C’era una svolta

Non ricordo quand’è stato che ho cominciato.

Molto presto. Forse ancora prima di imparare a mettere una lettera dietro l’altra. Sì, in senso lato, raccontare storie mi è sempre riuscito bene.

Mia madre ci leggeva libri, quando eravamo piccoli. Si sedeva sulla sponda del lettino di mio fratello, e leggeva, interpretando da attrice le voci dei personaggi. Personaggi come Frodo Baggins, Momo, Atreiu e tutti gli altri. “Mamma, ci fai vedere le immagini?” dicevo.

“Non serve” rispondeva “Le puoi immaginare”

Un trucco che ha funzionato fin troppo, negli anni.

Io e mio fratello coi nostri giochi inventavamo storie, a base di paperi, e altri animali improbabili. Lui scrisse il suo primo racconto (“Una storia tutta scema” il titolo da best seller) tipo a cinque o sei anni. Mi ha battuto. Poi però io ho scritto una saga nell’arco di vent’anni, e direi che stiamo pari. Tra l’altro, io e lui litighiamo ogni due per tre, e non andiamo d’accordo su praticamente nulla, ma quando abbiamo lavorato all’editing del mio primo libro è stato forte. Sembrava quasi di essere tornati coi paperi e gli altri.

L’ho già detto: se non scrivo sto male. Scrivere è la mia voce accessoria, quella che mette in ordine le idee, le collega, le moltiplica addirittura. Ci sono volte che le dita sanno esattamente dove andare, prima che il cervello lo realizzi: sono le volte che, me ne rendo perfettamente conto, non sono io a scrivere. E’ qualcos’altro attraverso di me, che mi usa per dirsi; è come se una specie di divinità o demone s’impossessasse delle mie dita e del mio cuore. Non succede sempre, ma quando succede… ragazzi, non so descriverlo. A volte l’unica parola che vi si avvicina è “orgasmo”, ma non rende abbastanza l’idea. E’ come se la vita stessa fluisse attraverso le dita, e prendesse la forma del messaggio che scrivo. E’ come se io fossi il filo e le parole l’alta tensione che lo percorre.

Scrivevo anche quando non scrivevo. Anche per studiare: scrivere e riscrivere appunti e riassunti mi aiutava a fissare i concetti, ad organizzarli nel pensiero. Non so più quante dispense ho prodotto da amanuense per la copisteria di facoltà; chissà quanti ci si sono laureati. Poi, come ho già detto qui, il mio canto si è fermato. Mi sono ammalata di quella malattia che a volte prende certi alieni, che sono quasi come dei semi, con troppa vita dentro, e una cuticola troppo spessa perché possa venire fuori.

Gran parte del mio dolore vivo derivava da questo: la sensazione di avere tanto da dare e da dire, troppo, e di non riuscire (non capivo perché) a darlo e a dirlo. Non ne avevo la forza… e non ne avevo il coraggio.

Ma quando ho ripreso… è stato un rifiorire, lento e progressivo. Esplosivo. Se sono arrivata qui, sulle mie gambe, è anche grazie alla scrittura. Mettere nero su bianco tutto il mondo e la vita che mi si agitavano dentro, i miei demoni, i miei personaggi, i miei amici e i miei nemici, le battaglie, le sconfitte, gli amori, le morti… tutto aveva un senso sulla pagina. E’ stato una liberazione. Una rivelazione. Una terapia.

Ho sempre sognato di vivere delle mie parole. E ora che il sogno si sta realizzando, quasi stento a crederci. Svegliarmi la mattina mi sembra la cosa più meravigliosa del mondo. Ci ho creduto, ci ho scommesso. E all’indomani dell’ora più nera, è arrivata l’alba. Mi sono inventata un lavoro e una professione dal niente.

Ricordo il mio primo colloquio di lavoro, giugno dell’anno scorso. Dovevo andarci in macchina. Con la vecchia Renault super5 dell’88’. Io che non guidavo fuori paese mai.

“Non è che per caso mi ci puoi accompagnare?” chiesi a Tizio. Lui, saggio come una statua di bronzo, col suo sorrisetto irriverente da schiaffi non rispose. E io, che sono sì scema ma fino a un certo punto, capii cosa voleva dire.

“Lascia stare. Ci vado da sola”

“Brava” parlò a quel punto Tizio (che le parole spesso se le fa pagare) “Sei capacissima di arrivarci da sola”

Mi ricordo il sudore freddo, e il tremore alle mani. Dopo tutto, mi dicevo, non è poi così diverso dal guidare in paese. I pedali sono quelli. Di frenare sai frenare. E male che vada, vai a quaranta e non ti sbagli.

Guardandomi ora, sembravo una bambina che metteva i primi passi nel mondo da sola. Non avevo un conto, una carta, nè sapevo cosa fosse una partita iva o una ritenuta d’acconto. Ma mi sono buttata.

Da lì, il gioco s’è fatto sempre più serio, e impegnativo; ho dovuto studiare, di notte, andando a letto tutta vestita, e riprendendo il mattino dopo, per le mie serie di flessioni e addominali, e lavorare e mettermi in pari. Ho investito, approfondito, sperimentato… e lavorare con le parole è stato meraviglioso, divertente, coinvolgente. Certi giorni non so cosa diavolo inventarmi, ma so che se metto le dita sulla tastiera qualcosa ne verrà fuori.

“Hai bruciato le tappe, in meno di un anno” mi hanno detto qualche giorno fa.

Sì. Ho dormito per dieci anni, come una specie di Bella Addormentata. Ma ora sono sveglia, consapevole, ritta e affamata di vita. Oggi so chi sono. Sono una copywriter, una storyteller, una blogger, una content creator per il social media marketing. Ho imparato a fare piani editoriali, ad adottare il giusto tono, a rischiare, a capire come leggere i numeri, come trattare coi clienti… da domani sarò questo e altro ancora: digital pr. Inizia una nuova avventura, e io spero sia duratura e fruttuosa per tutti. Un’agenzia di Bari mi ha scelto, e la prima cosa che gli ho chiesto è stata “Come ho fatto a convincervi?“. Dio, sono davvero grata alla vita. E a me stessa. E a questa opportunità. E adoro questo lavoro.

Tra un po’ potrei addirittura essere un’autrice da trovare in libreria (ricordate i miei personaggi, e “queifamosilibri” nella cassettiera?). Un giorno sarò anche una terapeuta, ma a modo mio, secondo le mie regole. Secondo il mio piano. Ora anche i miei lo sanno. Qualche giorno fa gli ho letto una lunga lettera a riguardo. Una lettera che spiegava la donna che sono oggi, che ha smesso definitivamente di essere la bambina di un anno fa. Non sapevo cosa aspettarmi da loro, ma non mi importava. Le mie radici sono abbastanza radicate e forti per reggere qualunque urto, adesso.

Eppure hanno saputo sorprendermi. “Non importa come, l’importante è che tu abbia trovato la tua strada”

Ora tutto ha un senso. La medicina, le neuroscienze, gli studi, i libri letti. Il dolore, la Toscana, i miei scritti, la terapia. Il mio ex mi ha insegnato tutto ciò che sapevo sul marketing. Ma io sono andata oltre. E ora che la mia vita sta per svoltare di brutto, ho quasi le vertigini. Quasi non mi riconosco. Vivere non è semplice, ma assecondare la propria essenza è l’unico modo per fare tutto ciò che dobbiamo. Oggi conosco il significato più autentico della parola gratitudine, e so che niente è per sempre, il dolore come la gioia. “Tutto passa” recita una storiella zen che tengo appesa al muro, vicino al mio letto.

Oggi so che vale la pena affrontare tutto, e rifarei tutto daccapo, proprio tutto uguale, esattamente come l’ho fatto. Anche il peggio è stato importante.

Non avete idea di quanto io abbia da dare. Sono al punto di svolta. E questo è solo l’inizio. Perciò scusatemi se oggi il posto delle personagge me lo sono preso io, ma devo imparare a farlo: prendermi ciò che mi spetta. Esattamente ciò che mi spetta, nè più nè meno, per fare ciò che sono nata per fare. ❤

Madò, a metà tra il priscio e melastofacendosotto.
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2 risposte a "C’era una svolta"

    1. Ho il sospetto che tu sia di parte. Ma ti ringrazio davvero. In fondo si scrive per essere letti, ma soprattutto per riuscire a comunicare qualcosa di autentico. Perciò, grazie 🙂

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