Come tutti

Desideravo ardentemente una vita come tutti.

Come tutti, volevo la mia casa, le mie cose, le mie cose che altri avrebbero ammirato e invidiato.

Come tutti volevo sposarmi e avere dei figli. Li volevo come tutti. Li volevo perché li volevano tutti. E se non li avessi avuti non sarei stata come tutti, ma qualcosa di diverso, di degno di biasimo. Dovevo volerli come tutti: perché non avrei dovuto volerli anche io? Questo era amore, per me, come tutti. Che altro poteva essere sennò, l’amore?

Come tutti desideravo essere come tutti: con quel jeans nuovo modello, quelle scarpe di quella marca che indossavano tutti, quei monili, quei colori. Anche se addosso a me morivano, perché non erano i miei colori, e non si abbinavano a me. Forse ero io che ero sbagliata, forse ero io che non mi abbinavo bene alle taglie, ai modelli, ai colori.

Nei negozi mi prendeva una smania di possesso, e non per possedere, ma semplicemente per amalgamarmi come tutti, come se indossare i loro abiti, tagliarmi i capelli alla maniera comune del momento, avrebbe potuto levarmi di dosso una specie di marchio nero: il marchio nero che diceva a caratteri cubitali “Io non sono come tutti”. E non in un senso positivo.

Mi sarei levata di dosso lo sguardo che attribuivo a tutti: uno sguardo di sdegno, disprezzo, accusa. Uno sguardo che io attribuivo a tutti, come tutti.

Come tutti volevo i fiori a San Valentino e sdolcinerie consumistiche, anche se, come tutti, affermavo perentoriamente e sdegnosa il contrario: l’ipocrisia radical chic non poteva risparmiarmi, come tutti.

Come tutte le donne volevo essere una bella Barbie. Volevo essere corteggiata, salvo poi riservarmi di tiranneggiare l’uomo di turno, per quella specie di senso di vendetta inconscia che ci portiamo dietro da odiatrici degli uomini, e in fondo anche di noi stesse. Come tutte volevo essere come tutte: bella, ammirata, potente, intelligente, possibilmente perfetta e al fianco di uno uomo bello, ammirato, potente, intelligente e possibilmente perfetto. Una cosa da vita di plastica insomma.

Come tutti facevo l’anticonformista, perché era figo e trendy essere anticonformisti; era figo e trendy pensare certe cose, essere di aperte vedute su certe cose, professare certe idee, leggere certi autori, conoscere una certa musica, una certa poesia, un certo genere cinematografico. Poco importava cosa dicessero davvero, che tipo di energia davvero trasmettessero le loro parole e le loro creazioni: importava conoscerli, come tutti. Perché qualcuno di figo aveva detto che erano fighi, e chi eri tu per poter dire il contrario? Eri parte di un’informe massa dove tutti gli intellettualoidi potevano riconoscersi e fingere di essere unici, speciali, geniali, ribelli.

Come tutti volevo più di ogni altra cosa avere una TV da 50 milioni di pollici; e una volta ottenuta, passata la gioia dei primi due giorni, ho cominciato a volere qualcos’altro, come tutti. Un buco nero di desideri mai paghi.

Come tutti, nei momenti peggiori, mi immaginavo seduta nella poltrona di un talk show a parlare dei miei successi immaginari, come tutti. Ottenuti non per spirito autentico di missione, ma per quella poltrona, per gli sguardi di tutti, come tutti. Come se stare seduti lì avesse potuto dire qualcosa di me. Come se quelle poltrone volessero dire qualcosa di chiunque si segga lì per il solo fatto di sedersi lì. Come tutti ero una meschina poveraccia e a qualche livello lo avvertivo, per questo, come tutti, evitavo di confessare questa fantasia.

Come tutti ho desiderato la vita di tutti.

E quando ho cominciato a percepire, senza nemmeno esserne del tutto consapevole, la nullità di tutto questo… credo di essere caduta in depressione anche per questo. Non avevo più alcuno stimolo a vivere una vita come tutti, vuota come quella di tutti, piena di oggetti e titoli e senza alcun reale senso. Senza spessore, senza autenticità.

Partecipavo a cene, feste, e il vuoto dello sguardo, dei sorrisi, delle chiacchiere, dei sentimenti egoistici e del senso della vita di tutti quelli lì mi opprimeva, rispecchiava il mio vuoto, e mi faceva vorticare la testa. Di nausea, vertigini e assenza di punti di riferimento: senza senso, senza motivazione vera, dove vai? Che senso ha sforzarsi di ottenere cosa? Per arrivare dove? Per ottenere l’ammirazione di chi?

Ho avuto quella nausea a lungo. Come in ogni gravidanza, dovevo gestare e rigettare.

Non era una condizione piacevole, per questo dovevo abbassare il volume della vita con un’utile depressione: non sentire la spiacevolezza e l’assenza assoluta di senso e sentimento che c’era nella mia vita era necessario, o sarei impazzita del tutto.

Mi ha salvato l’istinto vitale, e l’aver trovato un senso, una speranza: che dentro di noi ci sono mille parti, e oltre a quelle qualunque, che come tutti agiamo tirandoci in basso, trattenendoci su un piano dove possiamo essere circondati da tutti, dal consenso e dalle amicizie inutili come tutti, ce ne sono altre. Ci sono parti migliori, ci sono parti che meritano l’onore di vivere, e rendono onorevole la nostra vita.

Sono quelle che diventano vere proprio quando non le vede nessuno.

Allora ho cominciato a vergognarmi ogni volta che mi si è affacciato al cuore il desiderio di essere come tutti; ogni volta che un oggetto diventava un’ossessione solo perché mi mancava per potere essere come tutti; ho cominciato a fregarmene del consenso altrui se questo voleva dire rinnegare il mio sentimento, le idee in cui credo realmente, e non perché ci credano tutti: ho sfidato le amicizie che sono sfiorite, e nemmeno mi mancano, ho rinunciato a uomini e frequentazioni, che non avrebbero soddisfatto l’esigenza più importante, quella di condivisione vera e profonda. Ho sfidato la solitudine. E anche se alcune parti di me si dispiacciono di questo, altre ne sono fiere, e pienamente soddisfatte.

Vale la pena rischiare di perdere tutto, se tutto è vuoto, per ottenere anche solo un grammo di pienezza in totale solitudine.

Non mi rispecchio in quasi nessuno adesso. Ma quelli che ci sono sono autentici, o dovranno diventare tali per stare con me.

La perdita è un prezzo che paghi volentieri quando ti permette di scoprire chi sei tu veramente e che senso ha la tua vita.

Allora è vero, non è per la gloria, non sei come tutti, sei come i pochi pazzi davvero sani di mente che mettono questa speranza sopra ogni altra cosa: che il sentimento di amore e unità esiste, che non sia un discorso romantico e neppure religioso, ma vero. Che la vergogna per la propria parte ordinaria è positiva e feconda di cambiamento. Che cambiare si può sempre, solo se lo si vuole davvero ed è questo a dare un senso a tutte le cose.

2 risposte a "Come tutti"

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