La saggezza dei “cavalli”

Approfitto di questa insolita serata in cui, insolitamente appunto, ancora connetto a quest’ora e ho voglia di metter le dita sulla tastiera per.. ripescare sto pezzo da 90 che tenevo in bozze… per una serata tipo oggi. Una serata in cui osservare i “cavalli” e rifletterci su… non è affatto male. Enjoy the reading, folks 😉

Eh, già. I miei gruppisti di meditazione sono rimasti sconvolti da questa “svolta” interpretativa della metafora della carrozza, dopo mesi che li bacchetto senza pietà sulla necessità di “tenere in riga” i cavalli, disciplinarli, addestrarli al volere del “cocchiere”.

La metafora della carrozza cui mi riferisco è quella di cui parla Gurdjieff, in diverse occasioni. In un brano, ad esempio, di Vedute sul mondo reale, nel descriverla esprime in termini francamente espliciti (che più espliciti non si può) che non si può Lavorare davvero su di sè se non si parte dai cavalli. Che se un cambiamento può avvenire, deve iniziare nei cavalli.

La metafora, che nasce dalla tradizione orientale in cui il sufismo è una delle fonti, dice sostanzialmente (come ho già avuto modo di accennarvi) che l’uomo è come una carrozza a cavalli: il corpo è la struttura, la carrozza vera e propria, le emozioni sono i cavalli e la mente è il cocchiere. Quanto al padrone della carrozza… in un altro dialogo Gurdjieff vi ironizza dicendo che non è il caso di parlarne perché, tanto, è il grande assente nella stragrande maggioranza dei casi. E parlo anche di me e di voi che state leggendo: è l’Io unitario, l’essenza, quel qualcosa di perenne, profondo e radicale che comincia a cristallizzarsi quando uno Lavora su di sè sul serio (e da un bel po’). Quindi non ne parlerò neppure io.

Va da sè che la carrozza non farà molta strada se le giunture non sono in buone condizioni: persino nell’era pre-motorizzata davano per scontato che senza adeguata e costante manutenzione, nonché un adeguato check al mezzo, non è il caso di partire per un lungo viaggio (uno lungo una vita intera, poi). La cosa interessante è che i cavalli hanno un ruolo determinante: sono il motore, ciò che tira in avanti la carrozza. La loro forza, la loro passione e determinazione sono un elemento imprescindibile; ma, ci avverte subito G., noi non siamo abituati a conoscere il loro linguaggio, nè a “trattarli” nel giusto modo: di noi viene educato solo il cocchiere. La nostra mente viene usata, fin dalla tenera età, come una specie di secchio in cui buttare roba, convinti che lì risieda la forza trainante della nostra vita, il nostro Io.

Errore, madornale errore. Lo dimostriamo quotidianamente quando diciamo di volere, o voler fare una cosa… dieci, cento cose… ma poi non ne facciamo nemmeno una. Non ne siamo capaci. Perché ci scontriamo… contro l’indisciplinata follia dei cavalli che, per dirla in francese, fanno il cazzo che gli pare. A volte, a costo di enormi sacrifici e frustrazioni, riusciamo a costringerci, schiavi del dovere, a fare le cose; salvo poi “sfrasciare” di brutto alla minima distrazione, oppure cadere in brutali, rozze, talvolta autoboicottanti e distruttive – certamente nevrotiche – compensazioni (dallo sfondarsi di cibo senza pietà per le budella, al cedere poco dignitosamente a ogni sorta di vizio; per poi ricominciare, mossi dai sensi di colpa, la giostra il giorno dopo).

Dei cavalli, e cioè di noi stessi, non sappiamo nulla. Un ciufolo di nulla. Non sappiamo chi sono, cosa vogliono, perché agiscono nel modo in cui agiscono, dove vanno, dove vogliono andare e perché ci vogliono andare.

I cavalli, in breve, rispondono alla domanda “Ti piace?”. Seguono, cioè, un basilare e rozzo principio di piacere, in larga parte frutto dei rinforzi positivi e negativi memorizzati dal nostro cervello più elementare. Un “rinforzo positivo” (e viceversa i “negativi”) è quel “convincimento” neurologico per cui una cosa ci piace, a livello chimico, neuronale: è cioè il processo fisiologico alla base di quel desiderio struggente di voler mangiare un cornetto appena sfornato se ne annusiamo l’odore passando davanti alla panetteria: il cervello ricorda perfettamente che quell’odore preannuncia una cosa che a noi piace un sacco. Ai cavalli, cioè. E a volte, aivoglia a dirgli “No, che ti fa male. Siamo a dieta: ricordi???”. Il cocchiere, cioè, lo dice. A volte i cavalli possono cedere, a costo di enormi dolori e sacrifici. Ma il più delle volte, come si diceva, fanno il cazzo che gli pare. E’ anche lo stesso motivo per cui una cosa non ci piace: magari, quando eravamo piccoli, una volta mangiando della maionese siamo stati male, e abbiamo persino vomitato: il cervello avrà, magari, associato la maionese alla spiacevole esperienza e al saporaccio di acido in bocca, motivo per cui da grandi poi non sopportiamo l’odore o il sapore della maionese (“rinforzo negativo”).

I cavalli sono, in sintesi, il motivo per cui facciamo l’esatto opposto di quel che mentalmente ci diciamo di fare. Questo spiega abbiastanza bene perché e quanta scarsa stima del cocchiere, in fase “concreta” decisionale, io abbia di fondo: puoi conoscere tutti i libri in sanscrito del pianeta, puoi conoscere tutti i filosofi, i saggi, puoi avere un milione di lauree e diplomi e master e commander… ma se non sai nulla di te stesso, e dei tuoi cavalli, a che cosa diavolo ti serve? Se non sei minimamente capace della benché minima disciplina, a che ti serve l’intelligenza? Conosco persone estremamente colte, cosiddetti intellettuali; eppure estremamente infantili sul piano emotivo. Una grottesca contraddizione vivente. Uno spreco enorme di risorse e capacità, dal mio punto di vista.

Avere un cervello sopraffino, e colto, non serve a nulla se quel sapere non sai metterlo in pratica, a frutto per trovare concrete soluzioni e saperle mettere in atto.

Ciò detto… il titolo del presente post reca la parola “saggezza“, che vicino ai cavalli potrebbe sembrare un ossimoro. E invece no. I cavalli hanno una loro saggezza, che va compresa.

So che sto sforando di brutto nei termini di lunghezza del post, ma abbiate un pochino di pazienza: ne varrà la pena. Se osservandomi, per esempio in meditazione, prendo atto del fatto che ho una scarsissima conoscenza, e quindi controllo, dei miei cavalli… e poi prendo la saggia decisione di addestrarli con un compitino ad hoc (per esempio rinunciare al cornetto per un po’), nel tempo magari noterò che soffro ancora, e anzi soffro particolarmente: del tipo “Oh, mai una gioia. Che almeno il cornetto mi consolava un po’. La vita è già triste di suo...”. Frase interiore che ci dice un sacco di cose:

  • non sono felice, tanto per cominciare
  • uso il cibo (e chissà cos’altro) per compensare questa infelicità
  • sotto sotto non vedo l’ora di ribellarmi a regole e costrizioni, e, in fondo, faccio i capricci proprio come un bambino dell’asilo… davanti a un ridicolo pezzo di pasta sfoglia di dieci centimetri

Balza subito all’occhio che: puoi leggere tutti i libri di Osho, di Krishnamurti o della letteratura mondiale che ti pare, ma se sei infelice, i libri non ti cambieranno lo stato delle cose di un grammo. Al limite, possono solo distrarti un po’ (scopo principale per cui, in fondo, ordinariamente si legge).

L’unica cosa che le può cambiare è: l’azione concreta.

Ergo: i cavalli sono la cartina tornasole di come stiamo vivendo. Se, pur indisciplinati, sono entusiasti, gagliardi, capaci di trovare piacere anche altrove, anche in metodi e risorse sane e costruttive… la carrozza progredisce, facilmente, veloce, agile sul percorso che ha deciso il cocchiere. Quest’ultimo è l’unico con la vista lunga (posto che la sappia usare). Il suo compito è capire: dove andare, con quale strategia, attraverso quale strada. E’ lo stratega, la guida. E’ colui che frusta i cavalli oppure li fa riposare. I cavalli vedono corto, s’imbizzarriscono per la prima balla di fieno che vedono sul percorso… poi, dopo essersi scatenati, all’improvviso si stancano.

Dar retta, in senso decisionale, ai cavalli è idiota e disastroso quanto credere che il cocchiere possa decidere tutto. Tuttavia, se i cavalli soffrono… se ti stanno dicendo in tutte le salse “Non siamo felici. Non va bene… la strada non è questa, qui c’è qualcosa che non va e per Dio facci qualcosa!“, è questa la saggezza cui va prestato ascolto. Giacchè è giusto addestrarli, è giusto prendere la strada più razionalmente in linea con la mia meta… ma sono loro, in fondo, a “sentire” la meta. Il cuore, le emozioni, ci dicono “cos’è che fa davvero per noi“, e se si segue quella strada, la si percorrerà senza sforzo alcuno, perché essi la percorreranno impetuosi, ben felici di sottostare ai piccoli sacrifici cui talvolta il cocchiere li sottoporrà.

E’ quel principio per cui quando fai una cosa che ti piace davvero, sei disposto a fare qualunque cosa, a privarti del riposo, delle ore di sonno, a investire su quella cosa. A “dare”. Giacchè l’atto del dare è amore, e non può venire che dal cuore.

Questa è la saggezza dei cavalli: comprendere nel profondo cosa ama davvero la tua essenza e da cosa essa è a sua volta amata. Quando la nostra essenza è allineata alla strada che stiamo percorrendo o, per dirla in altri termini: stiamo realizzando noi stessi, i nostri naturali talenti per il bene nostro e del resto del mondo… è normale provare genuina gioia, un genuino e profondo senso di piacere. Ma osservare e prendere atto di questa “saggezza” non è una faccenda semplice, ve lo dico, nè rapida. Ci vogliono tempi tecnici, disciplina e serietà.

Ma, prima di tutto, ci vuole disciplina: folle è colui che crede di essere libero facendo “quel che gli pare”; egli è e resterà per sempre solo uno schiavo del suo principio di piacere, vanificando così ogni volontà, ogni minimo sforzo di arrivare da qualunque parte. L’uomo davvero libero è l’uomo che ha il pieno controllo (e conoscenza) di se stesso: perché, a quel punto, è capace di fare “qualunque cosa egli voglia”, e qualunque cosa serva.

Questa è l’origine del nostro comune quotidiano fallimento.

PS. Mi siete, profondamente, mancati. (Insieme alla mia tastiera)

Una risposta a "La saggezza dei “cavalli”"

  1. Ciao, ti ho scoperta per caso e ti leggo perché ho 29 anni e mi sento FINITA. lotto contro il mio essere indisciplinata, faccio liste che non rispetto, mi prefisso obiettivi che non so se mi interessano davvero. Sono circondata da poche persone che mi vogliono bene ma non mi aiutano e mi dico costantemente che devo trovare da sola la forza, la volontà. Credo di averla, voglio averla, ma non so come essere costante e lavorare bene ogni giorno, nelle piccole cose. Leggerti mi incoraggia molto, non è determinante nelle mie azioni ma volevo ringraziarti lo stesso.

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