Scorciatoie non ce ne sono

Vademecum parte 3 – Il metodo

Un post che ho rimandato fin troppo. E voi seguaci digitali lo sapete. E mi tenete (giustamente) il fiato sul collo virtuale. Che mi fa pure male (il collo. Troppo pc fa male al collo, sapevatelo).

Ebbene. Dopo avere illo tempore espresso il mio sapere in poche (ahahahah) ma semplici (ri-ahahahah) parole, a seguito del disvelamento delle menzogne, e vale a dire che per fare ciò che DOBBIAMO fare è necessario

A) sapere CHE COSA fare, in primis (ovvero qual è il famoso focus: Siamo laser, non lampadina, suona in effetti un po’ come il decurtisiano “Siamo uomini o caporali”, e forse forse il senso è un po’ quello sotto sotto – senso esplicato nel link del collegamento ipertestuale – Ovvero Vademecum 1)

B) avere un LIVELLO ENERGETICO dignitoso e sufficiente e necessario per fare il “da fare” (memo: la parola psicoecologia tatuatevela nelle cervella, chè è la chiave di tutto, come appunto spiegavo nel link al collegamento ipertestuale – Ovvero Vademecum 2)

C) a questo punto necesse est un METODO, e vale a dire: capire COME FARE il “da fare”.

E qui cascano gli asini anche se non volano, di solito.

Come ben sapete ormai fino alla nausea, la mia storia è un po’ romanzesca, suo malgrado, a causa dei miei problemini alienanti, di cui ogni tanto ho dato contezza con dovizia di dettagli non richiesti, e forse anche non necessari, ma di sicuro esplicativi di una cosa: che Lavorare su di sè è l’unico modo per trasformarsi. Scorciatoie non ce ne sono. E se ve le spacciano per buone, o sono falsi e bugiardi inconsapevoli (nella migliore delle ipotesi), vale a dire persone che si prendono per il culo da sole (e ce ne sono a BIZZEFFE ovunque, sul web e fuori dal), oppure lo sono consapevolmente (e quindi si prendono per il culo due volte, una perché in fondo fanno finta di credere a quel che dicono, e due perché poi credono di fare i furbi spacciando per vere formule della felicità a buon mercato che però… non funzionano manco per sbaglio – ah-ah-ah).

Lo ripeto: scorciatoie n-o-n c-e n-e s-o-n-o. E si dura fatica. Tanta. Tutti i giorni. Che tradotto in francese vuol dire: ti devi fare il culo. A tarallo proprio. Che sennò non si chiamava Lavoro, si chiamava “Vacanza su di sè”. Tutti i giorni i miei demonietti si svegliano con me e mi vengono a trovare. E tutti i santi giorni li devo sgamare (OSSERVAZIONE), mi devo ricordare di mettermi in grounding, prendere contatto con la realtà esterna e la realtà interna, e ricordarmi l’Io Sono (RICORDO DI SE’), e tutti i santissimi giorni devo sforzarmi di fare tutte quelle cose che so di dover fare per cambiare e trasformarmi, perché di sicuro mi faranno bene, anche se non mi va di farle (SFORZO COSCIENTE) e rinunciare a quelle che so di non dover fare, perché mi fanno male (SOFFERENZA VOLONTARIA).

Ecco, con la sintesi forse sta andando meglio: ve li ho già riassunti.

1 – Osservazione. Bisogna osservarsi e osservare costantemente ciò che facciamo, materialmente (le azioni che compiamo nelle 24 h: sono in linea col focus, con quel che “diciamo” di volere? Lo vogliamo veramente sto focus? O, nei fatti, il nostro inconscio ci comunca che vorrebbe TUTT’ALTRO?), poi come lo facciamo, cosa diciamo, come lo diciamo, l’atteggiamento generale, energetico che abbiamo con gli altri, con la vita, le reazioni automatiche che abbiamo… tutto ciò che dice insomma chi siamo, dove siamo a livello di consapevolezza, e cosa vogliamo a livello inconscio. E’ interessante scoprire, ad esempio, che magari passiamo gran parte del tempo a lamentarci, a fare i lagnosi con gli altri, le vittime, a pensare (e a mettere in atto) il “Non ce la faccio”… per poi chiederci: ma come mai le persone si comportano tutte così con me? Come mai non riesco ad avere il controllo del mio programma giornaliero… ecc. Osservare. Osservare. Osservare. Anche gli altri (parlano molto più il loro atteggiamento e le espressioni del contenuto delle cose che dicono: al 90% puttanate, di cui però sono convintissimi).

2 – Ricordo di se’. Questo è uno strumento più “raffinato”. Gurdjieff in un suo libro suggerisce, come esercizio per rafforzare il senso dell’Io unitario, di ripetersi in atteggiamento d’osservazione, IO SONO, facendo vibrare queste parole nel plesso solare. Un esercizio che faccio spesso e faccio fare anche ai miei gruppisti di meditazione. Proprio la meditazione è uno strumento molto valido per allenarsi all’osservazione, e quindi anche al ricordo di sè: è un’osservazione pura e distaccata, disidentificata dal contenuto osservato, vale a dire il mio corpo, ciò che sento, e ciò che penso. L’osservatore, man mano che ci si esercita, diventa la sede pura, unitaria e disidentificata dell’IO: io ai miei gruppisti lo spiego così, immaginate di essere uno spettatore seduto nel cinema che osserva i suoi impulsi fisici, le sue emozioni, i suoi pensieri proiettati sullo schermo, e si dice “Io sento questa cosa, ma non sono questa cosa”. Chi sono allora? L’Osservatore, ovvio. Ma un osservatore che è al tempo stesso oggetto dell’osservazione, senza giudizi nè interpretazioni. Ne prende solo atto.

Il ricordo di sè è uno degli atti più importanti del Lavoro, perché riporta il POTERE a te. Mentre siamo, infatti, immersi nella vita “soggettiva”, quella da schiavo come la definisce Gurdjieff, ovvero quella quotidiana ordinaria… mentre viviamo ordinariamente, dicevo, siamo immersi nella nostra visione della vita da schiavi: schiavi dei nostri impulsi fisici, dei nostri impulsi e delle dinamiche emotive ataviche (immagazzinate in memoria, cioè, dalla notte dei tempi, da quando facevamo “Uè” nella culla), e dei nostri schemi mentali, figli di una cultura, o credenze, o pregiudizi e via dicendo… schiavi di tutto questo demandiamo all’esterno, e agli altri, il potere sulla nostra vita. Se non sei consapevole di quel che fai e delle motivazioni profonde del perché lo fai, sta decidendo qualcun altro, molto semplicemente. Essere liberi significa, in primis, ricordarsi quindi di essere IO quello responsabile del mio destino, non le circostanze esterne (che possono condizionarmi solo marginalmente), riportare l’attenzione e l’osservazione al centro, riporta a me il potere. E l’osservazione. Questo in sintesissima il Ricordo di Sè.

Io che mi sforzo cosciente. E poi mollo. E poi mi sforzo di nuovo. E poi… (ecc. ecc. ecc.)

3 – Sforzo cosciente. Molto spesso (SBAGLIANDO) viene scambiato per quello sforzo stupido e inutile del dover fare le cose per forza. No. Nein. Not. Non è questo. Spesso in questo atteggiamento coatto a “non mollare” si nascondono dinamiche tremende di competizione e altra roba infantile che andrebbe analizzata e opportunamente rimossa, o quanto meno “limata”. No. Lo sforzo cosciente è una decisione consapevole di “dover fare qualcosa” che a me meccanicamente non verrebbe manco per sbaglio di fare, tipo mettersi a dieta o smettere di fumare, ecc., allo scopo di “farmi del bene”. Ovvero: allo scopo di Lavorare. Il Lavoro è trasformazione, e la trasformazione è ovviamente in senso positivo e migliorativo, ed è sempre possibile… basta dedicarcisi con disciplina. Non dico che sia semplice. Io cado tutt’ora tutti i giorni o quasi. Ma l’importante è rialzarsi e ricominciare, ogni volta. Coscientemente.

4 – Sofferenza volontaria. Ebbene sì. Per essere felici bisogna (un poco) soffrire. Ma chi è che soffre? La parte di noi che dovrà “morire” per permettere ad un’altra di vivere. Vale a dire: la nostra parte distruttiva: ogni volta che la contrasteremo “coscientemente” quella tirerà calci, e soffrirà. Perché vuole sopravvivere. Ma lasciar sopravvivere una parte distruttiva significa rimandare ad libitum la nostra nascita come esseri migliori, nuovi, vivi e, soprattutto, LIBERI. Vale a dire “liberi dai meccanismi inconsci automatici e meccanici”. Non so voi, ma io di fare la macchina non c’ho tanta voglia. Matrix docet. “La vera libertà è disciplina” dice il Dalai Lama, e perché contraddirlo?

Quindi, per riassumere, il metodo consta di due atti passivi e due attivi: è necessario in primis rendersi conto di chi siamo (=tante persone in una pseudo-una, che vengon fuori a seconda del momento, delle persone intorno, e che hanno proprie volontà e atteggiamenti spesso anche molto nervotici e contastanti), cosa facciamo e come lo facciamo, ma soprattutto renderci conto che non siamo liberi (OSSERVAZIONE); quindi nel momento in cui osservo (anche gli altri intorno: chi sono, cosa fanno e come lo fanno, come si relazionano a me, cosa vogliono da me, perché li attiro ecc. ecc.) mi ricordo che l’osservatore sono Io, che Io Sono ma non sono ciò che osservo (RICORDO DI SE’ e disidentificazione, riportando a me la centralità dell’azione e creazione della mia realtà). Preso atto di ciò, e della centralità della mia azione, decido consapevolmente di partire da un atto trasformativo (uno alla volta, che non siamo Wonderwoman, nè Superman) di un mio atteggiamento, consapevole che non mi verrà facile nè spontaneo (perché altrimenti sarebbe un atto meccanico), ma mi serve per migliorarmi, farmi bene a più livelli, mettermi sulla strada del focus, ma soprattutto per allenarmi a non comportarmi da macchina, ma da uomo libero e quindi per Lavorare su di me (SFORZO COSCIENTE). Consapevole altresì che se questo atto cozza con una mia subpersonalità distruttiva questa soffrirà nel momento in cui proverò a “sconvolgere” i suoi equilibri (dicesi anche “resistenze”): prendi ad esempio le voglie di pizza e di cioccolata cinque secondi dopo aver deciso di metterci a dieta. Un classico. (SOFFERENZA VOLONTARIA: da non confondere col masochismo, che, come dice brillantemente Lowen, è sofferenza stupida e inutile dovuta a meccanismi inconsci e struttura caratteriale).

Bioenergetica, psicosintesi, meditazione, tai chi o altre arti marziali volte a modellare e coordinare il movimento corporeo, psicoecologia… ecc ecc: sono tutti strumenti utili per attuare il metodo di cui sopra. Che lasciano il tempo che trovano se ci scordiamo di usarli o, peggio, li usiamo male. Che poi Gurdjieff lo diceva: qualunque situazione, anche la peggiore, è la condizione ideale per Lavorare. A patto che ci si ricordi il Lavoro. Perché se c’è una cosa che a 35 anni ho imparato è: a chiacchiere siamo fortissimi, tutti. Ma è nei fatti. quelli concreti, tangibili e reali, che si vede la differenza tra “fanfarone” e “persona”. Chiunque può confermare che noi stessi abbiamo più stima di noi quando ci diciamo una cosa e poi la facciamo. Meh, per oggi ho detto abbastanza. A voi la parola… o meglio: l’azione. 😉


4 risposte a "Scorciatoie non ce ne sono"

  1. Grazie per questo post! Articolo utilissimo per rifocalizzare i propri obiettivi con gli strumenti giusti. Una sintesi di quello che ci ripeti spesso, e che sarà da rileggere periodicamente per non perdere la retta via.. Quella che ci porta finalmente alla consapevolezza e al stare bene ❤

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    1. Mi fa piacere che ne colga l’utilità ☺️ in effetti è fatto apposta per fungere da manualetto di istruzioni. Ovvio che è troppo sintetico… Vi invito infatti ad approfondire o, meglio ancora, porvi e pormi tutte le domande possibili. Ma soprattutto a mettere in pratica: è lì che il metodo si può osservare e capire meglio 😉

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    1. Una parola davvero difficile. Ogni volta che incontro una persona molto intelligente, mi ritrovo spesso a pensare “Sai tante cose. Davvero tante. E ne capisci altrettante. Ma cosa sai di te stesso, di questo preciso momento, di quel che stai facendo, di come lo stai facendo, dei veri motivi per cui lo stai facendo…?”. Ahimè, consapevolezza vuol dire questo. Ma è una parola tanto difficile, quanto rara.

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