Realizzare sogni | Economia del dono parte #2

Realizzare un sogno non è magia. E se avviene o non avviene, non è nemmeno fatalità. Credo nelle capacità del singolo individuo, tanto nel perseguire quel che vuole, quanto nel boicottarsi e impedirsi di raggiungerlo, se vince una volontà più grande e buia.

Tra volontà cosciente e volontà inconscia, vince sempre l’inconscio“, disse una volta Fabio Guidi. La prima cosa che mi fu assolutamente chiara nel Lavoro su di sè, molti anni fa, e l’unica che spiega ogni cosa: perché falliamo continuamente, per dirne una. 

Diverse settimane fa venni fuori con un post sull’abbondanza, e il dare, come presupposto per ricevere. E annunciai che era solo l’introduzione a un altro post, questo, su un’esperienza che mi è capitata di recente. Questo post parlerà di volontà, di boicottaggio, e di come il denaro sia uno specchio di queste due cose al giorno d’oggi.

 

Piccolo excursus sulla convenzione (illusoria) dei soldi

Prima di entrare nel vivo della faccenda, facciamo una piccola premessa. I soldi, quelli di carta, sono una specie di bugia, immagino lo sappiate: sono una convenzione. Per convenzione, noi ce li scambiamo, li accumuliamo, li perdiamo, ci scanniamo per essi, come se avessero valore; ciò che da loro valore è una massa di metallo depositata in un caveau, che ci promettono corrisponda ai pezzi di carta. Eppure, in molte occasioni documentate, questo metallo non ha corrisposto affatto alla promessa: molta di questa carta è stata stampata senza un corrispettivo. Ma abbiamo continuato ad accettare la convenzione lo stesso.

Sempre per convenzione, abbiamo accettato le oscillazioni di valore del metallo, e della sua carta rispettiva, accettando nei secoli anche le situazioni in cui, improvvisamente, da valere moltissimo, quella stessa carta non valeva nemmeno per pulircisi i piedi (le mie editor vogliono ripulisca il linguaggio, e ora mi viene di farlo anche sul blog. Ironia). Infine, per convenzione, si è scelto che tra tutti i metalli della crosta terrestre, quello deputato a svolgere questo ruolo fosse l’oro: poteva essere l’argento, oppure il piombo, o magari il mercurio. E invece no: oro. Lo accettiamo per fede da millenni.

Procediamo: per convenzione, è cosa acclarata che questi pezzi di carta che, per i motivi succitati, consideriamo di valore, dobbiamo impiegarli per avere qualunque cosa, anche il cibo, l’acqua, e un tetto sulla testa. Spenderli, cioè. E c’è una piccola condizione a clausola: te li devi sudare sì, ma non solo questo… devi proprio piegarti, accettare lavori inaccettabili, per ore inaccettabili, in condizioni inaccettabili… se vuoi guadagnarteli. Per di più, sappiamo sperperare bene il costo della schiavitù: compriamo cose che non ci servono per apparire persone che non siamo, direbbe Pepe Mujica. Col risultato che sappiamo bene come restare poveri e schiavi.

Il lavoro inteso com’è oggi, nel mondo occidentale, si fonda sul principio che pochi eletti, per convenzione, reggano i loro privilegi sulla schiavitù di tutti gli altri. È ovvio, è naturale: chi è schiavo dentro, lo è anche fuori. Niente di nuovo, né di particolarmente degno di indignazione. Le lobby, che non sono una mia invenzione, si reggono esattamente su questo giogo: altrimenti, per quale motivo esisterebbero tutti questi svaghi a buon mercato, dai social, alla pay tv per un’insalata al mese? Panem et circenses, da sempre per sempre.

Sempre per convenzione, oltre alla schiavitù quotidiana, per portare a casa il pezzo di pane e guardare in cagnesco il vicino che osa masticare un tozzo appena più grosso, per comprare una casa o avviare una qualche attività che ti faccia illudere di essere meno schiavo degli altri, devi fare la fila in banca. Per chiedere un prestito: soldi, altri pezzi di carta pardon, che dovrete restituire fino all’ultimo centesimo e con gli interessi, fissati da loro naturalmente. A chi credete che appartengano quei soldi? E cosa farà mai quella banca con quei pezzi di carta che restituirete?

Li re-investirà, ovvio. Fare soldi sui soldi, che ricordo sono una convenzione, è la trovata più geniale della storia. Specie considerato che i maggiori profitti deriveranno dal commercio di merci davvero redditizie: vaccini, magari; armi, sicuramente, mafie, governi, e altre simili amenità.

Quindi, è lecito supporre che un mutuo sovvenzioni l’economia globale di tanta brava gente.

Dall’individualismo più sfrenato all’economia solidale: fare soldi insieme. Senza le banche.

E veniamo a noi. Cosa potrebbe mai succedere se la gente cominciasse a creare una rete di mutuo soccorso, in cui ci si da una mano l’un l’altro, senza interpellare banche, e tanto meno i lobbisti di cui sopra?

Da questa idea nasce un movimento che ha preso vari nomi, e stasera ne userò solo uno: Munay.

Potrei dirvi della storia, che sono nati dal desiderio di emancipazione delle donne, potrei approfondire il suo significato… ma non mi interessa: potete scoprirlo da soli. Quel che non sapete è lo spirito che lo anima davvero, da chi lo vive dal di dentro. Ne esistono di diversi tipi, nel mondo, con diverse regole, e per completezza e sincerità devo anche dirvi che qualcuno, negli anni, ne ha approfittato accaparrandosi la struttura generale per profitto a discapito di altri: ma non è il nostro caso. Sempre per completezza, non è un sistema piramidale, e non è un genere di affiliate marketing: è una rete di microcredito basata sulla solidarietà, semplice.

Questo movimento si basa sul principio che “Se io aiuto gli altri, gli altri aiuteranno me“. È un sostegno reciproco, di reciproco vantaggio, che rivoluziona il senso stesso del denaro: non uno strumento di divisione e accumulo, ma di coesione, comunità e prosperità. Non: io mi arricchisco, a discapito degli altri; ma: noi ci arricchiamo tutti insieme.

I miei valori nel Munay: ciò che mi ha spinto ad entrarci

Come funziona? È una rete, dicevo: ci entri, se qualcuno che è già dentro te ne parla. Ma non è eterna: dopo un breve lasso di tempo, della durata di alcuni mesi (talvolta uno solo), ne esci; il buffo è che a quel punto potresti anche ritirarti col bottino: eppure molti si “ritessono”, ripetendo da capo il percorso. Lo vedremo nel dettaglio, ma per ora voglio dirvi cosa mi ha spinto non solo a parteciparvi, ma anche a scrivere queste parole oggi.

  1. la FIDUCIA. Me ne avesse parlato chiunque altro al mondo, per come stavo messa mentalmente e finanziariamente due mesi fa, gli avrei detto “No grazie” alle prime sillabe. Ma non era chiunque: era mia sorella. No, non biologica; quella in spirito. Insieme ad altri miei fratelli, si è imbarcata in questa cosa, e me ne stava parlando non perché lei avesse bisogno di me, ma perché io avrei potuto aver bisogno di entrarci. Mi ha regalato un’opportunità, e mi ha mostrato a sua volta fiducia: non parli del Munay a chiunque. Inoltre, e questo è il fatto rilevante, questa sorella non è una comune persona: è una pignola attenta al dettaglio come pochi ne ho visti al mondo; non ho mai dubitato (e mai lo farò) nemmeno per un secondo che mi stesse parlando di cose che non avesse ella stessa controllato, analizzato, confutato e rivoltato come calzini almeno un centinaio di volte. Perciò, contro la mia stessa paura, e i miei demoni, e timori, e tentativi di autoboicottaggio, sì, le ho detto, con tutto il cuore. 
  2. CONOSCENZA. Poi ho anche studiato la faccenda. Non ha nulla di illegale, nè di truffaldino, a parte un’ipotesi un po’ balzana: e cioè, che a un certo punto il Munay si “esaurisca”, il che è semplicemente folle: vorrebbe dire aver cambiato la mentalità e l’economia globale. E questo non mi pare plausibile. Quindi in sostanza chi accusa il Munay di essere un’idea criminale accusa chi ci entra, nella migliore delle ipotesi, di essere un fesso inconsapevole al servizio di truffatori (ma chi?), nella peggiore, di essere egli stesso in mala fede: abbandonando al proprio servizio i malcapitati entrati per ultimi, che si trovano fregati. Ma, come dicevo, moltissimi si ritessono, il che è testimonianza di una certa “buona volontà” nel non voler abbandonare gli altri “fratelli”, ma di voler continuare a sostenerli, reinvestendo nel Munay. “Noi ci arricchiamo tutti insieme”, ricordate? Nessuno viene lasciato col culo per terra: una cosa a cui non siamo abituati, talmente tanto… che quasi non possiamo far a meno di osteggiarla. Non mi limito a mettere la mia mano sul fuoco su quanto ho scritto fin qui: posso testimoniarlo, e dire con assoluta certezza che è tutto vero e verificato. 
  3. RETE. Ho parlato spesso alle mie gruppiste del senso del gruppo, e anche qui: le belle energie che si mettono in rete si alimentano l’un l’altra, s’influenzano e si sostengono, in modo esponenziale, non additivo. In questa rete solidale, non a caso, chi ci finisce ha generalmente un modo di vedere le cose diverso dalla massa, o in via di cambiamento: ci si dona con fiducia e apertura, ci si aiuta e sostiene l’un l’altro. Si conoscono persone “come te”, che hanno sogni come i tuoi, e anche più belli dei tuoi; che hanno vite, storie, una tale bellezza dentro che traspare dagli occhi: quella bellezza che non capita di vedere negli occhi di tutti. Oh, perché lo sappiate: qualche furbetto nel Munay, che pensa ai soldi e basta, ci entra sempre. Ma lo metti in conto: lo guardi con un sorriso un po’ di compassione, un po’ di tenerezza; lo stesso sorriso che vidi in faccia a un mio caro amico quando, scopertosi tradito in modo orribile, plateale e indegno, da un cosiddetto ex migliore amico, sorrise triste dicendo “E’ solo un poveretto. E’ il suo diavolo, capite? Ogni diavolo è solo un povero diavolo. Un fallito: non si può provare altro che pena e compassione per un essere così“. Era sincero; una lezione di vita e signorilità che non dimenticherò mai.
  4. LAVORO. Sapevo di avere qualcosa su cui Lavorare, e questo sarebbe stato un banco di prova notevole: un conto è Lavorare in cerchio, arrabbiarsi ora con mamma, ora con papà, sfogarsi su un cuscino e urlare come disperati tutta l’incazzatura compressa in corpo. Dire “Farò questo, farò quello; sarò più bravo, lo prometto”. Un’altra è farlo davvero. Il Lavoro, quello serio, lo si fa nel quotidiano, e avere intorno gli occhi dei tuoi compagni di via pronti a rimandarti “Occhio, che stai rifacendo, per l’ennesima volta, questo. E’ l’occasione buona per cambiare…” no, signori, questo non ha prezzo.
  5. Last but not least, perché se te la sudi e lavori, l’ABBONDANZA è una leva che non si disdegna affatto, e non sporca di un milligrammo il Lavoro interiore: ne è, semmai, lo specchio, la prova del nove. Una persona integrata, sana e matura sa sostenersi da sè, sa procurarsi in modo sano e maturo esattamente ciò che gli serve per fare ciò che deve. Memento: i soldi sono uno strumento.

È probabile che non sia l’approccio più gettonato, ma credete che me ne freghi qualcosa? Io quando sarò pronta a rendere l’anima a Dio voglio poter garantire di aver fatto tutto, ma proprio tutto, il possibile per essere una persona migliore; dell’operato degli altri, se ne occupino loro.

Venendo al succo: cos’è questo benedetto Munay?

In quello in cui sono entrata io, ha la struttura di un mandala, tipo un fiore di loto, e ce ne sono a decine attivi in tutta Italia. Al centro ci sono le acque, intorno due terre, attorno alle terre quattro venti, e attorno ai venti, nel cerchio più esterno, otto fuochi. O petali, se preferite. Ciascun petalo, può essere suddiviso in due copetali, e ognuno ospita una persona: la persona che entra a far parte della rete del Munay.

Quando entri nel cerchio esterno, come fuoco, la prima cosa che fai è una donazione, una cospicua donazione alla persona (o persone) che si trova in quel momento al centro: l’acqua. Una vera e propria donazione: non un finanziamento, non un acquisto (non ti vendono nulla), non una coercizione. Tu fai una libera donazione: sovvenzioni il sogno di qualcun altro

A dirlo, sembra talmente folle e fuori di testa, secondo i canoni comuni, che non pare vero: tu prendi quei soldi, i tuoi soldi, quelli che ti hanno insegnato ad accumulare, mettere sotto il materasso (o il mattone, come Totò), a difendere come la cosa più preziosa al mondo (si uccide, per quei soldi)… e li dai via. Li regali a qualcuno affinché realizzi il suo sogno.

Però, curiosamente, quando li sperperiamo in beni superflui che non ci servono, quando alimentiamo il lavoro nero e minorile nel terzo mondo, quando finanziamo quelle lobby di cui sopra, che si reggono sulla schiavitù (ogni volta che acquistiamo da Amazon, ogni volta che entriamo in un’economica catena di abbigliamento, ogni volta… noi finanziamo le lobby. Per non parlare dei mutui. No, non ne parliamo)… dicevo, è curioso, quando quotidianamente finanziamo morte e schiavitù, questo ci sembra legittimo, normale. Innocuo.

Se facessimo il conto di quanti soldi buttiamo all’anno così, tremo al pensiero della cifra.

Già, questo è l’atto rivoluzionario: un’economia che non si basa sulla competizione, sul conflitto di interessi (perché il tuo interesse coincide col mio), sull’individualismo, su homo homini lupus. Si basa invece sul fatto che io posso essere felice, solo se lo sei anche tu; che il mio sogno si può realizzare, se si realizza anche il tuo. Sul dare, liberamente, come fosse una liberazione: dare a te, affinché tu sia benedetto. Con la fiducia, la speranza: ed è questo, il gesto disinteressato, che viene premiato poi. Economia del dono: si chiama così.

La mia amica, mia sorella, che mi ha portato dentro, è diventata acqua da pochi giorni. Ora il suo sogno si sta realizzando, e la cifra che ha “investito” nel Munay, facendo la sua donazione quando è entrata, le ritornerà moltiplicata per otto (perché è entrata come copetalo, quindi dividendo il suo petalo con un’altra sorella; altrimenti, la moltiplicherebbe per sedici). Qualunque cifra abbiate in mente, fate voi i calcoli: non c’è alcun inganno, è tutto vero; i fuochi quando entrano, fanno una donazione alle acque. Man mano progrediscono nel mandala, e nell’arco di massimo tre mesi, diventano a loro volta acque.

La donazione è assolutamente legale e regolare, in quanto liberamente fatta nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e con tanto di dichiarazione scritta: su questo non c’è il minimo dubbio. Viene accreditata direttamente sul conto corrente dell’acqua di turno: nessuna fee a nessun altro. Va tutto sul conto della persona. O meglio: del suo sogno.

Economia del dono: la mia esperienza

Ora vi dico com’è andata a me quel giorno: ero terrorizzata. Una parte del mio cervello continuava a dire: ma sei pazza? Ti metti a fare un bonifico, coi nostri sudatissimi risparmi, a un tizio? Per finanziare IL SUO SOGNO? Per tutto il tempo ho sudato freddo. Poi, una volta fatto, sono entrata in uno stato di quiescenza, simile a quello che mi prende quando, dopo una serie infinita di attacchi di panico, col passo del condannato a morte certa, mi siedo davanti al prof di un esame. E la calma scende su di me con un trenta e lode. Ecco, allo stesso modo, la calma mi scese addosso, e insieme ad essa una strana euforia: stavo finanziando il sogno di un altro; e non perché volevo poi otto volte quella cifra indietro alla fine del Munay. Perché davvero volevo farlo: la generosità autentica che ho saggiato in quel momento, quel dare disinteressatamente all’altro, facendo finalmente spazio a qualcun altro nel mio ingombrante onnipresente ego, mi ha dato un senso di sollievo, liberazione… una tale gioia che non si può descrivere. Quel che alcuni chiamano atto magico, credo sia stato questo per me: una trasformazione. 

Un atto di fiducia, un tuffo: tutti siamo stati traditi da qualcuno. Da ciò abbiamo l’errata convinzione che tutto il mondo sia come quel qualcuno; persino noi stessi. Eppure la lealtà, l’onestà, l’affidabilità (secondo precetto del Gruppo) sono cose che ho giurato di impegnarmi a praticare: Lavoro è recuperare fiducia. Non in chiunque, perché non tutti sono degni di fiducia: quelli che la meritano, dimostrandolo coi fatti. Quelli che dicono una cosa, e poi la fanno.

Il Munay, se fatto in quest’ottica, da persone così (e le mie persone sono così) è un Lavoro di riconciliazione con la fiducia nell’altro: l’altro che c’è e ti aiuta. Ti sostiene. È lì con te, per te.

Autoboicottarsi al tempo del Munay: come i nostri demoni ci fanno infelici e scontenti

Ora, ciò detto, uno si chiederebbe: perché mai NON dovrei entrare nel Munay anch’io? Perché la verità è che siamo schiavi, felici di restare alla mercé dei nostri diavoli. E per completezza ne enumero alcuni:

  • L’INVIDIOSO. È nello stato, ahinoi, più comune al mondo. Egli è talmente tanto identificato con la sua parte fallita, che semplicemente non può tollerare il successo altrui. Deve calunniarlo, deve abbassarlo, infangarlo, deriderlo; distruggerlo, se può. Non è possibile che lui sia un fallito e tu riesca in pochi mesi a fare otto volte la cifra che avevi in principio: come ho già spiegato per filo e per segno qui, è una categoria di persone estremamente diffusa e riprovevole. Una categoria che, in qualche misura, abbiamo tutti dentro, che ci piaccia o meno. Almeno un paio delle persone a cui ho parlato del Munay hanno reagito così. Poverini.
  1. È ovvio che alcuni di loro sparlino del Munay, presentandolo in mala fede non sotto una luce razionale, ma puramente emotiva di rabbia e invidia; soprattutto senza averne fatto esperienza diretta come invece ve ne sto parlando io.
  • LO SFIDUCIATO. Se è convinto che tutto sia male, che la vita sia una disgrazia (la sua per prima), che qualunque cosa esista per dargli il tormento, che nulla sia raggiungibile se non a costo di enormi e sanguinosi sacrifici, che cioè, anche fosse tutto vero questo, lui è un povero disgraziato che “non ce la può fare” per definizione, sennò come potrebbe seguitare nella recita? E perché mai dovremmo distoglierlo dalla perniciosa illusione? Se vuole morire (traggo a sproposito la definizione da G.I. Gurdjieff) “come un cane” addormentato, non possiamo impedirglielo. A questo genere di persone nemmeno bisognerebbe dirglielo del Munay; ma volendo tentare lo stesso… fate pure, con ovvio esito.
  • IL DIFFIDENTE. È una sfumatura più malevola, e meno depressiva, del precedente (lo sfiduciato non crede in se stesso; il diffidente negli altri. Ma alla radice sono uguali): è convinto che tutti siano lì per fregarlo. Soprattutto se tirano fuori l’argomento soldi. Se si tratta di soldi, c’è sicuramente una fregatura: il “non ho soldi” è una pratica scusa, ma il tono, l’energia con cui vien detto sono molto espliciti a riguardo. Lo sappiamo che siamo stati traditi tutti, ma loro sembrano convinti di essere gli unici, e perenni: non si accorgono di accordare fiducia a criminali incalliti, quando non dovrebbero, ritrovandosi ovviamente fregati; fanno poi i difficili con chi gli porge veramente la mano, perdendosi l’occasione. Riescono perciò a confermare bene la loro idea di tradimento globale. Cosa buffa: si fidano ciecamente delle favole convenzionali citate a principio di post. Traete voi le conclusioni.
  • IL COMPLOTTISTA. Tra tutti, è forse il più simpatico: è quello che ti fa i calcoli matematici, che ti dice, con matematica precisione, perché il Munai, secondo i suoi calcoli, è un’opera criminale: perché prima o poi la popolazione terrestre sarà finita (saturazione), e gli ultimi che entrano nel mandala possono restare fregati. È un’eventualità, come dicevo, non solo remota ma, per la natura stessa del movimento, impossibile: non si lascia nessuno col culo per terra, ricordate? Io vedo coi miei occhi il senso di responsabilità di chi ha portato le mie sorelle nel Munay, che pur essendo uscito continua a seguirle, e loro stesse nell’aiutare gli altri: il Munay può avanzare in pratica, attraverso i quattro cerchi dal fuoco all’acqua, se entrano nuove persone nel cerchio esterno, quando si avanza. Quindi ogni fuoco quando diventa vento si prende l’impegno di “soffiare” due nuove scintille (se è copetalo; se petalo intero quattro) che diventino nuovi fuochi.

Il denaro è una forma condensata di energia: non può “piovere” dall’alto. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma: prima legge della termodinamica. Il Munay non fa eccezione: i soldi, te li devi guadagnare. Col tempo e le energie da dedicare a parlarne con gli altri: è la sua natura; per cambiare il sistema, va portato tra la gente, se ne deve parlare, lo si deve testimoniare. Va fatto conoscere, va contagiato, come fosse un virus; un’idea. Il cambiamento costa fatica, sempre; l’importante è che sia uno sforzo consapevole.

Se ci credi nel Munay, se credi nella comunità come cura e antitesi dell’individualismo spinto, non è difficile, non è una maledizione, uno sforzo: è un desiderio quello di parlare del tuo entusiasmo agli altri. E non tutti: quelli in cui hai più stima, quelli che credi davvero possano capire, giovarne, contagiare a loro volta altri. Quelli con cui avresti piacere di far quel percorso insieme. Quelli che possono trarne vantaggio e nutrimento: è un dono che gli fai parlandone, non una richiesta per trarne profitto. Ma poi: ci metti la faccia. Vi sembro una che scommetterebbe la sua faccia con amici di una vita per quattro spiccioli?

Quel che il complottista non “calcola” è che chi entra nel Munay (salvo alcune eccezioni) non lo fa per lucrare, per “fregare” quelli che vengono dietro, le scintille che diventano fuochi dei cerchi esterni: lo fa perché vuole cambiare il mondo, e si assume la sua parte di responsabilità. Non a caso molti dei partecipanti una volta ricevute le loro otto (o sedici) parti come acqua (quindi, una volta usciti dal mandala) decidono di ritessersi, ricominciare come fuochi in un nuovo mandala: è un restituire, capite? E’ un ringraziare il mandala reinvestendo ciò che hanno guadagnato, ricominciando daccapo. Chi vuole fregare chi, allora?

Vi dirò di più; tra noi amici, ci diamo una mano: non tutti conoscono molte persone, e non tutti sono bravi a parlare. Non tutti conoscono persone in grado di capire, e di non cedere agli autoboicottaggi di cui sopra: allora, come in una vera comunità, ci si dà una mano l’un l’altro. Dove non arriva uno, arriva l’altro, ti da una mano, trovandoti la scintilla che tu non riesci. Se non è grandioso e rivoluzionario questo, ditemi voi cosa può esserlo. Un’esperienza così ti trasforma per la vita. Munay è gioco di squadra: io sono felice solo se lo sei anche tu.

  • L’IMMATURO. Questa è una categoria che potrebbe anche entrare nel Mandala, pretendendo, appunto, che gli altri si prendano l’incarico di “badare” a lui, povero inetto. Può coincidere con lo sfiduciato di cui sopra. Oppure prima dice che entra, poi si ritira all’ultimo: appunto, è immaturo. Anche nella vita, ovviamente.
  • L’IMMOBILE. Lui non farà mai nulla; rimane bloccato da eterni dubbi, dall’analisi ossessiva di tutti i dettagli e le variabili, col terrore della scelta sbagliata. Nel dubbio, perciò, sta fermo; e di conseguenza non può imparare, evolvere, nè trasformare nulla.
  • L’AVARO. Anche questa è una sfumatura del diffidente, ma particolarmente espressa dal pensiero (in profondità): non voglio dare. Non voglio dare il mio tempo, il mio impegno, nulla a nessuno. È chiuso, offeso, in una posizione un po’ corrucciata, nell’angolo: siccome non mi avete voluto far giocare con voi, non voglio giocare con nessuno. Il guaio del non dare, è che ovviamente poi non ricevi: se non dai niente a nessuno, perché mai gli altri dovrebbero dare qualcosa a te?

La rivoluzione del Munay sono i sogni che si realizzano al suo interno

Sono molti i modi con cui ci autoboicottiamo, come vedete. Modi per impedirci di fare soldi, in modo onesto, rivoluzionario, ed evolutivo: ma vuoi mettere la soddisfazione di continuare a lamentarmi, dei soldi che non ho, delle difficoltà? Come potrei poi sentirmi uguale agli altri nella lagna, sfiducia e maldicenza? È confortante poter appartenere alla massa di poveri, lamentosi terrestri medi… Non credete?

Io preferisco l’abbondanza, l’impegno, la solarità di certi buongiorni che scambiamo sui gruppi; preferisco gli scambi di idee, ampliare le mie conoscenze, aprirmi con fiducia, recuperare fiducia nel prossimo, e soprattutto finanziare bellezza e speranza, in vece di guerre e pestilenze. I sogni che si realizzano nel Munay sono la rivoluzione: viaggi esotici, corsi di naturopatia, o università, lezioni di scuola alternativa nel bosco per figli amati e liberi, sostentamento in tempo di crisi evitando la schiavitù e altro ancora.

La cosa brutta di molte persone sfiduciate e diffidenti è che, oltre ad aver gettato la spugna, sono convinte nel profondo, che l’uomo non sia salvabile. Che in fondo la sua natura sia marcia, e non può elevarsi, non può avere lati puri, in luce. Immaginate quanto sia triste e penoso per queste persone vivere?

Se si crede nel Lavoro su di sé, si crede fondamentalmente che invece questa sia la Grande Menzogna, un facile alibi per evitare con se stessi di affrontare il vero argomento: che tu non vuoi essere felice. Non vuoi salvarti; non vuoi credere di poter essere una persona migliore, se solo ti ci impegnassi; non vuoi fare l’unica cosa che dovresti: cambiare. Non è che non puoi, non vuoi. Se lo ammettessimo, saremmo più sinceri. Bè, il Munay ti mette nudo e crudo davanti a questa realtà: ti lamenti dalla mattina alla sera, ma una volta che ti arriva in dono la soluzione, la rifiuti, perché in fondo non vuoi Lavorarci sui tuoi demoni. Preferisci una comoda presa per il culo, riempiendoti di letture dotte che ti spieghino la trasmutazione alchemica… evitando quella pratica: fare le cose. 

Se aderisci al Munay, una volta fatto il dono all’acqua, per far progredire il Munay devi parlarne, devi crederci davvero; è scontrandoti materialmente con le tue difficoltà che le affronti, e tutti abbiamo gli stessi demoni, fidatevi. Avere a che fare con le persone è il demone di tutti.

Se non lo vivessi dall’interno in diretta, forse neanche io leggendo un resoconto del genere ci avrei mai creduto: ho finanziato il sogno di un altro; altri, tra poco, finanzieranno il mio. Come puoi non arrivare a credere che il mondo abbia un lato in luce, quando ti permetti di vivere un’esperienza simile?

La domanda da porvi, perciò, è: sapendo quello che sapete adesso, che se avete un sogno potreste in pochi mesi vederlo realizzato, siete sicuri di volerlo realizzare? Perché è tutto qui.

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