Ascoltare davvero

Mi impegno a praticare l’ascolto, nel silenzio, nella povertà e nell’umiltà.

quinto precetto

Nel gruppo di meditazione abbiamo questa regoletta, la quinta di cinque: l’ascolto.

Ascoltare davvero non è semplice. Si impara a farlo, ci si allena. E’ un atto che richiede attenzione, attitudine, esercizio, premura. E’, alla fine, un atto d’amore.

Molto spesso non ci sentiamo ascoltati. Se prestassimo ascolto, allora, in quei momenti ci accorgeremmo… che noi non ci stiamo ascoltando. E di conseguenza non siamo capaci nemmeno di ascoltare davvero l’altro. L’altro non esiste.

Il muro dell’incomunicabilità lo erigiamo a difesa, a scorno di un terreno che ci vede poi a nostra volta sordi e ciechi: io ascolto, davvero, non solo con le orecchie ma anche col cuore quando resto zitto con la bocca e con la mente, e faccio spazio. Faccio il vuoto. Accolgo.

L’ascolto è la regola principe della meditazione: zittisco le chiacchiere continue del giudizio, del lamentio di fondo, delle preoccupazioni e del malumore. Faccio spazio al vero me, all’essenza: mi ascolto. Ascolto il mio respiro, quel che c’è nel qui e ora.

E’ la regola principe dell’amore per l’altro: ti ascolto davvero per capire “che cosa mi stai dicendo davvero?”, quel che non dici, in mezzo a quello che dici; per capire come stai, qual è il tuo bisogno profondo? Accolgo te, le tue parole, la tua richiesta non detta. Ti ascolto perché a te ci tengo, e voglio accogliere la tua richiesta. Lo faccio facendoti spazio, regalandoti il mio tempo, le mie energie, il mio impegno a diventare vuoto e silenzioso: perciò, non tutti lo meritano.

Come si fa a fare una cosa così preziosa, delicata e difficile? Con l’atteggiamento giusto: silenzio, povertà, umiltà.

Non si può ascoltare se non nel silenzio. Così ansiosi di investire l’altro col nostro inutile punto di vista, la nostra pronta obiezione, il nostro “ma” impellente: non stiamo prestando ascolto davvero. C’è troppa fretta di riempire il silenzio. Troppe parole. Se non si fa silenzio, se non si calma il moto dell’acqua non si può vedere il fondale del fiume. Ma silenzio non è acriticità: in silenzio accolgo, in silenzio so soppesare, ascoltare le mie reazioni a quel che l’altro dice; so sentire se c’è verità nelle sue parole, oppure no. Non posso prendere per buono quel che il corpo mi dice (se so ascoltarlo) che non è buono.

Non si può ascoltare se non nella povertà. Che non è miseria: la miseria è avida, un vuoto che brama di essere riempito; è un lamento continuo che non sopporta di sentire il lamento altrui. E’ rabbiosa ansia di rubare, a torto o a ragione, quel qualcosa che placherà la fame. La povertà pensa a quello che ha, non rimugina su quel che non ha. Dove la miseria è piccola, la povertà è della giusta misura: è sobria, frugale, non spreca e non pretende. Nè troppo, nè troppo poco. E’ saggia: sa misurare, sa risparmiare. Dove la miseria è invidiosa e ladra, la povertà è appagata e generosa. La povertà sa: ho questo tempo a disposizione da darti. Non di più, ma non di meno: posso darti quel che posso.

Non si può ascoltare se non nell’umiltà. Che non è umiliazione. Dove l’umiliazione è farsi soverchiare dall’altro, per paura dell’arroganza (altrui e propria), l’umiltà è mantenere un contegno, restare saldi in se stessi. Dove l’umiliazione è svilire me, il mio giudizio, il mio tempo, l’umiltà è mettermi a disposizione se l’altro non ne approfitta. Umiltà è spogliarmi dei preconcetti, dei libri letti, degli schemi mentali dove tutto è già incasellato, in ordine, ha la sua definizione. L’umiltà è la lentezza con cui lasciamo depositare, come piume, le parole sul fondo di noi stessi: e aspettiamo che germoglino.

Se sono umile, povero e silenzioso, posso lasciarmi penetrare dalle parole dell’altro, e allo stesso tempo entrare nelle sue energie: sentirle, viverle, capirle. Questa è empatia. Qui c’è vicinanza.

E’ questa l’unica distanza in cui possiamo davvero toccare l’altro, stare insieme, capiti, amati, visti: qui non si è soli.

Per questo l’ascolto è la regola cardine dell’amore autentico. Per questo serve un Lavoro per affinarlo, verso noi stessi e l’altro.

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