Nolite te bastardes carborundorum

In questi mesi, in quest’ultimo anno, ho imparato un sacco di cose. Per esempio che stiamo messi un sacco male, un po’ tutti.

Esiste una gerarchia nel mondo, una gerarchia sociale, economica ed intellettuale. O meglio, esiste una gerarchia materiale, di chi ha di più e, di conseguenza, in teoria potrebbe fare di più; ma ne esiste anche un’altra… una gerarchia spirituale, di chi sa veramente di più, e può veramente di più.

Non è né giusto né sbagliato, ritengo. E’ così e basta.

Se ti impegni, puoi cercare di scalare la piramide gerarchica, sia nell’uno che nell’altro caso. Nel primo caso lo fai a discapito di chiunque, pur di avere di più; nel secondo lo fai per te stesso, e di conseguenza includi anche tutti gli altri.

E’ una grande sostanziale differenza. Perché crescere spiritualmente ti avvicina, non ti isola. Ti libera dai bisogni, e quando ti relazioni agli altri lo fai perché vuoi, non perché devi. Non perché chiedi loro qualcosa in cambio: questa è un’enorme sostanziale differenza.

Altra differenza è che la gerarchia spirituale è molto più selettiva di quella materiale.

Chi pensa che le due cose si possano confondere (come tentano di fare spessissimo i vari piennellisti ed esperti coaching della vita di stocaxxo) è nella migliore delle ipotesi un povero ingenuo. Nella peggiore, un povero ingenuo manipolatore.

E vengo al punto.

Ciò detto, ci sono alcuni beni preziosi che, tanto nella prima scala gerarchica quanto nella seconda, sono tenuti in uguale considerazione.

Le cose più preziose che abbiamo al mondo, le più preziose in assoluto, sono il nostro tempo e la nostra salute. Entrambi hanno una scadenza, entrambi vanno maneggiati con la massima cura e attenzione possibili. Ed entrambi vanno regolarmente sprecati senza ritegno… ciechi, ignoranti e ingrati quali siamo, non ne abbiamo rispetto. Diamo più importanza e considerazione a quel che pensano gli altri, che alla bontà e soddisfazione dei nostri preziosi: se non è masochismo questo.

Quando lavori per qualcuno, tu gli stai vendendo il tuo bene più prezioso: è bene, quindi, che venga trattato col massimo rispetto possibile. Che venga, soprattutto, valutato il giusto prezzo. Che tu sia dipendente o freelance, è la stessa cosa. Sai fissare in modo appropriato il tuo prezzo? Il prezzo del tuo tempo e della tua salute?

La verità è che qui in Italia non solo non sappiamo farlo, non sappiamo neppure gestire in modo professionale i rapporti professionali.

Accettiamo il lavoro come se il datore ci stia facendo un favore personale, come se in realtà non lo meriteresti, ma lui nella sua immensa magnanimità te lo concede lo stesso. In realtà, anche lui è schiavo di altri e di altre cose, per questo si rifà su di te: ogni sadico è latentemente masochista, e ogni masochista è latentemente sadico. Una legge matematica.

Tutti gli schiavi non vedono l’ora di schiavizzare qualcun altro.

Solo gli uomini liberi desiderano la libertà altrui.

Accettare lavori svalutanti sul piano economico e contrattuale può essere accettato solo per brevi periodi di tempo, e solo in cambio di qualcos’altro: esperienza, curriculum, contatti ecc.

Ma perseverare in un rapporto di lavoro non sano, e per giunta mal pagato, è vero masochismo. Risponde alla domanda: come posso punirmi per la mia inadeguatezza congenita? Così, puoi punirti così.

Vedo tutti i giorni persone talentuose, che fanno vite di merendina accettando l’inaccettabile per paura della reazione di altri, di sentirsi inadeguati, di osare chiedere troppo ai clienti, al mondo, alla vita.

Una mia amica si fa il culo, e non viene pagata da più di tre mesi. Un’altra, qualche giorno fa, ha dato le dimissioni dal suo posto di lavoro. Un lavoro che non le consentiva di avere una casa per conto suo. Ditemi voi: che razza di lavoro è un lavoro che non ti consente di fare una vita dignitosa?

E’ così. Svendiamo il nostro tempo come se non valessimo nulla.

Il colmo è che quando le hanno offerto un lavoro valutato il giusto prezzo, ad un livello professionale superiore, lei è stata male all’idea di comunicare la cosa al suo datore di lavoro. Non ci dormiva la notte e ci chiedeva di continuo “Ma secondo voi, sto facendo la cosa giusta?”.

Mi ha sbigottita.

Dopo tutti i pianti e le lamentele disperate per la condizione frustrante e penosa in cui il lavoro l’aveva gettata… lei stava male all’idea di cambiare. Gurdjieff sosteneva che ci attacchiamo a qualunque cosa, al dolore sopra ogni cosa. Come se stare meglio… no, non è per noi: noi stiamo “bene” solo nello status #maiunagioia. Quella è la nostra condizione esistenziale cui siamo abituati; ci si sta comodi, no? La conosciamo bene. Ci lamentiamo, ma la preferiamo alla vera felicità.

Mi sono davvero resa conto che questa malattia dell’inadeguatezza non è mia esclusiva. Ti rendi conto dall’esterno di quanto sia assurdo, quando lo vedi negli occhi, confusi assenti e dispersi, degli altri. Era talmente inconcepibile la sua reazione, che ho riso di me. Della parte di me speculare alla sua.

Sì, certo che hai fatto bene cazzo. Mi sono detta.

Quando non sei felice, fai un piano. Levati da lì, nel più intelligente dei modi, nel più breve tempo possibile. Chè è tutto quello che hai: il tuo tempo.

Homo homini lupus, in questo mondo, e sì: sei da sola, siamo tutti soli, davanti al lupo, alle difficoltà, al mors tua vita mea, se non ti difendi tu, se non difendi tu il prezzo e il valore del tuo tempo non puoi aspettarti che lo difenda qualcun altro. Nel mondo degli adulti funziona così.

Non permettere ai bastardi di schiacciarti.

Usa quella rabbia, quella frustrazione per alimentare il motore della determinazione, della voglia di reagire: usala per stare sveglia, per non dormire anche quando avresti voglia di crollare. Usala per tirarti fuori da lì, dovessi scavare il tunnel con le unghie e con i denti. La rabbia è sacra, è viva, è l’unica fottuta bastarda che può salvarti la vita quando nient’altro al mondo può farlo. I cavalli vivono di rabbia, quella costruttiva, perché, ricordalo: quando non la usi per costruire, la rabbia non sparisce. Diventa solo distruzione, consunzione, vendetta a discapito dei malcapitati poveracci di turno che hanno l’unica disgrazia di gravitarti attorno in quel momento. La rabbia è utile, non sprecarla facendoti e facendo del male.

La rabbia sacra è quella che ti fa dire: io sono più importante. Tu non mi schiaccerai. Tu e i tuoi ricatti, tu e i tuoi giochini manipolatori non mi schiaccerete. Io, il mio tempo, la mia salute e la mia felicità siamo più importanti. Per questo è giusto che io mi levi di qui, da questa situazione malsana.

La verità è che in Italia spesso ci abituiamo a pensare che quel che viviamo sia la normalità. Che il malsano, mal pagato e insoddisfacente sia una norma cui tu, inadeguato, ti devi adeguare, perché va così. E te ne devi fare una ragione.

Una legione di schiavi convinti di meritare la schiavitù. E che la schiavitù sia il meglio e il massimo cui possano aspirare.

Quando ci sveglieremo?

Quando cominceremo a chiedere il giusto?

Non a pretendere qualcosa di indebito: il giusto per avere una vita dignitosa.

Quando saremo consapevoli del rispetto che, tutti tutti tutti, meritiamo? Quando cominceremo ad esigerlo, di diritto?

Quando smetteremo di voler esser schiavi per punirci di qualcosa che abbiamo fatto solo nascendo, solo respirando?

Quando succederà, quando lo capiremo con le viscere (perché il cervello non basta da solo a comprendere), quando ci risveglieremo davvero nel praticare una dignità e un amor proprio che è vero amore per se stessi (altro che le cazzate new age de noialtri…) solo allora potremo scalare la gerarchia spirituale e, casualmente in parallelo, anche quella materiale. Solo allora saremo davvero consapevoli di esistere, di dire e sentire “Io sono” con cognizione di causa.

Perché l’obiettivo non è il milione, la barca, i gioielli e altre cazzate di cui la tua anima non sa francamente che farsene quando pensa alla vera felicità: l’obiettivo è vivere davvero. Da persone autentiche e autenticamente felici. Da persone dignitose.

L’obiettivo è la libertà. La libertà interiore.

Com’è dentro, così è fuori.

Nolite te bastardes carborundorum.

Non permettere ai bastardi di schiacciarti.

I sensi di colpa ciechi fanno i figli imbecilli.

2 risposte a "Nolite te bastardes carborundorum"

  1. oltre al tempo e alla salute, credo si possa inserire nella lista delle cose da “maneggiare con cura” anche il rapporto con la “forza” (non trovo termine migliore, al momento, pur sapendo che è completamente dissennato), con la quantità di amore che mettiamo in ciò che facciamo, con la quantità di consapevolezza utile ad afferrare che siamo parte di qualcosa dotata di enorme senso olistico. sarà il poco sonno, sarà la peperonata di ieri sera, smetto di dire ca__te e saluto 🙂

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    1. Scusa il ritardo “Digito”, è stato un periodo un pò turbolento, l’ultimo mese. Tardi, ma arrivo.
      Dunque, la “forza” dici. Indubbiamente, per come posti la questione, ti riferisci all’Eros, l’amore inteso come passione, innamoramento, quel guizzo o pulsione profonda e dirompente che spesso si “vede” nell’innamoramento tra persone, ma che invero designa anche l’innamoramento per qualcosa, una passione verso un’attività, una causa, una missione, una modalità espressiva talvolta.
      Sì, molti autori, e esimi ricercatori l’hanno spesso indicato come qualcosa di “vitale importanza”.
      Eppure, parafrasando una citazione (una delle poche che amo ricordare) dell’American Lung Association (“Quando non puoi respirare non pensi più a niente”), io mi sento di dire: quando non puoi vivere perché non ne hai il tempo, o perché sei organicamente limitato da un male, non pensi più a niente. Non hai il tempo nè la serenità di provare passione. L’unica passione che puoi provare è la frustrazione sorda per qualcosa che ti sta mancando. Qualcosa di vitale e primordiale.
      Lottare per questi due beni è esso stesso, forse, Eros: per la vita, per sè stessi. E per quella passione o missione alla quale sentiamo di essere destinati, e che vale la pena di essere conquistata (grazie a quelle due cose lì).
      Raccomando il magnesio a prima mattina.

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