La mia commercialista. Ovvero: l’onestà

E niente: se fossi lesbica, mi innamorerei della mia commercialista. E’ troppo una bella persona. Semplice, schietta, e pure cazzuta. Sapete quanto adori le donne cazzute. E’ tanto dolce anche; forse perché le donne cazzute, sono cazzute per poter difendere abissi di dolcezza.

Ci sono tornata qualche sera fa. Dopo appena due dialoghi, siamo ormai amiche a pelle. Mi ha raccontato tante cose sue, della sua vita, del suo passato. Tra una confidenza e l’altra, mi ha consigliato come fare per aggirare alcuni problemini contingenti, legati all’inizio di questa nuova fase professionale.

In un post che avevo “oscurato”, per varie ragioni, temporaneamente, vale a dire “Nata ieri”, la presentavo. L’onestà è, tra le tante, una delle virtù che più apprezzo in una persona; ha a che fare con la correttezza, ma anche con la verità, e in senso lato è una forma di integrità, pulizia, coerenza interiore. Per essere onesto devi essere uguale con me, con un altro, con tutti gli altri; trasparente. Aderente ad una morale che non è quella tua personale, ma la MORALE. “La cosa giusta da fare”. Quella giusta per eccellenza, con la “G” maiuscola. Giusta perché va nella direzione del bene, per me, per tutti, per l’universo intero.

A lungo mi sono domandata sul significato della parola “Iustitia“, la seconda regola dei turner, che essi portano tatuata sul braccio destro, poco sotto la spalla. E’ anche il titolo del secondo volume (in realtà tripartito in tre romanzi) della mia saga. Ho letto saggi, filosofi, opinioni. Ho studiato codici, interpretato visioni. E alla fine mi sono detta La cosa giusta da fare, come la verità, è una sensazione“. E quando dico sensazione, non intendo una mera sensazione impulsiva e istintiva: quello ha più a che fare con la meccanicità del corpo, o l’emotività, che spesso portano fuori strada (anche se vanno ascoltate entrambe). Ma no, non intendo quello. Intendo quella “sensazione” che deriva, a sua volta, dal senso di interezza e comunione che si può avvertire nel corpo, nelle emozioni e nella mente, un senso di unità, integrità e forza interiore difficilmente confondibile con altro: lo senti. Quando sei davanti a una sacrosanta verità non lo capisci con la mente, lo senti.

Detto in altre parole: quando ci si immerge in se stessi, per esempio in meditazione, sondando con assoluta sincerità e lucidità i meandri di sè, si può, in alcuni momenti toccati dalla grazia, arrivare al cuore nudo delle cose. Sentire la “voce” della verità, una sensazione, appunto, che ti comunica “Questa è la verità. Questa è la cosa giusta da fare“, e lo fa con assoluta certezza e linearità. Non è difficile, se si fa pulizia, nell’ascolto, delle voci fuorvianti (quel che ci “piacerebbe” fosse la verità, quel che vorremmo, per ego o per sensi di colpa, o per varie millemila altre ragioni, che fosse, quel che siamo abituati a pensare che sia, per meccanicità, per condizionamenti, per ciò che ci è stato inculcato dalla scuola, dalla cultura, dall’educazione e altro ancora…). E’ uno sguardo puro, quel che serve. Un orecchio puro. Scevro da aspettative, giudizi, e interpretazioni soggettive. Quando arrivi a questo ascolto, quando lo coltivi, ti ci alleni (ecco, per esempio, a cosa può servire la pratica assidua della meditazione), quando ti abitui in qualche modo ad entrarvi in contatto… diventa sempre più semplice avvertire la sua voce. Diventa sempre più semplice percepire le sue avvisaglie “Occhio“, potrebbe dire, “E’ la strada giusta, ma rischi di deragliare“.

Di sicuro, se si impara ad agire rispettando questa voce (la cosa giusta da fare), non è poi così complicato esprimere in modo naturale, quasi inavvertitamente, onestà.

E forse (dico forse) apprezzo questa virtù proprio perché ne avverto il lavoro, lo sforzo che c’è dietro. Io per prima non sono sempre stata un faro di onestà, anzi. Mi vergogno tutt’ora di ritornare con la mente a tutti gli episodi di piccola, deprecabile, peccatrice. L’aspetto più riprovevole della disonestà è il male che ne deriva per l’altro, il senso di tradimento, i sentimenti feriti, la limpidezza offuscata nel cuore della vittima incolpevole. Anch’io sono stata più volte tradita. In molti sensi. La mia fiducia, le mie aspettative, il mio candore sono stati traditi. E anch’io ho tradito e ferito, in tanti modi.

Chiunque passa dal tradimento su questo pianeta, e non credo sia un vanto per la specie umana. Tuttavia, penso che proprio questo faccia apprezzare l’onestà, e stimoli allo sforzo di essere coerenti e trasparenti: una forma di orgoglio, di riscatto della propria dignità scaduta. Una forma di speranza per il genere umano che passa da ognuno di noi, singoli esponenti. Una scommessa per provare ad essere “fratelli”, sodali in questo viaggio pazzesco. Come è capitato a me e alla mia commercialista. Dopo tutto, quando incontri una persona onesta la riconosci dallo sguardo limpido, la schiettezza del volto che sa di poter dormire sereno la notte, più che dei modi, e delle parole. E quando ti capita, senti un fiotto caldo al cuore, quella vicinanza, quella speranza di verità che tanto ci manca oggi, così avanti nella tecnologia e nelle comunicazioni, e così distanti gli uni dagli altri. Quasi scatole vuote ed ermetiche.

Vale sempre la pena di essere onesti, con se stessi, con gli altri, con le regole e le istituzioni, su più livelli. Ci si risparmia il biasimo, le nottatacce, la vergogna di guardarsi allo specchio, i maneggi per far quadrare le cose dopo, il male che fai e che, stupido che non sei altro, prima o poi ti ritorna indietro e pure moltiplicato. Ma soprattutto ci si guadagna il rispetto, la fierezza di poter camminare a testa alta, di poter guardare chiunque (chiunque) dritto negli occhi senza timore alcuno, di poter fare sonni tranquilli, di poter chiedere il giusto, perché ce lo si è guadagnato, e soprattutto quella bella sensazione che è un mix di orgoglio e piacere: amor proprio.

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