoro –

– Oh, già: voi lavorate insieme, mi diceva –

– Sì, infatti –

Ernestine Oppenheim dissimulò un sorriso nel fissarla sopra una tartina.

– Il signor Jean Paul ha nuovamente portato l’abito da noi, per farlo smacchiare –

– Lo immaginavo – deglutì.

– Ė motivo d’orgoglio per me sapere che una mia creazione dia buoni frutti… – disse in tono sibillino – Molte donne fanno acquisti senza criterio, o gusto, e poi si ritrovano il guardaroba zeppo di cose inutili e abiti che sì e no avranno indossato una sola volta –

– Capisco perfettamente il tipo – disse Morgan pensando a Terry – Forse è una fortuna che io, all’opposto, non faccia acquisti affatto… –

Ernestine dette in una risata che parve cantare.

– Eppure ha indosso dei vestiti; e almeno due volte ha indossato uno dei miei –

– Lei li chiama vestiti? – si fissò sconcertata il solito pantalone in poliuretano e la maglietta nera coi cut out – E poi il suo abito era solo in prestito; e dubito succederà ancora… – si nascose dietro un sandwich.

– Mi perdoni se le sembro invadente, ma ha un’aria poco felice oggi –

– Ho avuto un weekend… altalenante – disse mettendo giù il sandwich, anche se era squisito.

– Non le piace? – chiese Ernestine, con un tono infinitamente dolce.

– No, è che… forse sono già piena –

Ernestine la fissò per un lungo momento, poi aggiunse – La maggior parte delle donne è convinta che gli uomini oggi siano esseri complicati, volubili e pericolosi; che è un po’ quel che gli uomini pensano a loro volta delle donne. La verità è che mentre noi siamo effettivamente complicate, volubili e, talvolta, pericolose (più per noi stesse che per gli altri), gli uomini sono esseri talmente semplici che, se le donne se ne rendessero conto, credo l’intero assetto geografico e politico del pianeta cambierebbe di colpo! – dette in una risata – Vede, gli uomini hanno dei bisogni elementari, e una volta soddisfatti, farebbero qualunque cosa per la donna: garantirle protezione, stabilità, una discendenza… e tutto il resto di cui una donna può aver bisogno. Per non parlare del fatto che starebbero tranquilli, che sarebbe già una gran cosa –

– E quali sono questi bisogni? –

Ernestine soffocò una risata nel tovagliolo, poi abbassò il tono.

– Una mia vecchia amica una volta li riassunse così: pappa, pippa, nanna. E indovini un po’ qual è il più importante dei tre – scoppiarono a ridere – Mi perdoni la volgarità! Ė così: dia loro del buon cibo, del buon sesso, e poi una buona dormita e saranno suoi schiavi a vita, placidamente soddisfatti e beati –

– E che succede quando soddisfano i loro bisogni elementari ma… vanno via lo stesso? – deglutì Morgan, sperando di non sembrare così afflitta quanto era in realtà.

Madame Oppenheim si fece più seria.

– Le cose sono due: o in realtà non sono stati pienamente soddisfatti, oppure… devono davvero avere una buona ragione per farlo. Come dicevo, non hanno nulla di complicato; e temo che gli uomini di oggi, nonostante ostentazioni di virilità, forza, e valori turner, che vanno tanto di moda, siano molto più insicuri e fragili di quanto non sembri. Del resto, è un dato di fatto che la vera forza di una coppia risieda nella capacità di lei di affiancare e sostenere lui –

Quel discorso non la convinceva per niente; certo, non c’era stata una lauta cena, e non sapeva quanto e come avesse dormito, ma quanto al sesso… definirlo buono le sembrava riduttivo. E neppure la storia dell’insicurezza e fragilità la persuase: sembrava piuttosto il più classico dei copioni di un film di serie B, con lui, bello e affascinante, che giocava a far l’irreprensibile gentleman finchè lei, bella ma integralmente stupida, non ci cascava, e a quel punto il gioco smetteva di essere divertente.

Madame Oppenheim la fissava, sembrando indovinarle i pensieri.

– Cara, lei sembra davvero non accorgersi dell’effetto che ha sugli uomini –

Morgan si fissò di nuovo i pantaloni avvilita.

– Mi perdoni, ma non credo che sia la giornata giusta per farmelo notare –

– Il fatto è che lei mi piace; non nel modo in cui può piacere ad un uomo. Ha qualcosa… non saprei come definirlo… una sorta di potere, si potrebbe dire. E poi mi piace il suo stile –

– Sta scherzando? – rise Morgan.

– No! Adoro l’aggraziata aggressività dei suoi pantaloni, e della maglia con quei cut out molto seducenti –

– Non ho mai pensato che la parola “aggraziati” si addicesse a questi pantaloni –

– Ma è il modo in cui li porta, in cui si muove, a renderli così… la seduzione per alcuni è un’arte da imparare, per altri è una dote naturale e inconsapevole; un modo di esprimere sfacciatamente una forma di potere e libertà del proprio corpo: e credo che questo sia decisamente il suo caso. Muoio dalla voglia di farle una proposta… ma temo le parrebbe troppo stravagante –

– Che genere di proposta? –

– Vorrebbe essere la mia musa? –

– La sua musa? – sollevò le sopracciglia Morgan.

– Sì, vorrei disegnare una nuova linea ispirata a lei –

– Una linea di vestiti tipo quelli che ho indosso? – la fissò incredula.

– No, una linea di alta moda; completa di accessori e lingerie –

Morgan scoppiò in una sonora risata di cuore, abbandonandosi alla spalliera della sedia e grattandosi il capo.

– Dio, nella vita ne ho viste di tutti i colori, ma questa proprio mi mancava. Non vorrei offenderla, Ernestine, ma l’idea di ispirare abiti di alta moda mi sembra, quanto meno, esilarante. Insomma, mi guardi: è palese l’ambiente cui appartengo –

– Le assicuro che lei non ha la minima idea, ancora, di chi lei sia e a cosa appartenga; mi chiami, per favore, se dovesse cambiare idea – le porse un bigliettino da visita con il suo numero privato – Ora deve scusarmi, ho un appuntamento in atelier; oh, lasci stare: è stata mia ospite – strisciò la sua carta e la piastrina sul lettore del cameriere con un unico gesto che parve la perfetta coreografia di un’impalpabile danza. Quale poteva essere il segreto di un muoversi così misurato e perfetto? Pensò Morgan mentre le natiche della donna più affascinante e misteriosa che avesse mai visto si muovevano al ritmo di una musica segreta, soavi e fasciate da un tessuto che più che moda sembrava veste religiosa, mentre gli adepti inconsapevoli, maschi o femmine non aveva importanza, attirati da quella musica le guardavano scivolare via, magnetizzati e incapaci di distogliere lo sguardo dallo spettacolo più sfacciatamente terreno, e al contempo mistico, del pianeta. “Quel culo sa parlare” sorrise tra sè Morgan incantata “Lo giuro“.

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Better call Kathy…

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La città mamma

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