Napoli (s)Velata

Quel che segue è un racconto semiserio ispirato a fatti di vita vissuta che avevo in bozze da un po’.

Succedono cose strane in quel di Turi. Storie biutifulesche. C’è questa mia amica, la protagonista, che ha una vita sentimentale molto rocambolesca da un po’ di tempo in qua. La chiameremo Deb.

Deb è impulsiva come la dinamite accesa, ha la pazienza di un furetto, e la disgrazia di essere del tutto carente di intelletto quando il furetto e la dinamite si danno convegno. Sto cercando di aiutarla a darsi una calmata con la meditazione, la bioenergetica e chi più ne ha più ne metta, ma, giuro, è impresa ardua.

Deb un po’ di tempo fa ha dato uno scossone alla sua vita: la vedevamo già sposata e sistemata col suo atavico uomo perenne. Sembrava andassero d’amore d’accordo, quel genere di coppia in cui lei inizia una frase e lui la finisce. Lui il braccio e lei la mente. Peccato che Deb soffrisse come un cane. In silenzio. Giorno dopo giorno dopo giorno. Io l’avevo capito da moave, ma lei era refrattaria ai messaggi non tanto subliminali che le inviavamo a riguardo; e comunque era mia amica: non potevo giudicarla se non voleva vedere né sentire.

Un giorno andammo al cinema insieme. Davano “Napoli velata” di Ozpetec. Devo confessare che non tollero molto il genere Ozpetec… sarà l’atmosfera decadent-cimiteriale incombente in tutti i suoi film, o la promiscuità illogica di certi personaggi non molto chiari attorcigliati in trame non molto chiare… ma non ha importanza.

Ciò che ha importanza è la scena madre del film: il quasi-porno tra la Mezzogiorno e quel bravo figliolo di Alessandro Borghi, evidentemente figlio di un’altrettanto brava madre cui tutte le etero credo siano grate.

Oh, perdonate la mia facezia puritana, il fatto è che, se l’avete visto, avrete sicuramente presente che di “amore” in senso stretto c’è ben poco, e molto invece di “carnale”, senza che la fantasia possa far voli pindarici: le scene sono abbastanza didascaliche da sole.

Ma la cosa che notammo entrambe, e anzi direi Deb più di me, è l’assoluta passione con cui i due s’arrotolano sullo schermo, una cosa talmente viscerale e intensa che vorresti per pudore distogliere lo sguardo ma… non ce la fai. Non ce la fai perché, come ebbe mirabilmente modo di riassumere l’arguta Deb a fine film (aveva trattenuto il respiro per tutta la scena madre, e giuro che a vederla mi venne da ridere):

– Ho voglia di scopare –

Ricordo che la guardai con gli occhi a palla stile Max Pezzali e le sopracciglia fuse con l’attaccatura dei capelli. Non era la frase in sé, quanto l’aria di disperazione, quasi, nel dirla.

– Ma perché tu e il tuo lui… –

– No – sospirò – Non so da quanto. Ma non è questo… è che io in tanti anni non ho mai… cioè, hai capito –

Quel che avrei dovuto capire è che non solo, come capita a molti, era diventata una routine. Ma anche una routine che non era mai stata, sostanzialmente, soddisfacente. Lei, in breve, aveva trovato quella consueta consolazione di circostanza nella pia illusione che “Sai, in fondo, ci sono altre cose”. Solo che all’improvviso si era resa conto di non voler più accontentarsi delle “Altre cose”.

– Sai, Angy – aggiunse dopo un po’ – Leggendo il tuo ultimo libro mi sono accorta di una cosa – (sì, è anche una rara accanita fan dei miei libri. Quasi l’unica in effetti) – Quando leggo quelle parti in cui i due si innamorano eccetera, mi si accende qualcosa dentro. Mi sono accorta che mi manca… essere innamorata, presa da pazzi… mi manca provare orgoglio, stima del mio uomo… mi vergogno a dirti queste cose –

Non aveva motivo di vergognarsi con me, che il sacro vincolo della confessione lo rispetto con tutti i sacri paramenti, ma certo la capivo; capivo quanto doveva essere penoso ammettere quelle cose, e non avere il coraggio di guardarsi allo specchio avendo capito… che ormai stava con lui solo per paura di non saper come accidenti fare a vivere altrimenti.

– Ma quindi… più che scopare, hai voglia di far l’amore –

– C’è differenza? –

– Sticazzi – espressi in modo eloquente – Tutta la differenza del mondo, Deb. E’ come paragonare uno yacht a una bagnarola: la bagnarola è accessibile a tutti, ma lo yacht… ci siamo capiti. Sono cose leggermente diverse. E non è leggera la cosa che mi stai dicendo… – provai a farla ragionare.

– Lascia stare, io lo amo: magari è solo una fase. Siamo riusciti a superare di tutto, se ci impegniamo risolveremo anche questa… –

Non ebbi cuore di dirglielo, ma avevo seri dubbi che fosse così. Caso volle che di lì a qualche settimana ci fosse una riunione cittadina. L’aveva organizzata una nostra comune amica e per amicizia ci toccava andarci. Me lo ricordo quel pomeriggio: avevano appena dato “Matrix reloaded”, io e Deb l’avevamo visto insieme, e non avevamo alcuna voglia di scrostarci dal divano. Chi mai, sano di mente, si scrosterebbe dal divano in una fredda e pigra domenica pomeriggio?

– Non ci andiamo – propose la disfattista Deb.

– Ma dai. S. ci ammazza e disconosce come amiche. Eddai, abbiamo pure culo: è dietro l’angolo. Facciamo due passi due e siamo arrivate –

– Ma fa freddo… –

Sollevata con l’argano Deb dal divano, riuscii persino a ficcarla in un cappottone bardato di pellicciotto sintetico, e sistemate come Dio comanda andammo a fare il nostro dovere di amiche. Il suo lui ovviamente venne con noi: non perdeva di vista Deb manco se doveva andare al bagno. Non un bodyguard: una marca da bollo incollata col cemento armato proprio. Appena arrivate, con la coda dell’occhio (mi raccontò la sera dopo) Deb notò subito qualcuno che aveva visto sui social: era un tizio vagamente conosciuto nel nostro paesotto; non chissacchì, eh: da noi si dice, nel paese dei ciechi, quello con un occhio fa il sindaco. Ecco, questo un occhio ce l’aveva. Ma, comprendemmo presto, anche l’altro, e tutti e due li teneva incollati a Deb, che pure se ne dovette accorgere perché a un certo punto, notammo io e S., si fece rossa rossa.

Rossa tipo: “Napoli velata”.

Se nonché, Deb aveva un motivo aggiuntivo per venire, il motivo che mi era valso la facilità, argano compreso, con cui l’avevo scrostata dal divano: proporre una sua idea alla suddetta riunione. Un’idea che andava macinando da un paio d’anni e che quel suo lui non aveva granché avallato e sostenuto fino a quel momento. Neanche il conciliabolo cittadino, per la verità, la stette molto a sentire, eccettuato il tizio monocolo, s’intende, che invece dava l’impressione di seguire qualunque parola dicesse Deb, anche quelle sottovoce a noi vicine. Lei, figlia di una buona madre come Alessandro Borghi, faceva finta di niente. Ma alla fine propose a lui:

– Andiamo ad offrire un caffè al Signor Monocolo? Magari la mia idea può interessargli… –

Ora, lui era tanto buono e caro, ma forse fesso no, perché rispose qualcosa tipo:

– Magari vi lascio anche da soli, così sgombro il campo al Signor Monocolo-

Io, S. e Deb lo fissammo diversamente allibite tutte e tre. Io e S., cioè, perché non avevamo ben compreso l’accadendo, e Deb perché… punta sul vivo probabilmente.

Sta di fatto che a fine conciliabolo Deb parlò comunque della sua idea al Signor Monocolo che parve in effetti interessato. A cosa nello specifico all’epoca non lo sapevamo. Deb lo contattò il giorno dopo su Facebook. E di lì a Whatsapp il passo fu estremamente breve. E da Whatsapp al resto, ancora più breve. Io ed S., naturalmente, sapevamo tutto passo passo, consapevolmente complici, e vergognosamente tifose del Signor Monocolo. Una sera, stavano chattando e lei ci scrive in chat a tre:

– Ma non so se è interessato… voglio dire, stiamo solo chiacchierando –

– Deb – riuscii a percepire il tono assertivo di S. anche solo dai caratteri – Sono le 23.30 e state chattando. Non penso proprio che quello chatterebbe con te a quest’ora se non fosse interessato –

Poi accadde. L’incontro face to face. Il Signor Monocolo s’era lanciato in un invito e “la sventurata rispose”. In realtà, ci confessò, era talmente terrorizzata dall’idea di lasciare lui, che sperava, incontrando Signor Monocolo dal vivo, che si sgonfiasse tutto quanto. Sapete com’è: quelle cottarelle transitorie che non te le spieghi quando rivedi il tipo una seconda volta. Ecco, sperava che fosse così.

Invece. Invece l’incontro fu ancora più esplosivo del previsto. Non successe nulla di tangibile, ma sotto la pelle… Napoli Velata appena coi sette veli. Ora, dovete sapere che da brava salutista avevo contagiato buona parte delle mie amiche, tipo Deb, con le mie manie, tipo la stevia: un dolcificante a zero calorie, un po’ schifosino ma glielo perdoni per la dolcevolezza che nonostante tutto ti concede. Ecco, Deb aveva l’abitudine di portarsi appresso il dispenser di stevia, e ce l’aveva anche quel giorno al bar solo che… un po’ era che era Deb, vale a dire una non molto presente mentalmente di default, un po’ era l’agitazione del contesto… insomma, se la scordò lì.

Prontamente il cavalier Monocolo a bordo del suo destriero andò a recuperare, manco a dirlo, la reliquia perduta. In pegno.

Quella sera stessa, manco a farlo apposta, ci dovevamo vedere tutte e tre per una serata “tisana” e, manco a farlo apposta, ci prendemmo, lo ricordo come fosse ieri, “Infuso d’amore”: ora, eravamo molto querule e leggere quella sera. S. stava su di giri perché doveva sposarsi di lì a qualche mese, io per fatti miei, e Deb per la stevia-pegno di signor Monocolo, naturalmente. Il quale marpionescamente, appena saputo che Deb era uscita con noi, chiosò: – Appena finite avvisami che ti porto la stevia –

Il punto è che in cambio poi lui si portò Deb.

Io ed S. ricordo che prima fissammo eccitate la targa della macchina che si allontanava, poi lo spazio elettrico tra di noi. Era come vedere un film in diretta, solo che non danno la pubblicità ogni tre secondi, non c’è l’on demand, e soprattutto il finale è a sorpresa.

Deb ci raccontò che quella sera avevano chiacchierato in un posto che conoscevamo benissimo, dove cresce rigoglioso una specie di pungitopo. E lì lui l’aveva baciata. Doveva essere stato romantico, solo che lei era talmente confusa e agitata che non se lo godette neppure. Povera Deb: la fedifraga più in colpa e imbranata del pianeta. E quando lui arrivò a proporre “Vieni da me” lei sobbalzò (ingenua?!) a dir poco spaventata.

Il giorno dopo si decise a liquidare Signor Monocolo.

– No, lui è il mio uomo, lo è da sempre e sempre lo sarà. E’ stata solo una sbandata –

Lui ci rimase un po’ male, ma stoicamente accettò.

Come una regina delle nevi l’aveva liquidato: aveva dribblato tutti i tentativi di approccio di lui meglio di Alberto Tomba negli anni d’oro, spiegandogli con algida logica ineccepibile che le dispiaceva ma la cosa non poteva andare avanti.

Peccato che da quel momento Deb smise di mangiare, e anche di dormire. Cioè di espletare le sue normali funzioni vitali. Io ed S. la sentimmo poco in quei giorni, ma una delle cose che ebbi a dirle fu “Cerca di visualizzarti in meditazione con lui e con signor Monocolo. Cerca di vedere in modo oggettivo la questione…”. Se’. Oggettivo. Parlare di oggettività a Deb in quei giorni era come cercare di spiegare la fisica quantistica a un aborigeno. Ricordate la storia del furetto con la dinamite? Benissimo.

Il risultato fu che perse cinque chili, sonno, senno e alla fine ricontattò il Signor Monocolo. Dicendogli tutto.

La mattina che Deb fece la valigia e lasciò lui ce la ricorderemo sempre tutti per vari motivi: intanto, lui aveva tentato il tutto per tutto per recuperare l’irrecuperabile; lei stava a letto da una settimana; lui urlò e imprecò in modo inverecondo e uscì a sfogarsi con chiunque, noi più di tutti; a quel punto lei si decise a mettersi in piedi, tremula come una foglia in autunno, e a fare la famosa valigia. Coi mille pensieri che una donna fa in queste circostanze “Ma che cazzo sto facendo. Come lo spiego ai miei. Chi lo conosce Signor Monocolo, dopo tutto. Ma veramente sto lasciando casa mia…” e blablabla.

Signor Monocolo naturalmente c’aveva sperato, e quindi tremulamente si giunse a “Napoli (s)velata” versione nostrana. Dapprima. Perché in realtà, superato lo shock iniziale, Deb arrivò a comprendere la vera differenza tra la famosa bagnarola e lo yacht, tra street food e piatto gourmet, tra Cepu e Bocconi, tra Fabio Volo e David Foster Wallace… tra scopatina, insomma, e fare l’amore. S’era innamorata persa proprio. Proprio come aveva desiderato quando leggeva, bontà sua, il mio libro. Talmente persa che non riusciva a godersi il momento: vuoi per i sensi di colpa di aver lasciato quel poveraccio di lui a pezzi, vuoi per la paura del futuro, vuoi perché era stata sempre talmente tanto abituata alla sfiga perenne che godersi qualcosa era una specie di bonus imprevisto su cui temeva le avrebbero fatto pagare le tasse a fine anno.

Le tasse le ha poi pagate Deb. Ah, se le ha pagate. Ma, e questa è la cosa bella di questa storia, qualche giorno fa rivangando tutto, con una fitta di nostalgia per le cose perse, quelle centrifugate e quelle infine trasformate in questi mesi, ebbe a dire: – Ma sai una cosa, Angy? Rifarei tutto daccapo. Voglio dire, è meglio farle le cose che sognarle. Certo, magari le rifarei un po’ meglio se potessi… ma la prossima volta andrà meglio. Tu che dici?

Ti dico: Grazie Deb. Per il tuo coraggio e la speranza mai sopiti.

E anche se a Napoli non ci sei mai ancora stata come vorresti, la tua l’hai svelata come desideravi, con tutti i suoi vicoli contorti, lastricati di chianche e sampietrini difficili da percorrere eppure irresistibili, incrostati di storia, di storie, di ombre, e fili coi panni stesi che attendevano di essere ritirati. E questo, alla fine della fiera, è quello che conta.

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