I’m an alien, I’m a legal alien

Certe strade in Toscana sono proprio proprio così…

Quanto tempo sarà che non ci sentiamo? Un botto.

Ho avuto i miei buoni motivi per tenere i ditini lontani dalla tastiera, sapevatelo.

Il motivo è anche che ho perso un sacchissimo di tempo nell’inutile tentativo di caricare un video, per poi scoprire che col mio piano WordPress attuale non posso… che poi con la velocità con cui mi vengono nuove idee/riflessioni/cosecheaccadono ecc. cambio tono e topic ogni due per tre, e quindi è anche pressoché superato. Il video, intendo.

Ma torniamo a noi. Pronti per l’immersione nel lunghissimo post che segue? (Tanto, con la frequenza di posting che ho ultimamente, potete leggerlo a puntate…).

Qualcuno avrà riconosciuto la dottissima citazione del titolo, e qualcun altro no. Vi do un suggerimento (che in inglese si dice hint): Sting si ritiene uno di NOI. Immaginate la mia gioia nell’apprenderlo… dal testo di questa arcifamosa… vabbè, ve lo dico dopo. Che le cose da dire mò sono assai.

Nel video che non ho caricato (e non so se caricherò mai), vi ringraziavo della seguacia, incredibile, con cui seguitate a seguire le mie (dis)avventure aliene in terra straniera, e addirittura a followare ex novo questo porto di mare di pensieri inconsulti. Ma soprattutto grazie anche dei feedback: alcuni temerari (pochi) lo fanno in pubblico commentando di tanto in tanto i post, altri più riservati (molti) lo fanno in privato, scrivendo i loro commenti, domande, ecc. Forse (se non dovessi seguitare a pubblicare video… mò vediamo) ci faccio un post apposito. Mò vediamo.

Ma tornando a noi, e al topic originale delle presenti scie fisiche di alienità, voglio esordire dicendo che quest’estate ho completato (o quasi) la mia trasformazione (o apparente tale) in un umano normale… facendo una cosa che palesemente un anno fa mi sarei sognata… ma con uno di quei sogni chimici cannabis indotti proprio… ho guidato, da sola, da Turi (BA) a Livorno (o giù di lì) in Toscana!!! E ritorno!!! In autostrada!! Ho fatto delle Story Instagram sul percorso d’andata un po’ per testimoniarlo… un po’ per rassicurarmi da sola, probabilmente. A onor del vero, è stato molto più semplice di quel che credevo: certo, come diceva il mio ex (giusto per tranquillizzarmi, eh), l’automobile è un’arma, e se non la sai usare propriamente ti ci puoi ammazzare (se ti va bene) e/o ammazzare qualcun altro (se no). Quindi, una volta stabilito che la macchina era a posto, che il mio mantra solito funzionava ancora (Malechevadasaifrenare), e che se sapevo andare da Turi a Bari… Bari-Livorno non poteva essere così tanto più difficile… il gioco è andato. E’ andato talmente bene che nel viaggio, tanto all’andata quanto al ritorno, mi sono gasatissima da sola: il gas esilarante autoindotto dell’autostima, del “Pure io sono capace!!”, del “ora non dipendo più da nessuno”. C’ho il diploma, la laurea honoris causa. Il master e commander in autogestione a 360°.

No, tranquilli. Non sono caduta nel delirio di onnipotenza. Ho superato i miei vecchi limiti. Che non vuol dire che non sappia di averne. Ne ho, sono fisiologici, sono “umanamente alieni”. Devono esserci dei limiti. Va solo riconosciuto, con una sana ragionevolezza e stabilità, dove esattamente essi siano. Si collocano certamente un po’ più in là di quel che credevo fino a un anno fa. Ma si collocano.

E’ molto, estremamente importante riconoscerlo. E’ facile altrimenti cadere nell’opposto, è classico di nevrosi come la mia: delirare di onnipotenza e narcisismo, nei momenti up. Un giochino che ho cominciato a riconoscere da un po’, tanto in me quanto negli altri. Molto più difficile, ma di sicuro più sano, è riconoscere che siamo normali.

E veniamo al dunque. Normali è la parola che mi permette di aprire due parentesi di una certa profondità, quella profondità cui chi si iscrive a questo blog è abituato con una sorta di caschetto e imbracatura da speleologi delle “profondità dell’anima”.

E l’anima, secondo una definizione che amo che Fabio, del gruppo in Toscana, ci ha citato spesso, “è la capacità di far risuonare internamente le cose“. Quindi non è di tutti gli esseri viventi (alieni, umani o meno) averne una: sappiatelo apprezzare, perciò.

Il motivo principale per cui vado in Toscana è, come alcuni seguaci già sanno, frequentare il gruppo: questo atto ha in sè tutto ciò che più o meno comporta il Lavoro, e cioè l’aspetto di legame affettivo (non puoi far a meno di amare la tua famiglia di spirito e di Cammino, così come non puoi far a meno di sentirne la mancanza quando ne sei lontano, anche se a certi livelli lontano in fondo non lo sei mai), l’aspetto non secondario dell’atmosfera, che ha molto a che fare con la forma-pensiero del gruppo (quando sei in un gruppo, che tu ne sia consapevole o meno, vigono delle regole non dette e non scritte, vige un pensiero, un atteggiamento, una certa qualità energetica… talvolta sono cose espresse, palesi, talvolta meno… e pure sempre ti avvolgono, influenzano, ti permeano e penetrano: più ne sei consapevole, meglio di sicuro, è), ed essendo l’energia e la forma-pensiero di quel Gruppo un’energia costruttiva, che stimola alla presenza, alla trasformazione, alla responsabilità, all’adultità, e alla centratura, sempre… non puoi far a meno, quando ci metti piede, di ritornare in automatico alla centratura, se l’avevi persa, o a rafforzare la tua. E’ quello che amo di Hodos di Fauglia, e del Gruppo di Crescita e Lavoro su di sè. Parte di questo, sono anche le attività che lì si fanno, e non riesco in tutta onestà a separare il Lavoro pratico, queste attività, dal piacere di stare con loro e condividere il pasto, le risate, le conversazioni su questo e quello. E’ un tutt’uno, sempre. Cambia magari l’intensità emotiva, il registro… ma è sempre Lavoro. Anche quando affetti le cipolle, o la verza.

L’attività di questa volta era un seminario. Non se ne fanno spesso, perché a noi non ci piacciono troppo le robe teoriche: il Lavoro deve essere concreto. Però ogni tanto un poco di teoria ci sta, e comunque è sempre associata ad esercizi pratici e concreti… quanto pratici e concreti dipende da noi partecipanti: da quanto vogliamo metterci in gioco. Lo spirito con cui sono sempre andata è sempre stato un po’ kamikaze, un po’ del tipo: “non importa che cosa vedrò o cosa dovrò affrontare… sono pronta a gettarmi nel fuoco, a spellarmi viva se necessario. Perché così non posso andare avanti… e sia quel che sia”. Se non altro, a parole mi son sempre detta questo. I fatti sono sempre un’altra cosa. Di sicuro bisogna avere fiducia.

Non parlerò del tema del seminario, primo perché non mi sento autorevole abbastanza, secondo perché non è il caso adesso. Adesso ci sono quelle due cose che vi dicevo. E queste due cose, che sono i primi due bagagli che mi sono portata a casa da questo seminario, sono:

1 – Nessuno di noi è speciale.

Tutti siamo un po’ idioti, chi più chi meno. Tutti siamo sulla stessa medesima barca: abbiamo tutti le stesse paure, tutti gli stessi bisogni, che ci piaccia o no tutti le stesse nevrosi. Tutti abbiam sofferto da piccini, tutti ci sentiamo piccoli e deficitari tante volte… e tutti abbiamo bisogno, proprio per questo, di sentirci speciali per non sentire il nulla, il deficit… il vuoto sotto i piedi. Naturalmente il vuoto è una menzogna: siamo qualcosa. Ma non lo sappiamo, non siamo mai stati abituati a saperlo davvero, a sentirlo nelle membra, nelle viscere. Senza un aggettivo, una qualifica, o degli occhi che ci guardino… ci sembra di non esistere. E allora, più non esisti, più hai bisogno di urlare la tua esistenza, esigere un certificato che attesti quanto sei speciale. Cercare, magari, un rapporto altrettanto speciale ed esclusivo: io e te, tu e io, contro tutto e tutti. Io + te per sentirci, insieme, che almeno per noi due esistiamo. Uno stampellarsi l’uno con l’altro che non fa 1+1=2, bensì mezzo, 0,5: mezzo uomo di là, e mezza donna di qua, che insieme non fanno una persona sana, ma un obbrobrio di rapporto, cosiddetto simbiotico. E che però è necessario a quel livello per mantenere una specie di equilibrio precario. Indispensabile, anzi.

Ma… se nessuno di noi è speciale… sembrerebbe quasi che tutti i corsi di PNL, di auto-convincimento che non siamo falliti, di libri motivazionali a gogò… non abbiano senso. Non abbiano motivo di esistere. E infatti, così è. Sembrerà folle che sia io a dirlo, ma è esattamente così: sono tutte truffe inconsapevoli (nella migliore delle ipotesi) che hanno facile presa su psiche deboli e sete di punti di riferimento, balle spaziali che attecchiscono facilmente quanto più è fragile e inconsistente l’Io del poveraccio di turno. E, sia chiaro, siamo tutti poveracci, a turno. Quanto più si è poveracci, tanto più si ha bisogno di dimostrare e costruire il contrario, una facciata vincente (sofferta, per carità!) e che nel profondo appaga, in qualche modo (che sia per soldi, successo, seguito, potere, ecc.), l’Ego.

Se nessuno di noi è speciale… ti risparmi la fatica di sforzarti di esserlo, speciale. E scopri la magnifica rilassatezza dell’essere quel che sei, nel bene e nel male: nella verità, mi disse una volta ad una sessione una gruppista che mi sta dando molta soddisfazione, ci si può rilassare. E questo è il segreto anti-insonnia più potente mai svelato da nessun libro “SuperRivelatoreDiSuperCazzoleSpaziali”: nella verità, se è vera verità, lì, allora, ti ci puoi rilassare. Finché ti racconti minchiate, a qualche livello, l’ansia sarà sempre tua amica del cuore. (E fare la terapia del silenzio, è un’altra supercazzola ancora più spaziale perché è solo pura astrazione/scissione da quel che c’è nel qui e ora… il vero vuoto, il vero silenzio, puoi raggiungerlo solo dopo che hai affrontato il frastuono, non ignorandolo. E non sono manco saggia un decimo di Buddha per dirlo, santa cazzola).

2 – Essere adulti vuol dire capire che siamo tutti soli.

Sola. Che vuol dire anche libera. Indipendente. Fortunata, insomma.

Questa è stata la seconda, e decisiva, rivelazione di questo seminario. Il beauty case che mi son portata in macchina al rientro. Ci tornavo spesso, nei km di strada, con la mente. Col cuore. Perché è un tema a me caro. Caldo. Scottante direi. Negli ultimi mesi ho cercato di limitarmi nella lamentatio, che a volte non viene facile quando sei blogger (con la scusa che “Sono io la padrona di questo spazio, se ho voglia di lamentarmi lo faccio; se a quelli – che siete voi – non gli piace, non sono costretti a leggere….” credo talvolta di averla fatta non centrando perfettamente il vaso – che per una donna non è facile… non centrarlo – e siccome la non espressione di emozioni negative è uno strumento importante del lavoro… starò più attenta a non raccontarmela ulteriormente, d’ora in poi), ma a prescindere da ciò, era diventata una malattia. La malattia del vuoto.

E’ cominciata un anno fa, quando mi sono ritrovata single e completamente estranea a questa mia nuova vita. Poi ci avevo messo una pezza. Tra lavoro ed emancipazione, e associazionismi e gruppo di meditazione… pezze appena appena sufficienti. Innumerevoli volte ho avvertito i morsi concreti e solidi della solitudine. Fisica, emotiva e mentale. Talmente disperata, certi giorni, che mi sembrava di impazzire. Allora, riemergendo da meditazioni che ci mettevano sì una pezza, mi dicevo “Devo levarmi da qui. Devo trovare una soluzione”. Mi ricentravo, certo; a volte riuscivo persino a sentirmi meno angosciata, più serena, vedendo le cose in un’ottica oggettiva: solo, per circostanze che non puoi cambiare al momento, significa anche più libero, indipendente, indubbiamente fortunato sotto certi aspetti. Conosco un mucchio di persone (donne, ma non solo) che darebbero qualunque cosa per essere libere e indipendenti come io, al momento attuale, sono. Puoi essere, fare, diventare tante cose. E però… la solitudine allora si trasformava in qualcosa di più melanconico, di sopportabile, di triste: una solitudine esistenziale. Non avere persone intorno con cui condividere un sentire, una Via, con cui riuscire a comunicare davvero, con cui arrivare al nocciolo autentico di te e lui/lei, senza giudizi, proiezioni, pretese, barriere…

La sensazione che ho avuto spesso, in questi mesi, è che questa mia “solitudine” fosse un’ingiustizia. La vivevo, cioè, in buona parte con rabbia, una rabbia sorda, e vendicativa quasi: la rabbia di “Non è giusto! Perché non ho diritto anch’io a non stare da sola?!”. Non ce l’avevo con qualcuno in particolare (anche se spesso la proiettavo su qualcuno in particolare eccome). Ma solo adesso comprendo… che era la mia infantile protesta contro un dato di fatto, la mia resistenza ad accettare di buon grado che siamo tutti soli, che è un fatto immutabile. Che nessun partner, nessuna amica del cuore, nessun confidente, nessun rapporto sessuale, nessun gruppo… niente potrà colmare la distanza. Se non, forse, un buon Lavoro su di sè che ci aiuti davvero a crescere l’uno accanto all’altro. Non l’uno a discapito dell’altro. L’uno usando l’altro. Usandolo come scaldino, come pusher di coccole e calore, come illusione di non solitudine.

Riconoscerlo davvero significa, anche, non dover più pretendere che gli altri siano al nostro servizio, che siano lì a prendere atto e a renderci conto della nostra esistenza, e tanto meno a risolverci i guai, venirci in aiuto, stampellarci in qualsivoglia modo. Possono farlo, magari. Ma non sono tenuti a farlo, di default. So che anche stavolta state facendo di sì con la testa, come so che, anche stavolta, dice di sì solo la vostra testa. Dire di sì con le viscere (=i fatti) è un’altra cosa. C’è un modo narcisistico di dire “sto da solo” che è chiusura; tipo “meglio solo che male accompagnati”, che spesso vien detto/fatto/pensato più con stizza che altro… no, la mia constatazione è ancora un po’ amara e indigesta, ma aperta; ora più che mai sono aperta a qualunque cosa la vita voglia farmi arrivare. Solo… credo di aver smesso di pretenderla. Di aspettarla con la sete e la fame del disperato nel deserto. Non mendico più. E devo dire che la mia dignità ne è davvero grata… ma è un percorso in salita che richiede Lavoro: non bisogna angustiarsi se si sta ancora nelle stazioni precedenti. Non si può fare altrimenti, a certi livelli di “essere”. Ti devi costruire un Io dentro se vuoi sperare di non dover più mendicare nulla a nessuno, là fuori.

Per concludere, sono tornata in Puglia con una consapevolezza nuova. Che mi ha aiutato a cominciare a guarire questo tremendo dolore rabbioso che mi occupava i giorni, le ore e la bocca dello stomaco di continuo. Forse è l’inizio di un nuovo cambiamento, una nuova era. Di sicuro farò molto meno sangue amaro. Forse quando avrò davvero accettato davvero di buon grado la mia solitudine, e la mia adultità, forse sarò pronta a cercare un rapporto diverso, mai più simbiotico, mai più esclusivo, con chi sceglierò nel mio stretto raggio d’azione.

Una cosa è certa. Non sono menomata. Finalmente credo di averlo capito nel profondo. Sono una persona normale che sia era abituata a pensare e agire da menomata perché i suoi limiti mentali glielo imponevano. Sono come tutti, in fondo. E a mio modo ancora aliena in tante cose. Cose nuove, e in certa misura vecchie.

Ma d’ora in poi non intendo mai più impietosirvi con la storia strappalacrime del “com’ero un anno fa” e come sono diventata adesso. Sarebbe un continuare a pensarmi e a pensare da menomata. Sono Adulta adesso, sono sola come tutti, e forse comincio ad esserne… non dico felice, ma responsabile. Questo sì.

PS. Sono andata a vivere da sola, da un paio di mesi in qua. Cosa che ha esacerbato il sentimento di dispe-rabbia. Ma ha anche dato spunto a numerosi aneddoti e spunti divertenti sui quali mi dilungherò nei prossimi post di “Vita da single”…

PPS. La citazione è di Sting, come suggerivo: “Englishman in New York“. Un testo molto carino, che ascolto spesso in questi giorni, sia per la particolarità di quel verso (“I’m an alien, I’m a legal Alien…”), sia perché mi ritrovo a parafrasarlo – per ragioni che non svelerò al momento – “I’m an alien, I’m an Ital-alien, I’m an ital-alien in London…“…

5 risposte a "I’m an alien, I’m a legal alien"

  1. Ammetto di essere stato attirato dalla citazione, leggendo poi riga dopo riga mi sono inquietantemente trovato a riflettere sugli ultimi 30 anni abbondanti della mia vita.
    Dovremmo nascere tutti già consapevoli, la storia che ci si debba formare atteaverso le esperienze ha anche rotto le scatole… in tutto ciò ammiro il lavoro che stai facendo e la convinzione che in queste righe hai trasmesso, un percorso che sto cercando di intraprendere anche io con non poca fatica e tanti incidenti.
    Tienici aggiornati.

    Piace a 2 people

    1. Ahah… Se si nascesse già consapevoli, che Lavoro sarebbe? Poi, la maggioranza vuole solo stare comoda in pace, mica essere consapevole: è giusto che chi voglia restare ignorante riguardo sé stesso ci resti. O impazzirebbe sennò. Buon Lavoro anche a te 😉

      Piace a 1 persona

    1. Ciao Angela.
      Ci sono delle età che esigono dei passaggi.
      Ahimè, passaggi che sono un po’ duri per delle generazioni viziate ( o comode) come le nostre.
      Ti senti più figlia o madre di questo mondo ? 😉

      Con una collettività (chiamiamola nichilistica o vuota ) che ha paura di mettersi in discussione e conoscere il proprio inconscio, leggendoti a me appari speciale (oltre che bona).
      Diversa. Diversità ! Parole che piacciono poco a una società conformista come la nostra.

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