Nata ieri

(NB. Ex post autocensurato, scritto un paio di mesi fa all’incirca.)

Nata ieri, e fotografata uno “ieri” di un paio d’anni fa da Fernando Briamo Ph.

Faccia finta che sono una bambina che è nata ieri: mi spieghi perbene, proprio in modo elementare, tutto. Come funziona la partita iva, cosa sarebbe meglio per me fare. Tutto insomma

Così ho detto ad Anna. La mia (forse) futura commercialista. Una commercialista che non mi aspettavo. Che quando le ho detto che per ora fatturo a “Ritenuta d’acconto”, quindi a prestazione occasionale, mi ha guardata proprio come anche tu guarderesti un alieno.

Non ha mai lavorato prima?

Ho dovuto spiegare. La malattia. Lo studio. La regressione. La prigionia autoinflittami. Il calvario della riabilitazione. Lei faceva di sì con la testa, non come quando si deve assecondare un pazzo (cosa francamente plausibile, lo so), bensì proprio come quando si ascolta, con interesse e partecipazione. Le ho spiegato cosa faccio di lavoro, come ho iniziato, come intendo proseguire. La mia situazione adesso.

Ma la ritenuta d’acconto ha un tetto di 5.000 euro l’anno

Eh lo so. Il punto (uno dei punti) del problema.

Guarda” ha detto alla fine, dopo avermi edotta in minuzie commerciali come fossi una futura laureanda di economia, “Te lo dico contro il mio interesse, perché a me interessa che sia prima di tutto tutelato il cliente, quindi tu in questo caso: se ti fai assumere è meglio. La partita iva è davvero un rischio e pesante, se non hai un grosso giro di clienti

L’ho adorata. Avrei voluto aprirmi una partita iva su due piedi solo per averla mia commercialista per la vita. Poi ci siamo salutate.

Sei in gamba” mi ha sorriso sulla porta.

Tre parole che mio padre non pronuncerà mai nemmeno sotto tortura, ma dagli estranei posso guadagnarmele.

Sì, sono nata ieri. E la vita mi ha offerto un buono omaggio per un corso accelerato di crescita e maturazione ai limiti dell’umanamente concepibile. Mi guardo indietro, a un anno esatto fa, e mi vengono i brividi. La strada che ho percorso era talmente ripida e irta di ostacoli che se l’avessi saputo guardando in alto, quand’ero lì in basso, forse cosciente della paura non l’avrei mai intrapresa. Ma non ho avuto altra scelta e sono qui. Sono qui a scrivere la storia presente della mia vita. Con l’ansia di non farcela, la certezza di aver già fatto tanto, e la sensazione che questa benedetta menzogna abbia già rotto abbondantemente il cazzo per troppo tempo.

Ora è la resa dei conti. Ora è il momento di stringere i denti e dare il tutto per tutto fino in fondo. Ora devo dimostrare a me stessa e ai miei committenti cosa valgo. Come narratrice. E come terapeuta. Perché sono indissolubilmente entrambe le cose. La curatrice della mia anima, la mia prima paziente per ora. E la narratrice delle loro storie secondo le regole del marketing.

Questi giorni sono stati durissimi. E certo San Valentino di mezzo non ha reso le cose più facili, coi ricordi e i rimorsi di un anno fa prepotentemente tornati tutti a galla, mentre Lui ha preso un altra strada, Tizio è scomparso come suo solito fare e l’Altro sciolto al sole meglio di una palla di neve. Ma sono stati durissimi soprattutto per motivi pratici: non avevo un soldo bucato, piena di debiti fin sopra i capelli, lavorando dalla mattina alla sera come un ciuco, e ancora incapace, per ovvi motivi pratici, di essere davvero autonoma e indipendente, la mia assoluta priorità, se voglio davvero crescere e diventare la donna che so nel profondo essere.

Inoltre la mia vecchia Renault super5 dell’88 aveva le gomme lisce. E non avevo un centesimo bucato per cambiarle. Ho conosciuto la paura quella vera qualche settimana fa, quando per ben due volte di seguito ho rischiato grosso all’uscita della statale 16, entrando a Poggiofranco. Aveva piovuto e non avevo alcun grip sull’asfalto bagnato. Solo io e Dio sappiamo quanto ho pregato ogni santo giorno perché non piovesse. E, nel caso proprio fosse indispensabile piovere, di arrivare sana e salva a Bari, riuscendo poi a tornare a casa. “Tieni duro, e resta lucida” mi dicevo. “Tieni duro, e resta concentrata. Le lagne, dopo“.

A che sarebbe servito piangere e lamentarsi? Ho tenuto duro. Finché gli ultimi giorni la stanchezza non ha minacciato di prendere il sopravvento, e allora è arrivata una mano insperata: un piccolo regalo, fatto con un tatto e una delicatezza che non ho potuto dire di no. Una mia amica mi ha allungato una mano, e con quel piccolo gesto mi ha fatto capire “Tranquilla, Angy, non sei sola“. Sono crollata: non piangevo così a dirotto da… boh, un anno forse, e ho capito veramente il senso delle parole di Gurdjieff, riguardo la “considerazione interna“: considerare esternamente tutti, internamente mai. Tranne rare eccezioni.

Lo dico perché col fatto che adesso sto rompendo con la faccenda di Mobedì a Turi e sto puntando sui social per mostrare il mio lavoro (giacché tramite i social mi è arrivato) comincio a stare sugli attributi ad alcune persone. E forse tra un po’ le alcune diventeranno molte. E lo so. Lo accetto. In questo mondo funziona così. Tanto a che mi serve la considerazione di tutti? Io tengo alla considerazione di pochi, quei pochi che quando sono alla canna del gas ci sono, ci sono stati e ci saranno; quei pochi che davvero condividono i miei valori, la mia strada, il mio percorso di crescita. E se rischio di allontanarmi dalla retta via sarà del loro parere che terrò conto. Tutto il resto è becera proiezione, e più vado avanti per questa strada più dovrò aspettarmela. Certo, non sono belle energie. Ma suppongo non se ne possa far a meno a certi livelli. Persino persone meravigliose, alcune che conosco, altre di cui ho solo letto, sono state aspramente bersagliate nonostante quel che sono. Per ostilità, per invidia (oh, nessuno meglio di me può sapere quali demoni orrendi può covare il cuore di un fallito dentro), per slealtà, scorrettezza, disonestà, e per chissà quali altri motivi. E io non brillo nemmeno un decimo di quei “meravigliosi”.

Sì, sono nata ieri. E la prima persona a cui penso ogni volta che conquisto un nuovo miglio è Lui, il mio ex compagno. Non perché vorrei tornarci insieme, ma perché è l’unico che può sapere quanto mi è costato tutto questo, quanto fosse impossibile concepirlo un anno fa. Vorrei dirgli “Hai visto? L’avresti mai detto che l’avrei fatto?come una bimba che chiede con gli occhi al papà e alla mamma di dirle con orgoglio che è stata brava. Ora che so guidare fuori Turi, a livelli tali da riuscire a gestire una macchina che sfido chiunque a saper guidare in condizioni estreme quali le attuali. Ora che faccio benzina da sola tutte le settimane. Ora che faccio preventivi, corsi di social media marketing, lavoro dalla mattina alla sera e studio la notte perché questa cazzo di laurea me la prenderò in un modo o nell’altro. Ora che mi alleno nelle pause come un atleta incazzato per sfogare la rabbia e la frustrazione, e mangio come diocomanda. Ora che so maneggiare una Nikon 5200 con un obiettivo 18-105 (Dio, ci avresti mai creduto???). Ora che parlo coi commercialisti quasi come una persona normale. Di partita iva e assunzioni. Io che avevo paura di tutto, dello sterzo di un auto prima di tutto, io che darei qualunque cosa per esser sommersa dalla cioccolata specie a prima mattina, e che se mi dico “Allenati” vorrei rispondermi (girandomi dall’altra parte nel letto) “Allenati tu” proprio come se avessi un disturbo di personalità multipla. Io che ancora mi sveglio sentendomi ameba, col suo odioso programma del fallimento a rompere i coglioni, specie quando sono con l’acqua alla gola. E poi mi metto in grounding. E ho fede. Non in me. Ma nella Via. Nel Gruppo. Nel Lavoro. Nella mia stessa fede. Una fede cieca e disperata che tutto questo, le tribolazioni, le tasche vuote, le mani che tremano, tutto questo, se Lavoro sodo, un giorno sarà un fottuto ricordo.

Ho un piano. Un preciso piano ben chiaro in testa. E non mi darò tregua finchè non l’avrò realizzato con le mie forze.

Non so fare molte cose. Non so fare le capriole, non so andare in bici, non so fare lo spelling inverso delle parole, e un mucchio di tante altre cose. Ma so studiare, so scrivere, so imparare, so capire in trasparenza cose e persone, capire quel che serve alle persone per recuperare uno stato di benessere psicofisico. Sono una narratrice E una terapeuta dentro. Sono le carte che la sorte mi ha dato e quelle che intendo usare per tirarmi fuori di qui. Sono nata ieri, sì, ma cazzo, imparo in fretta.


Sferzata a sangue dalla sorte
non s’è piegata la mia testa.
Sono il padrone del mio destino

il capitano della mia anima.

da Invictus – William Ernest Henley

Una poesia che Madiba (Nelson Mandela) ricordava spesso nei suoi 26 anni di prigionia. Quando l’ho letta la prima volta non lo sapevo, ma quando l’ho scoperto ho amato Madiba ancora di più. La mia “prigione” fittizia non c’entra niente con la sua e non può nemmeno essere paragonata alle sue tribolazioni. Ma ricordare queste parole aiuta sempre a trovare la via di uscita.

Nelson Mandela, un grande uomo, un grande esempio.


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