Oggi, tre anni fa

Oggi, tre anni fa, facevo una valigia.

Partivo per un posto vicinissimo e lontano anni luce da lì.

A quest’ora ero a casa dei miei, piena di vergogna e di dubbi, tranne uno. Stava succedendo qualcosa, e nessuno di noi sarebbe tornato indietro. Nè io, nè la mia quasi ex casa, la mia quasi ex relazione, e la mia futura ex relazione.

Non fu un atto di coraggio fare quella valigia, ci tengo a precisarlo. Non ero capace di niente in quel momento, nemmeno di camminare. La vigliaccheria fu vinta solo dall’obbligo delle circostanze. Il mio lui aveva tentato l’ultima, comprarmi una rosa il giorno della festa della donna. Un bel cliché, penserete voi. Il fatto è che lui i fiori non li comprava mai, diceva che erano una cosa borghese. E poi appassivano. A me piacevano invece, ma ero abituata a tacere le cose che a me piacevano e agli uomini no, perché ero abituata a manipolarli al punto da non saper più distinguere la verità dalla menzogna; quindi molto molto bene. Tuttavia, eravamo diventati più borghesi delle cose borghesi, e stavamo appassendo, come i fiori, ma peggio perché era un lento appassire che non finiva mai.

Quindi quella rosa doveva essere una svolta, un tentativo, l’ultimo. E davanti a un fiore ultimo non puoi mentire, perciò quando mi chiese se me n’ero innamorata, io non riuscii a dire di no. Neanche dissi sì, ma bastò. Non sapevo se ero innamorata, sapevo solo che stavo morendo in quel letto e la nostra relazione con me. A quel punto, fare la valigia era l’unica cosa possibile, perciò non fu un atto glorioso. Mi tremavano le mani e le gambe: ero all’inizio di qualcosa di nuovo, e non ero pronta. Con tutte le cellule del corpo mi imploravo “Non sono pronta cazzo!”.

Fosse stato per quelle cellule, pronta non lo sarei stata mai.

Sapete, è come quando sei lì, sul bordo dello scoglio, sul punto di tuffarti, ma poi cadi in acqua solo perché qualcuno ti ha dato uno spintone. Ecco, per fortuna, qualcosa in me mi ha spintonato su una strada folle, nuova; e anche se continuo a rimuginare su quanto avrei potuto percorrerla meglio, prima, o senza ferire nessuno, di fatto è la strada che mi ha portato qui.

Ero ancora convinta che qualcuno o qualcosa un giorno mi avrebbe salvata. Credevo fosse Tizio, l’uomo di cui, capii dopo, mi ero di fatto innamorata, o la scrittura, o la pubblicazione di un libro, o l’incontro miracoloso con un libro, una tecnica, qualcuno di saggio che mi avrebbe detto una frase rivelatrice, e boom, mi avrebbe guarito. Mi avrebbe aperto qualche porta dell’inconscio che avrebbe fatto fuggire via per sempre il mostro, e fatto spazio alla grazia, la pienezza. Quelle cose lì insomma.

Ignoravo che ognuno ha la sua malattia e insieme la cura, e tutto ha a che fare con lo sforzarsi di ricordarsi entrambe le cose.

Non è che la depressione sparisca con un colpo di bacchetta magica; e nemmeno è questione di anima gemella. Magari l’ho incontrata e bruciata sul nascere; la depressione ti ammala di sconforto a prescindere da chi hai vicino, è uno dei pensieri che a volte, ancora, mi angoscia. Non perché voglia essere salvata, ma nemmeno voglio far affogare qualcun altro appresso a me. Impari che è la tua forma, fa parte di te, è il modo con cui affronti, vedi, dici, pensi, fai ogni cosa. Una lotta quotidiana che comincia quando apri gli occhi e non finisce quando li chiudi. Ogni giorno mi sveglio e so di essere il leone e anche la gazzella, e non ho proprio nessuna voglia di correre, neanche se dovessi morire di fame.

Ogni giorno mi sveglio e mi chiedo se sarà un giorno buono o uno meno buono.

In quelli buoni, ho imparato che possono essere buoni con niente. Mi basta un raggio di sole, il rumore degli uccellini che hanno fatto il nido nella presa d’aria nel muro, il mio rito del caffellatte vicino alla finestra con una canzone sublime in sottofondo, sapere che è sabato, rigirarmi una bella parola nella testa, come “affiorare” e vedere quali solo le altre che le vanno dietro.

In quelli meno buoni, ho imparato che prima o poi passano. Anche se nel mezzo non sono piacevoli come sempre.

Ho imparato che sono in grado di galleggiare, fare il mio, anche se è il minimo indispensabile, aspettando che passi, e che io possa tornare a dare più.

Lo so che la responsabilità è mia, ma non sono ancora molto brava a ricordarmelo.

Tre anni fa ero terrorizzata all’idea di avere dei figli. Non ero palesemente in grado di badare a me stessa, che vita d’inferno avrei assicurato a quelle povere creature? Ma mi sono costretta a tentare, a provare a diventare migliore, e l’ho fatto per loro. Mi sono detta, se mai un giorno è scritto che io debba diventare madre, devo cominciare da adesso e subito a darmi da fare. Devo farlo per loro. I miei figli immaginari sono stati una leva, nei giorni peggiori.

Non credo sia scritto, dico sul serio. Oggi mi arrendo all’evidenza che forse non sono la persona più adatta a una cosa così generosa e responsabile come questa; tuttavia, posso ancora fare in tempo a prendermi meglio cura di me. Meglio di quanto abbia fatto in questi tre anni, in cui comunque mi sono data da fare, lo riconosco.

L’otto marzo di tre anni fa non avevo idea che mi sarei davvero emancipata dalle mie paure, e che avrei capito che la vita è sempre meglio viverla che immaginarla. Non sapevo che ero insieme il drago, la donzella e il cavaliere, ma mi sono regalata la fiaba. E anche se ho ancora moltissimo da imparare, su di me, sugli uomini, sul perché mi avviti ancora su dinamiche stanche, mi sento dolorosamente grata oggi.

Non dirò che va tutto bene e andrà bene, non lo penso nè lo sento, ma nemmeno ho voglia di mollare e finirla qui. Sono stanca della solitudine, e mi ci incazzo ancora, come se fosse il frutto di una punizione che non merito. Come se tu dovessi scegliere tra l’essere te e stare con gli altri. In effetti è così, ma perché mi incazzo allora?

Oggi, tre anni dopo, ho imparato che tengo ancora il mondo a distanza. Non ho voglia che mi vedano nei miei giorni non buoni. Per questo amo la periferia. Non voglio sentirmi fare ramanzine, vedere giudizi che emanerei io negli occhi degli altri. Devono vedermi così odiosamente perfetta: che nausea. Quelli che contano sanno annusare le mie imperfezioni, e non mi hanno mai giudicata: ho imparato da loro cos’è l’amore.

Oggi, tre anni dopo, non è stato un giorno buono, eppure mentre scrivevo è diventato più buono. Ha ragione la mia editor che, disperata per i miei ritardi, mi sprona a farlo, ogni giorno, come una cura, una pillolina salvavita; ma io sono discola, e mi ostino a razzolare malissimo. Smetto di voler fare una cosa esattamente quando mi si dice di farla.

Oggi tre anni dopo sono pronta ad accettare il fatto che essere single a quasi trentasette anni potrebbe non essere un brutto destino, anche se non esattamente auspicabile. Voglio dire, la sera non litigo con nessuno per vedere quel che ho voglia di vedere; ho appena finito di mettere la carta da parati che amo nella casa dello stile che amo, senza scendere a compromessi. Potrei digiunare, mangiare qualunque cosa, o seguire la dieta dei conigli senza discuterne con nessuno. A girare nuda per casa non ci arrivo, sono troppo freddolosa, ma insomma il concetto è chiaro. E la notte dormo in diagonale in un lettone supermorbido tutto per me, che ho minuziosamente scelto dopo averlo testato molleggiando come nei film, senza dover lottare per il piumone, sentirmi invasa nella mia metà, o farmi svegliare da russamenti, movimenti improvvisi o insonnie. Io di mio se c’è una cosa di cui non ho mai sofferto è l’insonnia.

Potrei girare il mondo, appena il mondo ricomincerà a girare; adottare un gatto. Coltivare una foresta tropicale sul terrazzo. Imparare il cinese, dare alloggio a una colf al piano di sotto. Magari potrei anche insegnarle a giocare a scacchi, così darei un senso alla scacchiera che tengo sotto la tv. Potrei scrivere racconti e romanzi fino alla fine dei miei giorni; detesto essere interrotta mentre scrivo. Divento un vero cane idrofobo. Decisamente una convivenza e la scrittura non potrebbero coesistere. Magari potrei finire gli studi; detesto essere interrotta mentre studio.

Oggi, tre anni dopo, non è cambiato moltissimo. Sono ancora all’inizio, anche se non proprio all’inizissimo. Non proprio tutto, ma molte cose sono ancora possibili e in gioco. Ha tutto ancora a che fare col ricordarselo.

4 risposte a "Oggi, tre anni fa"

  1. Il livello di complicazione del mondo che abbiamo vicino, o che teniamo a distanza, dipende un po’ anche da noi, dalle risposte che ci attendiamo. Forse non cercare una cura, una verità, una grazia è l’unico modo per far scorrere tutto, se quello è ciò che cerchiamo. La solitudine poi non è così sbagliata….
    Ciao,
    M

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    1. Cercare una verità, una grazia è l’unica cosa che valga davvero la pena di fare.
      Una strada solitaria, spesso. Non per questo se ne deve gioire: il bisogno di socialità e condivisione è un bisogno elementare e umano. Un bisogno giusto. E io non sono Buddha 😁

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