Raccontami un’opera

Ah… stavo per cascarci oggi, lo confesso. Stavo per postare questa foto con allegata una frase molto volgare e molto incazzata.

Poi (vedi? Per fortuna 37 anni non arrivano per niente) ho contato fino a dieci (mila) e ho respirato a fondo e bene.

No, Angie” mi sono detta “Non cadere nel loro tranello. Basta insulti, rancore, divisioni. Si fa il loro gioco. Non facciamolo il loro gioco. Facciamo il nostro, quello che hai imparato in questi anni. Tra luce e buio, scegliamo la luce“.

Così ho scelto la luce. Che non vuol dire, badate bene, ignorare il dolore e la rabbia. No. Quella è la via facile e breve di chi il dolore e la rabbia non ha mai imparato a reggerli. E no, a 37 anni il mio training l’ho fatto e ignorare dolore e rabbia vorrebbe dire buttare nel wc tutto ciò che finora ho vissuto e superato, come fosse stato inutile.

Allora, mi sono detta, raccontiamo una bella storia, una vera. C’è una cosa che in molti qui non sanno. Una storia sulla musica. Avevo un nonnino, un nonnino molto dolce e gentile che aveva gli occhi chiari e l’aspetto di un Clint Eastwood. Non esagero, dico sul serio. Mia nonna fece bingo quando lo conquistò e credo non l’abbia nemmeno mai capito. Lui le faceva la corte, come si usava un tempo, e lei, che se la tirava da morire (dopo tutto la genetica non è un’opinione…), lo disdegnava. Poi lui la chiese in sposa al mio bisnonno, che si dice fosse ferocemente socialista e antifa all’epoca (piccolo dettaglio inutile, ma sempre utile in chiave di lettura genetica), e si dimostrò talmente un buon partito che a quanto pare mia nonna capitolò.

Mio nonno era bravissimo in due cose: gli innesti, e i cruciverba. Ogni volta che andavo a trovarlo ne stava facendo uno. Per aiutarsi usava due piccoli volumetti di una qualche enciclopedia, talmente consunti da sembrare vecchi breviari di chiesa. Altro che Google.

E conosceva a memoria le trame delle opere liriche. Ah… sapeva raccontarvi tutto di Tosca e Mimì. Me lo ricordo benissimo. Ero bambina, davano sulla RAI una versione di Tosca registrata in diretta, dai luoghi dell’opera, a Roma. Castel Sant’Angelo e il resto. Non so bene perché, sta di fatto che mi appassionai a quella e alle altre opere pucciniane come fossero (lo so, il paragone vi farà svenire dalla sedia, ma è giusto per chiarire il grado di ossessione) gli Harry Potter dell’epoca.

Mia mamma, la spacciatice di storie di casa, mi raccontava le trame e ripeteva “Chiedi al nonno. il nonno sa tutta la storia”.

Chiedevo al nonno e sciorinava tutta la faccenda. Quella è innamorata del pittore, ma il pittore è un fuorilegge, un rivoluzionario. Il poliziotto la vuole, e lo fa arrestare sapendo che sono innamorati, per ricattarla. Allora lei prima fa finta di cedere al ricatto e poi lo ammazza. Solo che il poliziotto ha fatto finta anche lui: voleva far credere di salvare Mario, il pittore, con una finta fucilazione a Castel Sant’Angelo, ma la fucilazione è vera e lui muore veramente. E lei, col cuore a pezzi e i poliziotti alle calcagna, si butta di sotto.

Ecco qua, in due righe drammatiche, Tosca. Le donne Puccini le faceva finire tutte male. Ma prima di morire… dio, che donne! Che grande Tosca, come parlava accorata a Dio ricordandogli che aveva vissuto d’arte e d’amore, e che niente di male aveva fatto ad anima viva.

In quegli anni presero piede i CD (sì, lo so, c’ho un’età), Spotify e YouTube erano ancora un lontano miraggio. E i CD che giravano in casa erano pezzi d’opera e sinfonica per lo più. Sì, c’erano anche i Beatles (e grazie a questo ho imparato l’inglese), Lucio Dalla, Battisti e qualcun’altro. Ma l’opera per un bel pezzo mi (in)segnò profondamente. Qualche anno dopo, complice un coro in cui entrai e un maestro di canto del mio paese, cominciai a studiare musica ed entrai in Conservatorio.

Dio, che bellezza: trascorrevo giornate da pazzi tra il liceo e i corridoi del Conservatorio. Si viveva letteralmente di musica e nella musica. E che bellezza studiare proprio quei pezzi che per anni avevo ascoltato, ammirato, cantati da altri. Mi si definì all’epoca un soprano rossiniano, vale a dire scuro, con una pasta vocale profonda data da un risonante registro di petto anche negli acuti, quasi da mezzosoprano, e capace di giostrare la voce sulle agilità tipiche dei pezzi rossiniani. Cozzava un po’ con ciò che serviva per fare le donne pucciniane, che quindi ahimè non ho mai interpretato. Ma in compenso ho scoperto ruoli ancora più affascinanti: Desdemona dell’Otello di Rossini, ad esempio, e Marguerite del Faust di Gounod…

Come molte altre cose della mia vita, anche quella restò incompiuta. Mio nonno in seguito si ammalò di una di quelle malattie bastarde che consumano piano e inesorabilmente chi ami e te che li guardi sfiorire. Io non ricordo bene, ma credo non mi abbia mai sentita cantare un aria d’opera e questo è un altro di quei rimpianti da inanellare nell’elenco, che è lungo.

Tuttavia, anche se i palchi non mi hanno mai vista nè sentita cantare alcunché, la musica farà sempre parte della mia vita. Mi piace librare la voce, allietare le mie giornate; canto in macchina, spesso. Quando guido per lunghe tratte, così, per accompagnare i tizi delle playlist che ascolto. O certe volte mentre sbrigo le faccende di casa, come immagino le braccianti di una volta, nelle vigne, o le risaie, o i campi di cotone. O ancora a colazione, quando ascolto qualcosa che scandisca le frequenze belle e alte della mia giornata.

Non mi piace, oggi, cantare lirico. Lo sento un inutile sforzo un po’ falso e che appesantisce quel che il suono avrebbe da dire. Ma canto cose, credo, belle, a volte malinconiche, a volte allegre, ma sempre vibranti di vita.

Forse un giorno non molto lontano potrei decidere di assecondare le richieste della mia coinquilina e registrare qualcosa per voi. Lei sostiene che dovrei far godere anche gli altri di una cosa bella, se ne produco una. Vincerò questo imbarazzo, forse, o forse no. Ma per certo penso che se canto oggi, sia per via di tante circostanze, e persone, a partire da Rossini, Mozart, Berlioz e gli altri, per finire ai miei, i miei maestri di musica, i cantautori che oggi apprezzo. E probabilmente, anche il mio nonnino, che non aveva una grande cultura generale, ma aveva quella più alta e nobile che si possa avere: quella del cuore.

Spero questa storia vi sia piaciuta, è una storia vera, come non se ne sentono più tante. Ed è una storia che non ha fine.

4 risposte a "Raccontami un’opera"

  1. Ciao ,…la prima parte del tuo discorso è in risonanza con il mio momento attuale…….credo che la tua amica abbia ragione sulla tua voce,può essere solo che bella e gradevole come la tua scrittura,per meglio dire , come la tua anima…. spero di sentirla un giorno…

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  2. L’opera (in)segnò profondamente anche me, è stato piacevole leggere il tuo racconto e assistere allo sviluppo della tua passione, ritrovandoci qualche tratto della mia. Io però non sono mai andato oltre l’ascolto e un po’ mi spiace: imparare a cantare credo apra possibilità di immedesimarsi nella musica che posso solo immaginare

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