Stai zitto

Non so voi, ma io nelle ultime settimane avevo bisogno più di silenzio che di parole.

Ho evitato, perciò, di aggiungere le mie. Sarebbero state a tratti caustiche, e molto poco democratiche. Non volevo aggiungere inutili fonti di polemica a quelle già in corso. Non volevo esprimere tutta l’insofferenza per l’accadendo, o per come grossa parte della plebe la sta vivendo (come al solito, in modo estremamente superficiale, o nevrotico: dai buonisti al limite del diabete mellito – i testicoli che non ho sono abbondantemente rotolati per terra – ai frustrati mancati nazisti, e in mezzo le varie gradazioni di grigio che superano di molto le 50 sfumature).

Non volevo contraddire gli ottimisti della domenica dicendo che no, mi dispiace, non cambierà proprio un ciufolo dopo questo sfacelo. Ché l’uomo ordinario è sempre rimasto ordinario anche dopo guerre mondiali e catastrofi, da sempre. L’unica cosa che cambierà (e non in senso evolutivo) è che avremo fatto un passo in avanti, sì, ma verso il burrone esistenziale, con un’economia sotto i piedi, un senso della dignità, della democrazia e dei diritti civili al di sotto dei sottopiedi, e della reale cura di sè e della propria salute inesistente, da non poter nemmeno mettere qualcosa sotto i sottosottopiedi.

Non volevo nemmeno riempirmi le ore di cose. Intanto, avevo da fare le mie cose ordinarie: grazie al Cielo continuo a lavorare, i miei clienti pure, e sono immensamente grata per questo. Poi ho cominciato a lavorare seriamente sul mio infinito primo libro. Ma nei momenti “morti”, che invece sono quelli più vivi, non avevo l’ansia di riempirli con qualchecosadafaresennòmannoio: la noia, concetto risaputo, è uno stato esistenziale, perciò fa paura. Svela l’assenza di slancio, di volontà, di chiarezza di intenti. Un’assenza che c’è anche nel daffare, solo che non te ne accorgi perché non te ne dai il tempo. A volte lo scorgi per caso una domenica pomeriggio, o prima di andare a dormire, o quel giorno, in vacanza, in cui il personal trainer del villaggio vacanze dove tutto, anche lì, è organizzato e pieno… dà forfait, e allora potresti fare altro.

Ma non sai che cosa. Non sai cosa fare del tuo prezioso tempo, della tua vita: non sai che senso ha, a parte mettere i soldi da parte per accumulare oggetti, sistemare casa in modo ossessivo compulsivo, o dimostrare a tutti che tutto sommato non sei così fallito come credi se ti puoi permettere di ostentare uno status. Ma lo status di che, di chi, di cosa?

Non avevo voglia di riempire i social e i blog di “contenuti” vuoti. Solo per dire “Ecco, guarda come sono resiliente! Riesco a trarre profitto dalle avversità! Eh? Che ganza. Gli altri si lamentano, e io faccio personal branding“. Personal branding. Oh My God. L’ultima tremenda importazione made in USA che francamente potevamo risparmiarci… e invece no, in pieno spirito post-moderno ognuno è un brand, tanto che non si sa più che cosa sia davvero un brand. E lo devi comunque “valorizzare”, a prescindere. E una volta imparata una nuova parola, la ripetiamo a palla, come i bambini piccoli, ecolalia indefessa che prescinde dal reale senso della parola. Via libera, perciò, all’ostentazione non richiesta di quel che sai fare, l’estrema esposizione di quei contenuti vuoti di cui sopra. Fatti perché “si devono fare”, perché sennò il tuo senso di colpa e di inadeguatezza si impicca. Perché sennò “Sto perdendo tempo! Devo fare qualcosa”.

Se non hai qualcosa di veramente utile, autentico e sentito da dire, dice il Maestro, stai zitto.

Stai zitto, e fai più bella figura.

Il silenzio è d’oro, ma tu non sai accoglierlo. Il silenzio è d’oro se sai come coglierlo: e non perché tu sei in pace, perché non c’è la pace in quel silenzio, c’è la guerra. La guerra tra le tue parti scisse, tra le emozioni dirompenti che non puoi sfogare, e che, giustamente e naturalmente, ti si agitano dentro.

Il silenzio è vuoto solo per chi ascolta con superficialità. Non è mai vuoto; è semmai difficile da tollerare. Se sei un adolescente poco cresciuto, questa per te sarà la norma. La pazienza del silenzio porta ricchezza a chi impara ad aspettare; ad ascoltare.

Ma tu non sai cosa sia il silenzio, il tuo al massimo è di stagno, pirite, metalli poco nobili. Sei un moderno insetto macrocefalo del nostro tempo con l’horror vacui delle parole, delle azioni. Immagino che pena: poveraccio, sempre in lotta, non hai idea di cosa sia la pace.

La pace puoi trovarla nel silenzio, e allora diventa sì davvero d’oro. Brilla di luce propria: ti distacchi da quelle emozioni, pur sapendo di provarle, attraversando il fuoco della tentazione bruciante e della rabbia, e della solitudine assordante. Ti distacchi e allora scopri il brillio di sottofondo delle cose: arrivano immagini delicate, forse suoni. Di sicuro sensazioni che curano, e cullano. E a volte rispondono, risolvono, persino.

Mentre tutto fuori è in lotta, dentro nel profondo si annida la pace: a questo serve la meditazione. Per questo, ho prediletto il silenzio. A volte anche nelle relazioni, anche se provo un forte sentimento e legame per qualcuno, arrivo certi giorni a chiedere: per favore, non sentiamoci adesso. Non ti sto respingendo, ho solo bisogno di silenzio. Il mio silenzio.

Ho continuato a tenere il gruppo di meditazione online. Non è esattamente come tenerlo dal vivo, ma è pur sempre qualcosa. Un ottimo allenamento e strumento per imparare a stare con se stessi, con quella parte ingombrante e spiacevole che nemmeno Netflix o Prime sanno sedare; la parte senza definizione. Una parte a volte dolorosa a volte luminosa che ha un nome senza suono e senza parole, ma che, pur ignorandola, esiste; solo guardandola in faccia, come fossi allo specchio, puoi finalmente scoprirti completo e pieno, stabile e pago del fatto di esistere, anche senza essere un brand e senza il bisogno di sbandierarlo in giro. Quando ti guardi impietosamente, quando scopri la tua metà sconosciuta, allora semplicemente esisti. E da questa affermazione scaturiscono senza sforzo alcuno tutte le conseguenze della tua esistenza, dal senso dei tuoi giorni e le tue notti alle semplici soluzioni dei complicati problemi che ti poni.

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