Ingannare il tempo

Di recente ho perso una cosa. Una cosa che, non lo sapevo, ma era preziosa.

Quando perdi qualcosa ti accorgi dello spazio che occupava, a cui ti eri abituato. E non sai che farci con quello spazio.

Lo so, lo so; ormai ho un’età, non posso non saperlo: i vuoti si riempiono. E un giorno arrivi persino a benedirli perché senza quella perdita, non avresti mosso il culo, non ti saresti sforzato di vedere cose che avresti fatto di tutto pur di non vedere.

Ma saperlo non rende meno caustico il dolore.

L’errore assai comune, nel cercare di sminuire le reazioni emotive altrui alla perdita, è di credere che un cuore giovane non sia abbastanza maturo da soffrire degnamente, ed uno maturo non più così vulnerabile da spezzarsi come uno giovane. Che assurdità. Vulnerabile lo resti per tutta la vita, se nasci con la disgrazia di sentire tutto, specie quello che non vorresti; solo impari a sopportarlo, un pochino meglio. Questa patina di sopportazione, che rende un po’ meno teatrale la scena e di certo meno plateale, la chiamiamo saggezza; e invece è solo una specie di rinuncia: non serve fare schiamazzi. Non è utile, non è piacevole, e non risolverà un beneamato cazzo.

Il dolore mi provoca due reazioni. La prima è lo sconforto; facile, basta buttarsi sul letto. Non hai neanche la forza di piangere tanto stai a terra; preferiresti l’oblio, un sonno interminabile senza scadenze nè responsabilità. La vita dell’ameba insomma.

La seconda è la furia. La rabbia mi smuove a fare cose, ma più spesso è un fare cose compulsivo, impetuoso, per farle, per riempire i secondi dei minuti delle ore. Perché altrimenti starei ferma, e ci sarebbe silenzio, e nel silenzio riaffiora quel dolore lì. Il dolore lasciato da uno spazio vuoto in cui qualcosa che c’era fino a poco fa non c’è più.

Lo spazio vuoto tre anni fa mi costrinse a farmi una dura domanda: cosa vuoi fare della tua vita, Angy?

Avevo 34 anni, zero cose concluse, zero persone nella mia vita, e un caos allucinante nella testa. La risposta fu semplice: voglio essere indipendente, emanciparmi. Avere un lavoro, un reddito, una casa mia. Non posso avere relazioni sane e normali se non ho questo.

Non ho pensato ad altro, mi sono messa sotto come il toro che sono e sono andata dritto a incornare l’obiettivo. Ci sono riuscita in un lasso relativamente breve di tempo, proprio perché avevo fretta e furia.

E ora mi ritrovo qui, con un lavoro, un reddito, una casa. Ho 37, non ho concluso di fatto nulla, e ho ancora zero persone nella mia vita. I soldi e il lavoro non sono sufficienti per avere una relazione sana e normale, tanto più che di questi tempi non credo sia di moda.

Quindi torno a chiedermi: cosa vogliamo farci con questa vita, Angy?

Mi ero illusa che bastasse prendere una strada, fare le cose con fuoco, determinazione, e poi gli altri ti sarebbero venuti dietro. Quelli giusti. Ma gli altri non ci sono, e se ci sono hanno le loro di strade. Forse ho sbagliato tutto, forse dovrei piantare tutto e finire quella laurea in medicina che è ancora una spada di Damocle sulla mia testa. Forse dovrei andarmene in esilio, da qualche parte con un camper o qualcosa del genere, a imparare a parlare con le persone del mondo, ad ascoltarle. A stare ferma, in silenzio, da sola.

Forse sono rimasta qui solo perché non sapevo dove altro andare. Forse sono rimasta perché in fondo (in fondo) speravo che le cose perdute potessero tornare.

Ma a 37 anni non puoi ingannare ancora il tempo a lungo. Ingannare il tempo. Come se dovessi mentirgli, per farlo passare prima, meglio, presto. Io il tempo vorrei invece rallentarlo, fermarlo del tutto a volte. Vorrei avere i giorni di 72 ore per fare tutte le cose che non ho ancora fatto. Andare in bici, fare capriole, muovere le orecchie senza mani, imparare benissimo altre quattro o cinque lingue, usare la macchina da cucire, suonare bene la chitarra.

Non è una lista impossibile, solo ci vuole tempo.

Ora mi direte: lo vedi? Puoi impiegarlo così quel tempo vuoto lasciato da una cosa che non c’è più.

Voi siete intelligenti. Io no, io sono emotiva, e le emozioni fanno a cazzotti con l’intelligenza il più delle volte.

Non riesco ancora a impiegare quel tempo consacrato a una cosa perduta in cose per crescere. Devo elaborare il lutto, come si dice, e non è una faccenda semplice da trattare con razionalità.

Accolgo il fatto che la mia furia sia stata utile per un periodo, anzi, posso dire che mi ha salvato il culo; ma adesso è più dannosa che altro. Mi ritrovo alla fine di giornate interminabili, riempite come tacchini di Natale di impegni fino all’inverosimile, esausta, all’ultimo giro di trottola impazzita, a fissare il soffitto chiedendomi cosa diavolo io abbia concluso. Niente, è la risposta. Ed è talmente ovvia e ingombrante che non ho voglia di fare niente altro, mangiare, guardare un film, leggere, dormire.

Accolgo il fatto che per qualche ragione la mia vita si sia rifiutata di mettere radici stabili, finora. Ad alcuni potrebbe sembrare una benedizione: posso reinventarmi ovunque, ancora, quando e quanto voglio. Eppure a 37 anni l’orizzonte temporale si assottiglia, e le false partenze ancora concesse non possono essere moltissime. Esiste un tempo per il nomadismo, e una flessibilità naturale, che non voglio più avere. Non lo so se in questi tre anni ho fatto bene a dedicarmi come una specie di formica folle e ossessiva al marketing e la comunicazione degli altri, a mettere da parte soldi, a stare da sola. Non lo so.

A 37 anni non puoi far finta di averne ancora 20. E non ditemi che sono una bambina, perché mi fate incazzare. Non si è bambini a 37 anni. Al massimo si fanno i bambini, a 37 anni, e neanche questo è il mio caso. Certo, in confronto a 60, 37 può sembrare un numero irrisorio; ma è il numero in cui le cose che devono succedere devono succedere, o sarà troppo tardi dopo. Questa fretta mette ansia al mio cervello, che tra dolore e paura non sa più che pesci prendere.

Non credo di essere così brava come molti pensano. Non sono così brava. Sono molto brava a indorare quello che c’è, questo sì, mi riesce bene. Forse è l’essenza del marketing in fondo, per cui non sono proprio fuori posto. Ma non è ancora qualcosa di veramente mio, di veramente utile, di veramente importante.

Io voglio tornare alla casa del Padre. Gli unici momenti di autentica gioia li ho provati lì, un luogo che posso trovare ovunque, a gambe incrociate o stese o in piedi. Ma accade di rado, nel giusto contesto, con la giusta compagnia; sono sola, e confusa qui. Cosa posso fare della mia vita, qui, a 37 anni, per tornarci ogni giorno?

E non so bene cosa fare, dove andare. Più che ingannare il tempo, inganniamo noi stessi, fingendo di sapere perfettamente dove stiamo andando e perché, e io non so più niente. Non so più niente.

Il tempo fa finta di starci all’inganno, ma presenta il conto, e io voglio pagare il mio con la coscienza felice di chi sa di aver fatto tutto ciò che doveva. Ma al momento non riesco a vedere chiaro sui miei di doveri, e se Dio non parla a voce alta, non posso sentire la sua risposta. O forse non ho abbastanza pazienza e umiltà per stare ad ascoltare.

Tanti giri, e si ritorna sempre al punto di partenza. Tanta fatica, per arrivare dove. Per arrivare dove.

Cosa cazzo me ne faccio di soldi e oggetti, successo e nome? Cosa diavolo me ne faccio? Il mio nome è polvere, come tutto il resto. Deve esserci una direzione, perché io non la sento adesso?

Dio, voi come accidenti riuscite a sopportarlo?

3 risposte a "Ingannare il tempo"

  1. Ti ringrazio per il tuo post. Mi ci rispecchio in pieno in ogni tuo pensiero. Ho 33 anni e ancora la mia vita non ha una giusta direzione. Ho tante passioni tra cui quelle per la scrittura e per lo Sport ma in tutti questi anni mi sono accontentato del residuo polveroso dei miei sogni. I trentenni vivono e viviamo in una età enigmatica, in una terra di mezzo. Sospesi tra la gioventù e il mondo adulto e questo mi fa creare un pò di smarrimento… vivo dei ricordi della mia adolescenza e vivo di buoni intenzioni, un pò costose per le mie tasche, per il mio futuro… Grazie ancora del tuo pensiero e scusami per il disturbo 🙂

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  2. Non ci conosciamo, ma mi hai fatto venire voglia di conoscerti. Di prenderci un caffè, o ancora meglio, una tisana alla valeriana (!) e ragionare su due vite con poche direzioni, molte domande, qualche dolore, troppi impegni.

    Poi ho pensato: lo vedi però? Noi donne, trentenni, che ancora sono qui a farsi domande su come sarà il futuro, su quello che dobbiamo fare, che vorremmo, che non possiamo più tollerare… Non siamo sole. Penso che siamo tante e sarebbe molto più lieve il peso di quei dubbi se fossimo più brave a incontrarci, a dedicarci tempo, a condividere tra di noi.

    Quello che voglio dire è: essere soli può essere insopportabile. Anche essere in una relazione può essere insopportabile, e anche avere figli può fare sentire molto molto soli. Forse tutto quello che serve fare è trovare le persone che ci sono simili.

    Ps. Condivido a pieno il pensiero sui trent’anni, trentasette i tuoi, trentadue i miei. Ma anche io vivo questa età in un modo un po’ strano: abbiamo ancora molto futuro davanti, ma abbiamo anche abbastanza passato e meno tempo e possibilità per scriverlo. Ti sono vicina, coi pensieri anche se non ti conosco 🙂

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    1. Vada per la tisana alla valeriana 😅👍
      Lo so che non siamo sole in questo isolamento psicologico, specie in questi tempi liquidi devastanti.
      Non è molto confortante saperlo, ma lo so.
      Quando ho scritto queste parole, qualche notte fa, non era un grandioso momento, anche se lucido nella sua miseria. Ora lo sono ancora di più, grazie a Dio, e un po’ più radicata.
      Non è facile navigare soli in questa epoca in tempesta, serve un sangue freddo e una forza interiore che a volte comprensibilmente vacillano.
      Per fortuna i metodi ci sono, e come vedi, la compagnia anche.
      Ragioneremo di queste e altre cose con la tisana tra le mani 🙂❤

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