Nel mio cuore

In me c’è un pianto mai pago.

A volte è lo strepito del bambino che batte i piedi e prende un oggetto a caso buttandolo a terra, per far rumore, per fartelo sentire. Per darti fastidio, lo stesso fastidio che prova lui.

A volte è lo scoramento infedele, che non crede, non si fida, non spera, non immagina neppure possa esserci alcun cambiamento, alcun domani migliore. É un piantino senza viscere e senza colore, piatto, monocorde, annoiato e noioso, insipido come un piatto d’ospedale. Grigio e spento. Allo stesso tempo tossico. Questo è il pianto che annega, dorme, stagna, spegne, avvelena, uccide lentamente ciò che non è ancora morto.

Altre volte è un pianto accorato, che affonda tra lo stomaco e lo sterno, e viene fuori a singulti, a cascata, esplosivo, vivo come la ferita aperta da cui sgorga, sembra attingere a pozzi d’acqua profondi come quelli di petrolio; al tempo stesso è mamma addolorata che accudisce e bambino che, incredulo, chiede “Perché? Io sono venuto da te inerme, a braccia tese. Non meritavo questo. Non lo meritavo. Perché?”.

Più rare volte è sommesso, non per paura di far rumore, ma perché il volume non è di alcuna utilità. La sua è una piena contemplazione del dolore, un dolore democratico che non ha nome né età, che appartiene a tutti e non per questo è meno doloroso. Inevitabile, scorre inesorabile, triste, eppure compassionevole allo stesso modo. É un pianto che comprende e nonostante questo piange. É, forse, il pianto più difficile da reggere.

E poi c’è il pianto di stupore, che improvvisamente si rende conto che la bellezza esiste davvero, e così l’amore, e la loro perfezione è talmente reale e immensa da risultare quasi intollerabile. Una luce accecante, solida, forte, energica e viva, che scalda fin dentro le ossa più gelide, una vibrante scossa che innalza, riempie, gonfia il cuore della scoperta che vi è in esso una incredibile estate. Per questo le lacrime sfuggono al controllo, come una specie di valvola di sfogo che afferma, perché non lo si crede ancora abbastanza, “Anch’io, persino io, con tutto che sono io, sì, sono amabile”. Non speranza, ma incredibile constatazione, tanto più sorpresa quanto più risulta ancora difficile da credere.

Ecco, è questo pianto qui che nel mio cuore vuol dire fede.

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