Dare per ricevere | Ricchezza e povertà #1

Molti anni fa, ormai, cominciai a leggere cose che uscivano molto dal mio seminato. Il mio ex compagno era un patito di libri particolari, e leggiucchiando qui e lì mi imbattei in strani paradossi che cominciarono a ribaltare la mia visione delle cose. Col tempo ho imparato poi a discernere i cazzari integrali dalle fonti di arricchimento autentico, ma quel che mi conquistò dei paradigmi sul denaro e la ricchezza materiale fu:

Il denaro è uno strumento. Te ne arriva nella misura in cui senti di meritarlo per fare ciò che devi. Se non dai, non ricevi.

Oh, questa è la mia personale summa della faccenda, dopodiché potremmo anche chiudere il discorso in quanto non ci sarebbe molto da aggiungere. All’epoca vi assicuro che mi spalancò un mondo.

1# Il denaro è uno strumento

Progettare può portare aria nuova nella vita: nuovi mondi, nuove persone, apertura a nuove opportunità ed energie

Vale a dire: un mezzo. Una cosa con cui fare altre cose: siamo sicuri di intenderlo davvero così? No, perché, personalmente io per prima, in tempi remoti, lo intendevo più come fine, senza rendermene conto. Lo vedevo come la causa dei problemi e non la conseguenza: “non posso fare questa cosa, non posso vivere per conto mio, non posso eccetera eccetera… perché non ho i soldi. Se li avessi, i miei problemi sparirebbero.Ero talmente concentrata sul vedere nella mancanza di denaro la causa dei miei problemi, che non mi soffermavo sulla domanda: vuoi davvero “usarli” questi soldi per farci qualcosa, o semplicemente “possederli” per dimostrare uno status?

Dico queste cose in piena cognizione di causa, perché fino a due anni fa, quando cioè non ero ancora sostanzialmente focalizzata davvero su progetti miei, e cioè sul fare, ma solo sull’avere, ero irrimediabilmente povera. E seppure mi entravano due lire, non le sapevo “trattenere”, spendendole subito, una forma di incontinente miserabilità.

Le cose hanno cominciato a cambiare quando anziché sull’avere soldi ho cominciato a focalizzarmi sul cosa fare di quei soldi: l’importante, dentro, non era più il possesso e la dimostrazione di quel possesso, ma piuttosto realizzare il progetto. Quando ho cominciato a muovermi autenticamente in questa direzione, e vale a dire a sentirmi responsabile in prima persona della sua realizzazione, magicamente lavoro e soldi mi sono piovuti addosso a valanga. Oggi posso persino permettermi di pagare una collaboratrice per il lavoro che svolgo.

Dirò di più, ad ogni step in cui “l’obiettivo” s’ingrandisce, arrivano sempre più soldi: avevo l’esigenza di pagarmi le mie spesucce, il mio onorario era compatibile con esse; poi, m’è cresciuta l’esigenza di andare a vivere per conto mio, e il mio onorario è raddoppiato. Poi, m’è nata l’esigenza di mettere radici, costruire un futuro più solido, e mi sono arrivate le opportunità per triplicarlo. Dovesse nascere, domani, l’impulso genuino di metter su una struttura, magari per il Lavoro con altre persone, sono certa che arriverà anche l’opportunità di decuplicare il fatturato.

2# Te ne arriva nella misura in cui senti di meritarlo per fare ciò che devi

L’abbondanza è uno stato d’animo. Più la senti, più ne arriva.

Credo sia stato qui il core del Lavoro: finché mi sentivo una poveraccia che non meritava nulla, nel profondo, non mi arrivava nulla. E se anche mi arrivava, trovavo il modo di sperperarlo in modo da ritrovarmi costantemente povera.

Ero “povera” dentro. Non solo perché mi ritenevo “povera”, con un destino già segnato, e sempre pronta ovviamente a lamentarmi delle circostanze esterne (non c’è lavoro; il mondo è brutto e cattivo; gli altri vogliono solo sfruttarti; ah, se fossi nata in una famiglia ricca… ma sono sfortunata…! ecc.), ma anche e soprattutto perché convinta, ad un livello inconscio molto profondo, di “non meritare” nulla.

Quando sei convinto di non aver diritto (ognuno ha la motivazione sua; qualcuno perché si sente inadeguato, qualcuno perché deve espiare un’oscura colpa, ecc.), la faccia oscura di questa convinzione è che in realtà rimane sempre, che ti piaccia o no, il bisogno naturale di soddisfare le proprie esigenze, anche quelle materiali: allora, scatta la pretesa. Qualcuno quelle cose ce le deve dare comunque. Gratis. Diventa “naturale” pretendere che i soldi arrivino senza sforzo, che ci piovano dall’alto come una vincita al Superenalotto, senza far nulla per guadagnarceli: già stiamo penando un’ingiustizia tremenda (non mi hanno dato!! Ladri!!) in più dovremmo anche faticare per ottenere… qualcosa che ci è dovuto??? Ma scherziamo? Che ingiustizia… Ovviamente questo è, ancora una volta, un atteggiamento infantile in cui pretendiamo che gli altri si occupino di noi, perché noi poveri sfortunati vittime delle circostanze, non possiamo. Per cambiare, basta cambiare atteggiamento: renderci conto che ormai siamo adulti, che come tutti gli esseri viventi, dobbiamo fare qualcosa per guadagnarci qualcosa, e che nessuno è tenuto a regalarci un bel niente. Che la vera ingiustizia è pretendere che gli altri diano qualcosa a noi senza che (questo sì) ce la stiamo meritando davvero (ovvero, senza che stiamo dimostrando materialmente di starcela meritando). In una parola: diventare adulti responsabili di noi stessi: vedete che si torna sempre qui?

Più cresce in te la consapevolezza di avere dei bisogni, e di meritarti la soddisfazione degli stessi, più cresce l’opportunità di soddisfarli: sei tu che ti muovi incontro alla vita, e semplicemente vedi cose che prima non vedevi. Io sapevo scrivere, e usare i Social: non immaginavo di poterci guadagnare. Ma quando ho cominciato a crederci e a investire tempo e denaro nella mia formazione, ho cominciato anche a trarne i frutti. Mi seguite?

3# Se non dai, non ricevi

E si arriva alla massima più importante delle tre. Il cuore del lavoro.

Quando il mio sport quotidiano era la lamentela, non mi rendevo mai conto di una cosa: lamentarmi era il mio modo di esprimere costantemente insoddisfazione, avvelenando la mia giornata e quella di chi mi era accanto, e reiterare il concetto “Non è giusto. Io avrei dovuto ricevere. Ma non ho avuto. Non è giusto!”, restando in quell’atteggiamento passivo, che aspetta “impaziente”, pestando i piedi per terra, di ricevere dagli altri gratis. Ciò che forse sarebbe naturale in un bambino… ma non di certo in un adulto!

In questo atteggiamento passivo, di attesa offesa, irritata e imbronciata, ovviamente non si può dare nulla a nessuno, nemmeno a se stessi: chiusi nel rancore immobile e nella ripicca, non si ha voglia di dare nulla. E seppure dovesse arrivare qualcosa, si deve trattenere tutto per sè, perché gli altri non lo meritano, perché io sono povero e sfortunato, perché dopo aver faticato, e averlo tanto atteso col cavolo che te lo do!

L’avaro è sempre imbronciato. Mai una gioia.

Ma se allora tutti facessimo questo ragionamento, chi darebbe più a chi? Nessuno. Tutti chiusi nel nostro caveau da Paperon de’ Paperoni, non daremmo nulla a nessuno. Bel mondo del piffero. Andate a dire “Ti amo” allo specchio, forse sareste meno ipocriti e più convincenti, in tal caso. Se nessuno da niente a nessuno… per quale motivo noi dovremmo ricevere?

Il discorso dei soldi è parallelo al dare qualunque altra cosa: tempo, attenzione, ascolto. Non ti chiama nessuno? La prima domanda da farsi è: e tu, li chiami quelli a cui tieni? Non ti ascolta nessuno? E tu, sei disposto a far lo sforzo di ascoltare davvero gli altri? Non ti dedicano tempo e attenzione? E tu, sei disposto a concedere il tuo tempo, la tua attenzione? Non c’è lavoro? Cosa stai facendo per “andartelo a cercare”?

Per diventare Social Media Manager ho dato tempo e soldi, ho dedicato ore di studio e approfondimento: anche questo è dare. Per ricevere. Come è avvenuto.

Oh, sia chiaro: certo che esistono anche “circostanze esterne” oggettive che magari rendono più facili o più difficili alcune cose: una crisi economica, l’impossibilità di tenere aperta la propria attività, multe o spese da sostenere… ma ciò su cui questo post vuol far riflettere è su quanto peso ha il nostro atteggiamento interiore nel metterci sulla strada delle buone opportunità, anche e soprattutto quando le cose all’esterno non vanno bene. L’atteggiamento offeso di lamentela e di chiusura, che fa di continuo la conta e la lagna delle cose che non vanno e non ci sono in luogo di quelle che vanno e ci sono, è un atteggiamento in cui si vedono solo problemi, non soluzioni. Una buona domanda che nella meditazione guidata del mio gruppo, io pongo quando si giunge all’osservazione del centro mentale è: com’è la qualità dei miei pensieri? Sono pensieri che pongono problemi, oppure offrono soluzioni? Già questa è un’ottima osservazione che dice molto del nostro livello di essere interiore, emotivo e mentale, della nostra fiducia e apertura, del nostro bisogno infantile di tesaurizzare tutto, soprattutto il rancore e il dolore, piuttosto che lasciar andare e aprirci all’abbondanza.

L’atto trasformativo magico di questa fase è dare. Il paradosso è che più riesci a dare di cuore, volontariamente, senza sforzo (all’inizio non è facile, ma l’esercizio fa sviluppare la spontaneità), e più ti ritrovi a ricevere. Sembra un paradosso: com’è possibile che più dia via cose e soldi, e più me ne entrano? Dovrei impoverirmi così!

E invece accade proprio il contrario. Più dai, più ti ritorna indietro amplificato: più attenzioni, affetto, tempo dai, più gli altri corrispondono per dieci volte. Più soldi metti in circolo, più te ne ritornano. E’ un principio collegato alla trasformazione che avviene interiormente: nel dare, con gioia, il vuoto della miseria si trasforma in pienezza, e la pienezza richiama altra pienezza per risonanza.

Non hai più bisogno di colmare un vuoto, di focalizzarti sullo strumento, come si diceva al principio; bensì di esprimere, quasi contagiare gli altri, con la tua pienezza: è quasi un restituire al mondo ciò che il mondo ti ha “regalato”. E’ il sentimento opposto della lamentela: gratitudine. Questo è il Lavoro che i fanatici dell’alchimia trasformativa chiamano trasmutare il piombo in oro: trasformare interiormente la materia fetida e pesante dei nostri demoni lagnosi, infantili, bloccanti, in emozioni e frequenze nobili, leggere, alte, di amore.

Non si tratta di eliminare quella “rabbia” legata al senso di ingiustizia, ma di trasformarla: usarla come benzina per muoverci ad ottenere le cose che vogliamo davvero. Anziché elemosinarle o pretenderle, muovere il deretano e studiare un piano per guadagnarcele, con impegno, con dignità. E che soddisfazione poi!

E’ questa soddisfazione che ci impedisce di sperperare la ricchezza, ma amministarla con saggezza: io so quanto mi è costata. So quanto lavoro e sforzo ho dovuto impiegare per ottenerla. Per questo devo usarla al meglio, per me, per gli altri, per il mondo, per il progetto.

Da alcune settimane sono entrata perciò in contatto con un movimento di microcredito di mutuo soccorso chiamato Munay. Lo spirito con cui noi partecipanti (che conosco personalmente) vi abbiamo preso parte è quello descritto in questo post, e giacché la vivo come un’esperienza meravigliosa, una rivoluzione di paradigma e di Lavoro su di sè arricchente oltre quel che ho già detto, ne parlerò estesamente nel prossimo post che chiamerò Economia del dono.

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